«Tribute To Mingus»: il Genio di Nogales, riadattato al codice espressivo di Enrico Rava (Adda Records, 1992)

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Il progetto non aspira a un revival fotocopia, ma piuttosto a interrogare il codice espressivo mingusiano attraverso un medium esecutivo europeo, dove ciascun elemento strumentale contribuisce a configurare un procedimento coerente e sfaccettato, misurato sulla tensione tra memoria storica e reinterpretazione.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Nel 1992 viene dato alle stampe «Tribute To Mingus», registrato l’anno precedente. Un progetto che riunisce attorno a Enrico Rava un quintetto di musicisti europei di alta levatura con l’intento di misurarsi con l’eredità compositiva di Charles Mingus. La pubblicazione, sostenuta dalle etichette Adda Records e Charlotte Records, evidenzia immediatamente l’orientamento estetico dell’operazione, distante da ogni esercizio celebrativo e incline, piuttosto, a un confronto strutturale con una scrittura tra le più ardite del Novecento jazzistico.

Rava, alla tromba e al flicorno, assume il compito di rielaborare un materiale tematico che nasce da una concezione fortemente plastica del suono mingusiano. Lungi dal limitarsi a una riproposizione calligrafica, egli plasma le linee melodiche con un fraseggio obliquo, talora diradato, talaltra incisivo, facendo leva su un controllo dinamico che predilige la sottrazione. Il suo profilo acustico, spesso velato, rifugge dall’enfasi declamatoria e preferisce un canto trattenuto, quasi meditativo, incline a far emergere l’inquietudine sottesa a molte pagine del contrabbassista statunitense. Accanto a lui, François Jeanneau al sax tenore sviluppa un discorso di notevole lucidità sintattica. Il suo intervento non punta all’asperità a ogni costo, ma delinea un percorso che si muove tra modalità e cromatismi con accortezza, lasciando che le tensioni armoniche si dispieghino gradualmente. Hervé Sellin al pianoforte organizza l’ordito accordale con finezza, distribuendo cluster controllati, voicing aperti e progressioni che talvolta sospendono la centralità tonale senza dissolverla del tutto. François Méchali al contrabbasso sostiene l’insieme mediante una pulsazione elastica, mentre André Ceccarelli alla batteria governa le dinamiche con un senso del colore percussivo che evita ogni ridondanza spettacolare. Il repertorio affrontato comprende alcune tra le composizioni più rappresentative di Mingus. L’intero lavoro rivela un atteggiamento rispettoso, ma non deferente. Rava e i suoi partner si s’innestano nel solco mingusiano senza cedere all’imitazione, privilegiando un’indagine sulla forma, sulla distribuzione delle masse sonore, nonché sull’equilibrio tra scrittura e improvvisazione. Ne scaturisce un omaggio che, più che celebrare, analizza e riformula e dispensa una lettura europea di un corpus musicale nato nel cuore della tradizione afroamericana e restituendone la complessità con rigore e sensibilità.

Scendendo nel dettaglio, l’opener, «Pithecanthropus Erectus» si presenta come una rielaborazione della componente originaria, brano pionieristico che Mingus compose negli anni Cinquanta e che segnò una svolta nell’idea di gruppo jazz come organismo collettivo in evoluzione. La versione proposta dal quintetto si concentra sulla progressione delle idee tematiche, dilatando e comprimendo le tensioni armoniche con l’ausilio di frasi di tromba e sax che non ricercano l’aggancio parodico al modello storico, bensì interrogano la logica delle sezioni e la loro reciprocità timbrica. Il pianoforte controlla la procedura accordale con una scansione che favorisce le variazioni per gradi minimi piuttosto che salti aufführerati (dal tedesco Aufführung, esecuzione) – ma se preferite, progressioni per intervalli non congiunti – mentre la sezione ritmica mantiene l’equilibrio tra spinta e sospensione, consentendo alle linee tematiche una continuità discorsiva mai ovvia. Nel secondo episodio, «Duke Ellington’s Sound Of Love» assume un rilievo lirico più pronunciato. Originariamente dedicato alla memoria di Ellington, questo componimento riflette la stima profonda di Mingus per il grande architetto del jazz e richiama la sua capacità di trasporre l’eredità ellintoniana in un linguaggio personale, tra tono elegiaco e contrappunto implicito. La traslazione proposta da Rava tende verso una cantabilità trattenuta, dove il fraseggio di tromba, calibrato con frugalità, si assesta su una trama armonica che non implora la risoluzione tonale ma invita l’ascolto a considerare ogni accordo come nodo di relazioni più ampie. «Remember Rockefeller At Attica» possiede una matrice narrativa diversa, essendo connesso originariamente a un fatto storico e politico (le rivolte della prigione di Attica e la decisione del governatore newyorkese Nelson Rockefeller). Mingus, pur nella sua originaria concezione, non si limitava alla citazione di eventi ma sviluppava materialmente quella tensione in un andamento che alterna momenti di spinta ritmica e pause riflessive. La rilettura del quintetto esplora queste contraddizioni interne, traducendo l’intento originario in un discorso in cui le transizioni armoniche, orchestrate con misura, offrono un continuo dialogo di contrasti tra tempi e colori sonori.

«Nostalgia In Times Square» incarna un diverso tipo di riflessione, permeata di una memoria di luoghi e di atmosfere urbane. Mingus la pensò come omaggio a un ambiente metropolitano in cui le identità si sovrappongono e si dissolvono, e qui la si percepisce non tanto come citazione storica quanto come modalità di evocazione sonora. L’intervento di sax e tromba si dispone su un clima armonico che richiama, attraverso voicing aperti e scelte di fraseggio, un sentimento di nostos jazzistico: ritorno e revisione costante. La struttura del brano, reinventata senza tradire la scrittura originaria, disegna linee che si aprono e chiudono con una coerenza interna attentamente bilanciata. «Fables Of Faubus» richiama un capitolo tra i più noti dell’agire di Mingus, originariamente pensato come satira politica e critica sociale. La sua versione primigenia mescolava la foga ritmica con una marcata componente combattiva, e la ripresa da parte del quintetto non elude il senso di denuncia, bensì ne traduce la dialettica in una tessitura in cui le dissonanze armoniche emergono con decisione e l’interazione delle voci sottolinea l’ironia implicita e la forza espressiva del materiale tematico. Infine, «Goodbye Pork Pie Hat» ravviva un capitolo di notevole intensità narrativa all’interno della discografia mingusiana: composta in memoria di Lester Young, questa pagina fonde lirismo e malinconia senza indulgere in sentimentalismi. Nella lettura del quintetto, la linea melodica principale si fa veicolo di un canto trattenuto, in cui la tromba e il flicorno di Rava suggeriscono un dialogo con il fantasma sonoro di Young, restituendo la composizione quale racconto affettivo più che come mera citazione. Le scelte armoniche intorno al tema non forzano risoluzioni convenzionali ma anzi restano vagamente in bilico, generando una riflessione sull’eredità e sulla mutazione del gesto melodico. Nel complesso, l’analisi di questi episodi evidenzia che il progetto non aspira a un revival fotocopia, ma piuttosto a interrogare il codice espressivo mingusiano attraverso un medium esecutivo europeo, dove ciascun elemento strumentale contribuisce a configurare un procedimento coerente e sfaccettato, misurato sulla tensione tra memoria storica e reinterpretazione.

Enrico Rava

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