Lorenzo Tucci con «Love Songs From Abruzzo», una terra che suona, tra paesaggi che diventano musica (Millesuoni/ Jando Music, 2026)

0
Lorenzo_Tucci_Ante

La poetica di Tucci emerge soprattutto nella sua capacità di trasformare la batteria in uno strumento narrativo. Non cerca mai il virtuosismo, non impone figure, non sovraccarica. Preferisce creare un clima, un orizzonte in cui le melodie popolari possano muoversi liberamente.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Love songs from Abruzzo» si apre come una tela che prende forma lentamente, con il gesto di chi conosce la materia che sta per trattare e ne rispetta la fragilità. Lorenzo Tucci torna alle proprie radici non per custodirle, ma per farle respirare dentro un trio che vive di ascolto reciproco. Claudio Filippini e Jacopo Ferrazza non accompagnano: abitano lo spazio sonoro con una naturalezza che permette alle melodie popolari abruzzesi di trasformarsi in immagini, colori, movimenti d’aria. Ogni brano diventa un paesaggio interiore, una variazione luminosa che affiora da un ricordo e si espande nel presente.

Il disco nasce da un episodio che ha il sapore di una rivelazione. Durante un incontro inatteso, Ennio Morricone gli dice: «In Abruzzo ci sono delle melodie bellissime». Una frase semplice, ma capace di aprire un varco. Tucci la porta con sé come un seme, e quel seme germoglia anni dopo in un progetto che non vuole illustrare un territorio, bensì evocarlo. Le melodie che ascoltava da bambino diventano materia viva, pronte a essere rilette attraverso un linguaggio che non sovrappone nulla, ma lascia emergere ciò che già esisteva in potenza. Il cuore del disco non risiede soltanto nella scelta delle melodie popolari, ma nel modo in cui il trio le attraversa. Tucci non tratta la tradizione come un oggetto da restaurare, ma quale materia che continua a generare forme. Ogni brano diventa un luogo di passaggio, un punto in cui la memoria incontra l’improvvisazione e la lascia espandere. Il jazz non interviene come sovrastruttura, ma piuttosto come lente che permette di vedere ciò che già esisteva, come quando un pittore osserva un paesaggio familiare e ne scopre una luce nuova. Il rapporto tra tradizione e improvvisazione si manifesta soprattutto nel modo in cui il trio gestisce il tempo. Non c’è mai un andamento imposto: il ritmo nasce dal respiro collettivo, come se i tre musicisti camminassero lungo un sentiero di montagna e decidessero insieme quando fermarsi, quando accelerare, quando lasciare che il silenzio diventi parte del discorso. Tucci guida con una batteria che non marca, ma orienta; Filippini ascolta le sfumature e le trasforma in armonie che si aprono come squarci di cielo; Ferrazza sostiene e rilancia con un contrabbasso che sembra conoscere la topografia emotiva di ogni brano.

«Vola vola vola» appare come un volo radente sopra i campi, una linea melodica che Filippini distende con la cura di un acquerellista. Il pianoforte non descrive: suggerisce. Le sue armonie aprono finestre su colline che cambiano colore con la luce, mentre Ferrazza sostiene il movimento con un contrabbasso che sembra seguire il passo lento di un animale in cammino. Tucci interviene come un pittore che aggiunge tocchi di luce, piccoli colpi di pennello che non interrompono la scena ma la fanno vibrare. «Paese me» apporta un’altra dimensione, più intima. Qui il trio sembra entrare in un borgo abruzzese al tramonto, quando le case si stringono tra loro e le strade si riempiono di ombre lunghe. Il pianoforte disegna linee morbide, quasi a voler accarezzare le pietre antiche; il contrabbasso aggiunge profondità, come se scavasse nella memoria; la batteria suggerisce un passo lento, un cammino che conosce ogni curva. L’ordito melodico diventa un gesto affettivo, un modo di tornare a casa senza cadere nella nostalgia. «Tutte le funtanelle» scorre come una sorgente che affiora tra le rocce. Il trio la affronta con un senso di trasparenza che richiama l’acqua dei torrenti appenninici: limpida, mobile, imprevedibile. Filippini lavora sulle risonanze, lasciando che ogni nota si prolunghi come un riflesso; Ferrazza crea un letto sonoro che accoglie e rilancia; Tucci costruisce un ritmo che non incalza, ma accompagna il fluire. La melodia diventa un paesaggio liquido, un movimento continuo che non si lascia mai afferrare del tutto.

