Pasquale Cataldi con «Maybe»: la scomposizione dei generi e il primato della forma sonora (Filibusta, 2026)
«Maybe» non è solo un debutto, ma un piccolo saggio di architettura timbrica che pone l’autore tra i disegnatori di spazi acustici più interessanti della nuova scena jazzistica nazionale.
// di Cinico Bertallot //
Pasquale Cataldi inaugura la propria traiettoria autoriale con «Maybe», opera edita da Filibusta Records che delinea un perimetro estetico di notevole complessità speculativa. Il batterista e compositore romano rifugge le semplificazioni idiomatiche per approdare a una sintesi formale dove le istanze del jazz contemporaneo dialogano con le pulsazioni dell’R’n’B, le asperità del rock ed i rigori strutturali della musica colta. L’intero impianto compositivo si regge su una costante ridefinizione dei ruoli strumentali, sottraendo la batteria alla funzione di mero metronomo per elevarla a voce narrante, capace di modellare l’andamento sintattico di ogni singola pagina musicale.
L’assetto esecutivo di «Maybe» s’ispira a una logica di equilibrio tra il rigore della scrittura e l’estemporaneità del gesto performativo. Cataldi – batteria e sintetizzatore – musicista di solida formazione e tecnicamente raffinato, coordina un ensemble eterogeneo che fonde la lucentezza dei fiati con le asperità delle chitarre elettriche ed il calore degli archi, senza mai scivolare in eccessi virtuosistici: Filippo Molicone: tromba; Lorenzo Corsi: flauto; Marco Bonelli: curved sax soprano; Michele Campo: violino; Jack De Carolis:chitarra elettrica; Giuseppe Sacchi: piano e synthesizer; Andrea Pochesce: contrabbasso e basso elettrico. La fisionomia del suono si connota per una stratificazione accurata, dove l’elettronica dei sintetizzatori s’insinua tra le maglie di un contrappunto moderno, evocando atmosfere che richiamano la frammentazione narrativa di certa cinematografia d’autore, piuttosto che la linearità del jazz di maniera.
L’apertura dell’album, affidata a «So Catchy», manifesta immediatamente la volontà di scardinare la prevedibilità formale attraverso l’irruzione di eventi sonori improvvisi, sostenuti dal quartetto di violini che dona al componimento un’aura fonica quasi cameristica. Tale approccio si evolve in «Places», episodio in cui la memoria e la percezione spaziale diventano oggetto di un’indagine sonora che include la voce di David Lynch, la cui estetica del perturbante trova un corrispettivo acustico nel dialogo tra flauto e sezione ritmica. Cataldi mostra di essere musicalmente eloquente nel gestire silenzi e pieni orchestrali, conducendo l’ascoltatore in un territorio dove l’onestà espressiva s’interroga sul senso stesso della creazione, come avviene nella meditativa «Sorry». La partitura che dà il titolo al disco, «Maybe», rappresenta il baricentro teorico dell’intera opera. Partendo da una cellula tematica micro-organica di sole tre note, l’autore sviluppa una serie di trasformazioni armoniche che riflettono l’incertezza semantica suggerita dal titolo, muovendosi tra la fluidità del groove afroamericano e l’energia dirompente del jazz/funk. In questo solco si colloca anche «The Jet», dove il tratto espressivo si fa più spigoloso e vicino alle dinamiche del rock, a testimonianza di una versatilità che non intacca mai l’ordine interno del progetto.
Un momento di particolare interesse musicologico è rappresentato da «2012», in cui il quartetto d’archi torna a dialogare con il basso sintetico in una dialettica tra acustico e digitale che evoca un senso di rinascita spirituale. Il legame con la tradizione non viene tuttavia reciso, bensì rielaborato in «Like», omaggio consapevole alle strutture policrome di Charles Mingus ed alle asimmetrie ritmiche di Thelonious Monk. Qui, l’instabilità diventa una scelta formale deliberata, un gioco di tensioni non risolte che trovano la propria catarsi nella traccia conclusiva, «Corde». Questo componimento, articolato lungo metri dispari e polimetrie stratificate, conclude il percorso con una melodia essenziale ed icastica, metafora di un’evoluzione interiore che non cerca approdi definitivi, ma si riconosce nel fluire del mutamento. Cataldi firma una produzione che si segnala per l’accortezza nel gestire le masse sonore e per la profondità di un pensiero compositivo che abita i confini tra i generi con estrema consapevolezza. «Maybe» non è solo un debutto, ma un piccolo saggio di architettura timbrica che pone l’autore tra i disegnatori di spazi acustici più interessanti della nuova scena jazzistica nazionale.
