«Metropolitan Views» di Nicola Meneghini: il rito della forma nell’orizzonte elettrico, tra sistemi armonici e percezioni urbane (Dodicilune, 2026)

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«Metropolitan Views» si attesta come un progetto di respiro europeo, in cui la tradizione colta e la prassi jazzistica s’incontrano senza attriti, dando vita a un disegno musicale che riflette la complessità del nostro tempo.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’orizzonte estetico delineato da Nicola Meneghini in «Metropolitan Views», pubblicato sotto l’egida dell’etichetta Dodicilune, si manifesta quale esito di una ricerca analitica rigorosa, in cui la speculazione armonica s’accompagna a una sensibilità plastica verso lo spazio urbano. Il musicista vicentino, forte di un magistero accademico che spazia dal diploma in tromba conseguito presso il Conservatorio A. Pedrollo alla specializzazione in Nuove Tecnologie e Multimedialità presso l’istituzione trentina, distilla in queste pagine musicale un’erudizione che rifugge il mero accademismo per farsi gesto espressivo eloquente. La fisionomia del suono, che permea l’intero lavoro, trae linfa da un’eredità contrappuntistica solida, in virtù della quale ogni linea melodica s’invera in un dialogo serrato con le strutture sottostanti, senza mai cedere alla tentazione del decorativismo fine a se stesso.

Il quintetto «Synergika», formazione che Meneghini guida con mano ferma e mente aperta fin dal 2019, rappresenta lo strumento ideale per la traduzione acustica di tale visione, avvalendosi della perizia di Fabio Pavan al sax tenore, Samuele Donadio alle tastiere ed al piano elettrico, Christian Guidolin al basso elettrico e Gabriele Grotto alla batteria. La scelta di tale denominazione non appare casuale, bensì definisce un sistema armonico in cui l’interazione tra i componenti prevale sulla dialettica dei solisti, spostando il fulcro dell’indagine critica dal virtuosismo individuale alla coerenza dell’impianto compositivo globale. All’interno di questo tracciato, la tromba ed il flicorno di Meneghini agiscono quali vettori di una narrazione che si snoda tra le geometrie del jazz elettrico e le suggestioni della fusion, mantenendo tuttavia un ordine interno che rimanda alla grande tradizione della scrittura cameristica. L’opener del progetto, affidato a «Improvisation», s’inaugura con un atto di creazione collettiva in cui i cinque musicisti pongono in essere un paesaggio sonoro magmatico, privo di schemi precostituiti. In questo episodio sonoro, la materia fonica s’articola mediante micro-variazioni ritmiche e velature acustiche che suggeriscono una spazialità quasi cinematica, dove il silenzio s’interroga sulla propria natura prima di risolversi nel gesto strumentale. La transizione verso «Promenade» avviene con una naturalezza che svela la logica modulare dell’opera; qui, l’andamento sintattico s’ispira alla figura del flâneur benjaminiano, percorrendo idealmente le arterie di una metropoli invisibile mediante una scansione ritmica elastica ed una progressione accordale che riflette le luci e le ombre di un contesto antropizzato.

Appare evidente come la formazione di Meneghini in armonia, contrappunto e fuga influenzi la distribuzione delle voci in composizioni quali «Giusy Theme», dove il lirismo del tema principale viene supportato da una trama sonora ricca di tensioni sottili e risoluzioni mai scontate. Il profilo acustico del sax tenore di Pavan s’innesta con grazia nel disegno armonico di Donadio, il quale, facendo leva sulle potenzialità timbriche del piano elettrico, ammanta il discorso musicale di un’aura fonica che richiama la trasparenza di certe pagine di Gabriel Fauré o le atmosfere rarefatte di Maurice Ravel. Tale connessione con la scuola francese s’esplicita in modo programmatico in «Pavane Jazz», in cui la struttura formale della danza antica viene riletta mediante il prisma del linguaggio jazzistico contemporaneo, trasformando la solennità originaria in una geometria timbrica vibrante e moderna. La tensione drammatica s’incrementa sensibilmente in «Suspense», un episodio in cui l’incertezza armonica e l’equilibrio instabile dei raccordi ritmici mantengono l’ascoltatore in una condizione di attesa feconda. In questo quadro formale, l’uso accorto delle dissonanze ed il ricorso a pedali ostinati da parte di basso e batteria creano una stratificazione sonora che s’allontana dalla solarità della fusion tradizionale per esplorare territori più complessi ed interiormente articolati. Il contributo di Christian Guidolin e Gabriele Grotto risulta qui fondamentale, poiché la loro capacità di modulare la densità del battito permette al leader di tracciare linee melodiche che s’irradiano con forza, scavando solchi profondi nel tessuto della composizione. Il tributo doveroso a una delle figure cardine del modernismo jazzistico si manifesta in «Remember Chick», omaggio alla memoria di Chick Corea che s’allontana dalle facili imitazioni stilistiche per indagare, piuttosto, la logica costruttiva e la gioia della scoperta che caratterizzarono la produzione del pianista statunitense. Meneghini non si limita a citare, bensì elabora un idioletto che fonde la lezione di Corea con la propria sensibilità intuitiva, utilizzando intervalli ampi ed una vivacità agogica che rende il brano musicalmente eloquente. L’uso del piano elettrico da parte di Donadio richiama le fisionomie sonore dei «Return to Forever», ma le riposiziona all’interno di un’architettura timbrica più sobria, dove la limpidezza del suono della tromba agisce da contrappeso a ogni possibile deriva virtuosistica.

In «Solar Requiem», il clima si fa più austero e riflessivo, quasi che la musica volesse farsi preghiera laica o meditazione sullo scorrere del tempo negli spazi impersonali della modernità. L’impianto compositivo si regge su una scrittura che privilegia la verticalità degli accordi e la purezza del colore sonoro, evitando qualsiasi accumulo sintattico superfluo affinché ogni nota possa risuonare nel vuoto circostante. Si segnala, in questo passaggio, la capacità di Meneghini di orchestrare i silenzi e le pause con la stessa cura dedicata alle parti scritte, dimostrando una maturità che lo pone tra i costruttori di forma più interessanti del panorama attuale. L’episodio conclusivo, «New Piece», apre idealmente verso nuovi orizzonti di ricerca, suggerendo che la visione metropolitana di Meneghini non sia un sistema chiuso, bensì un organismo in continuo divenire. La fisionomia del suono si fa qui più spigolosa e sperimentale, integrando forse quelle competenze maturate nell’ambito delle nuove tecnologie che s’infiltrano tra le pieghe del discorso acustico. L’interplay tra i membri di «Synergika» raggiunge vertici di notevole intensità, confermando come la scelta di una formazione stabile sia stata determinante per il raggiungimento di un assetto narrativo così solido ed efficace. In definitiva, «Metropolitan Views» si attesta come un progetto di respiro europeo, in cui la tradizione colta e la prassi jazzistica s’incontrano senza attriti, dando vita a un disegno musicale che riflette la complessità del nostro tempo. Nicola Meneghini dimostra di essere un disegnatore di spazi acustici consapevole e raffinato, in grado di organizzare la materia sonora con una precisione quasi ingegneristica, pur lasciando che il respiro dell’improvvisazione dia calore e vita alla struttura formale. Questo lavoro discografico non si limita a proporre una serie di composizioni, ma delinea un vero e proprio codice espressivo che merita di essere indagato con la medesima cura con cui è stato concepito.

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