Crossing con «The Path Before Us»: un dispositivo interculturale del suono (Circular Music Records, 2026)

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// di Francesco Cataldo Verrina //

«The Path Before Us» si distingue per una qualità rara: la capacità di pensare la musica come spazio critico. Non un luogo in cui le differenze vengono annullate, ma un ambito in cui esse possono essere ascoltate nella loro complessità, senza semplificazioni.

«The Path Before Us» si presenta come un oggetto sonoro che richiede di essere interrogato oltre le categorie consuete della cosiddetta world music, ambito spesso incapace di restituire la complessità dei processi che intende descrivere. Il progetto Crossing – che riunisce Petit Solo Diabaté, Nino Martella e Marco Schiavone – si pone piuttosto in una zona di riflessione in cui il problema non riguarda la mescolanza di linguaggi, ma la rinegoziazione delle condizioni stesse dell’incontro fra sistemi musicali differenti.

L’assunto dichiarato – «mettere in contatto senza dissolvere le identità» – trova nell’ascolto una realizzazione sorprendentemente rigorosa. Non v’è traccia di quell’estetica dell’amalgama che tende a neutralizzare le differenze in nome di una presunta universalità del suono; al contrario, ogni elemento mantiene una propria opacità, una resistenza che diventa il vero motore della relazione. La kora, lo ngoni e il balafon, strumenti inscritti nella tradizione mandinka e portatori di una memoria trasmessa oralmente, non vengono adattati a un contesto occidentale: si espongono nella loro specificità, costringendo l’ascolto a una continua rinegoziazione. In questo senso, la presenza del violoncello non svolge una funzione conciliativa, né tantomeno decorativa. Il gesto di Marco Schiavone, radicato in una formazione accademica europea, s’inserisce come elemento di frizione, incline a generare un campo di tensione in cui le linee melodiche della kora – affidate a Petit Solo Diabaté – individuano inedite possibilità di articolazione. L’arco non traduce un linguaggio in un altro, ma ne mette in luce le differenze strutturali, convertendole in materia compositiva. La posizione di Nino Martella appare, sotto questo profilo, decisiva. Il suo percorso etnomusicologico in Burkina Faso non si configura in una semplice competenza tecnica, ma in una consapevolezza critica che attraversa l’intero progetto. Le percussioni e l’uso dello ngoni non fungono da raccordo neutro: costituiscono piuttosto un dispositivo di mediazione attiva, propedeutico a mantenere aperto lo spazio dell’interazione senza ricondurlo a un equilibrio predefinito.

«The Path Before Us» – titolo che potrebbe suggerire una teleologia rassicurante – assume invece un valore quasi problematico. Il cammino evocato non appare come direzione lineare, ma come terreno di possibilità, costantemente ricalibrato dall’incontro fra pratiche differenti. In questa prospettiva, il disco si avvicina più a un laboratorio che a un prodotto compiuto: ogni episodio sembra derivare da una prassi che resta parzialmente esposta, mai completamente chiusa. Particolarmente significativa risulta la dichiarazione secondo cui il lavoro costituisce «un manifesto politico e culturale». Tale definizione, lungi dal ridurre il progetto a un veicolo di un messaggio, ne evidenzia invece la dimensione implicita: il rifiuto di una gerarchia che, per lungo tempo, ha collocato le tradizioni dell’Africa occidentale in una posizione subalterna rispetto al canone europeo. Crossing agisce su questo terreno con una radicalità silenziosa, trattando il repertorio mandinka con lo stesso rigore analitico che si riserverebbe a Johann Sebastian Bach o a John Coltrane, senza tuttavia ricorrere a operazioni di legittimazione esterna. La struttura del lavoro rivela inoltre una concezione del tempo musicale che sfugge alle metriche più consuete. Le trame della kora, spesso edificate su cicli reiterativi, non producono una semplice ipnosi sonora, ma instaurano una temporalità stratificata, in cui il ritorno coincide con una continua variazione interna. Su questo sfondo, il violoncello introduce proiezioni che talvolta sembrano contraddire tale ciclicità, aprendo fenditure attraverso cui il discorso si espande. Non meno rilevante è il contesto produttivo legato a Circular Music, realtà che da anni lavora alla costruzione di un asse culturale fra Italia e Africa occidentale. In tale cornice, «The Path Before Us» appare come esito coerente di una ricerca che non si limita alla dimensione discografica, ma comprende pratiche formative, viaggi di studio e una riflessione costante sul rapporto fra musica e comunità.

L’ascolto rivela così un equilibrio particolarmente delicato: da un lato, la persistenza di tradizioni fortemente connotate; dall’altro, la possibilità che tali tradizioni si espongano a un processo di trasformazione senza perdere la propria identità. Non si tratta, dunque, di un incontro pacificato, ma di una convivenza che conserva al proprio interno una quota di irriducibilità. In un panorama sovente dominato da operazioni di superficie, «The Path Before Us» si distingue per una qualità rara: la capacità di pensare la musica come spazio critico. Non un luogo in cui le differenze vengono annullate, ma un ambito in cui esse possono essere ascoltate nella loro complessità, senza semplificazioni. È proprio in questa tensione – mai risolta, sempre riattivata – che il progetto trova la propria necessità.

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