Il paesaggio abruzzese non risulta mai descritto: ma viene evocato. Le montagne entrano nella musica come masse di colore, come presenze che non hanno bisogno di essere nominate. I parchi, con i loro silenzi profondi, diventano spazi di risonanza; il mare Adriatico appare come una linea mobile che attraversa più brani, una presenza che ritorna senza mai ripetersi; i trabocchi, con la loro architettura sospesa, sembrano suggerire la struttura stessa dell’interplay, un equilibrio tra fragilità e resistenza. Ogni luogo diventa un’immagine sonora, un modo di ascoltare ciò che il territorio custodisce. Il trio funziona come un organismo pittorico. Filippini lavora sulle armonie come un artista che conosce il valore delle velature: le sue note non coprono, ma lasciano intravedere ciò che sta sotto. Ferrazza interviene come un incisore, tracciando linee profonde che danno struttura al paesaggio; Tucci aggiunge tocchi di luce, piccoli colpi che illuminano un dettaglio e poi scompaiono. La loro musica non costruisce quadri compiuti: suggerisce scene, lascia che l’ascoltatore completi ciò che non viene detto. «Mare nostre» delinea un orizzonte più ampio, una distesa che si apre davanti all’ascoltatore come un quadro marino di fine Ottocento, dove la linea dell’Adriatico non separa ma unisce. Filippini lascia che il pianoforte si muova come un’onda lunga, una curva che avanza e si ritrae senza mai perdere la propria continuità. Le sue armonie hanno la trasparenza dell’acqua quando il sole la attraversa, e ogni nota sembra riflettere un frammento di luce. Ferrazza entra con un contrabbasso che non imita il moto del mare, ma ne suggerisce la profondità, come se ogni pizzicato aprisse una cavità, un fondale. Tucci interviene con tocchi che ricordano il rumore dei ciottoli trascinati dalla risacca, piccoli colpi che non interrompono il flusso ma lo rendono più vivo. Il flusso melodico si distende come una costa vista dall’alto, con le sue curve, le sue insenature, i suoi silenzi. «L’Acquabbelle» porta con sé un’altra immagine, più terrestre e insieme più aerea. Il titolo evoca una sorgente, ma il trio la trasforma in un gioco di trasparenze che richiama la pittura di paesaggio del primo Romanticismo. Filippini lavora sulle note alte come se stendesse velature sottili, lasciando che la melodia affiori come un ruscello che scende dalla Majella. Ferrazza crea un sostegno che non è mai statico: il suo contrabbasso sembra seguire il percorso dell’acqua tra le rocce, con deviazioni improvvise e ritorni inattesi. Tucci aggiunge un ritmo che non scandisce, ma vibra, come il tremolio delle foglie quando il vento passa tra gli alberi. Il brano diventa un piccolo affresco naturale, un movimento continuo che non cerca un punto d’arrivo ma un modo di fluire.

La poetica di Tucci emerge soprattutto nella sua capacità di trasformare la batteria in uno strumento narrativo. Non cerca mai il virtuosismo, non impone figure, non sovraccarica. Preferisce creare un clima, un orizzonte in cui le melodie popolari possano muoversi liberamente. Ciascun colpo di piatto sembra un riflesso di luce sull’acqua; ogni rullata breve ricorda il rumore del vento tra gli alberi; qualsiasi pausa diventa un’apertura, un invito a entrare nel paesaggio. La sua esperienza internazionale non si traduce in un linguaggio esibito, ma in una sensibilità che sa quando intervenire e quando lasciare spazio. «Na casetta a la Majella» apre un paesaggio più intimo, quasi domestico. Il trio sembra entrare in una scena che potrebbe appartenere a un dipinto: una casa isolata, la montagna alle spalle, un cielo che cambia colore con il passare delle ore. Filippini disegna linee morbide, come se accarezzasse le pareti di pietra; Ferrazza aggiunge un’ombra calda, un sostegno che ricorda il profumo del legno; Tucci suggerisce un passo lento, un cammino che conosce ogni curva del sentiero. Il costrutto motivico delinea un gesto affettivo, un modo di raccontare la vita quotidiana senza idealizzarla. Il trio non cerca di abbellire: lascia che la semplicità diventi forma, che la forma diventi racconto. «Lu ’bbene che j’ te vuje» dispensa una dimensione più lirica. Il titolo stesso porta con sé un’intimità che il trio accoglie con delicatezza. Filippini apre il brano con un tocco che ricorda la pittura a pastello, morbida, sfumata, capace di suggerire senza definire. Ferrazza entra con un contrabbasso che sembra parlare, come se ogni nota fosse una frase sussurrata; Tucci accompagna con un ritmo che non incalza, ma sostiene, come un respiro condiviso. Il portato melodico si traduce in un dialogo, un intreccio di voci che non cercano di prevalere ma di ascoltarsi. Il brano diventa una dichiarazione affettiva, un modo di dire «ti voglio bene» senza pronunciare le parole. «Din Don» chiude il blocco con un’immagine sonora che richiama le campane dei borghi abruzzesi, quelle che scandiscono il tempo senza imporlo. Filippini lavora sulle note ripetute come se fossero rintocchi che si allargano nell’aria; Ferrazza crea un contrappunto che ricorda il rimbombo delle valli; Tucci aggiunge un ritmo che vibra come un’eco lontana. Il brano non imita il suono delle campane: ne cattura l’essenza, la capacità di segnare un momento e allo stesso tempo di dissolversi nel paesaggio. La melodia punta alla comunità, un modo di ricordare che ogni luogo ha un proprio suono, una propria voce.

Il disco, registrato a Roma presso «La Strada» Recording Studio, porta con sé una qualità sonora che amplifica la dimensione pittorica del progetto. La registrazione di Enrico Furzi restituisce la profondità del contrabbasso, la trasparenza del pianoforte, la morbidezza della batteria. Ogni strumento occupa uno spazio preciso, come se fosse collocato all’interno di un quadro in cui la prospettiva non è mai rigida ma si adatta al movimento della musica. L’ascoltatore non percepisce una sala di registrazione: percepisce un paesaggio.

Lorenzo Tucci

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *