Yugen_Ante

Jazz, elettronica, scrittura cameristica e sensibilità cinematografica convivono senza gerarchie, fino a generare una lingua personale nella quale ogni scelta appare necessaria e ogni silenzio possiede una funzione compositiva.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Esistono lavori che trovano la propria ragione d’essere nell’appartenenza a un linguaggio definito e altri che preferiscono abitare le zone di contatto, là dove i codici espressivi cessano di delimitare appartenenze rigide per trasformarsi in materia permeabile. «Picture #2» degli Yugen appartiene con decisione a questa seconda prospettiva. Il jazz contemporaneo costituisce soltanto uno dei riferimenti di una scrittura che assimila procedure provenienti dall’elettronica, dalla musica per immagini, da una sensibilità cameristica e da una concezione dello spazio sonoro nella quale il silenzio possiede identica dignità rispetto al suono. Nessun linguaggio reclama una posizione dominante; ciascun elemento partecipa a un lessico comune fondato sull’equilibrio delle relazioni, sulla misura e sulla lenta trasformazione della materia musicale.

Le nove composizioni condividono una medesima visione formale. L’interesse del trio converge sulla qualità delle connessioni armoniche, sulla distribuzione delle risonanze e sulla progressiva metamorfosi di cellule melodiche e ritmiche che mutano quasi impercettibilmente, senza ricorrere a contrasti plateali o a soluzioni spettacolari. L’ascolto procede così secondo una temporalità dilatata, nella quale ogni episodio conserva memoria del precedente e prepara, con naturale continuità, quello successivo. Il pianoforte di Katya Fiorentino predilige una pronuncia essenziale, sorvegliata, priva di qualsiasi compiacimento virtuosistico. Intervalli, registri e risonanze acquistano rilievo grazie alla precisione della loro collocazione, mentre Rhodes e sintetizzatori ampliano la prospettiva acustica senza alterare l’equilibrio della scrittura. La percezione dello spazio deriva soprattutto dalla qualità delle pause, dal controllo della dinamica e da una concezione armonica che preferisce la permanenza delle risonanze alla sovrabbondanza del materiale.

Analoga accuratezza caratterizza il lavoro di Stefano Compagnone e Maurizio De Tommasi. Il basso evita la semplice funzione di sostegno, preferendo cellule ritmiche soggette a continue modificazioni interne, mentre batteria acustica e live electronics condividono una medesima responsabilità narrativa. La pulsazione conserva stabilità pur accogliendo microscostamenti agogici, leggere alterazioni metriche e continue ridefinizioni del rapporto fra impulso e sospensione. L’intervento di Alessandro Dell’Anna nella seconda composizione amplia ulteriormente il vocabolario espressivo del trio. La chitarra classica entra nel tessuto musicale con naturale discrezione, contribuendo alla definizione delle risonanze e del disegno armonico senza alterare l’unità della scrittura. Anche il titolo «Picture #2» suggerisce una precisa prospettiva interpretativa. Più che una semplice successione rispetto al precedente lavoro, allude a un differente punto di osservazione, quasi un nuovo fotogramma destinato a illuminare aspetti ancora inesplorati dello stesso universo poetico.

Il valore dell’album emerge soprattutto dalla lucidità con cui gli Yugen evitano qualsiasi appartenenza esclusiva. Jazz, elettronica, scrittura cameristica e sensibilità cinematografica convivono senza gerarchie, fino a generare una lingua personale in cui ciascuna scelta appare necessaria e ogni silenzio possiede una funzione compositiva. Rimane l’impressione di un disco destinato a rivelare inedite relazioni a ogni ascolto, qualità che appartiene alle strutture musicali costruite con pazienza, rigore e autentica consapevolezza del tempo sonoro.

Yugen

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