«Blue in Green» da Miles Davis a Enrico Rava
Enrico Rava
Chi meglio di Enrico Rava in Italia sa parlare di Miles Davis? Forse nessuno, perché il trombettista – da decenni tra i più apprezzati al mondo – allo stile di Miles Davis s’ispira spesso e volentieri, benché premetta subito che l’altro grande suo idolo resta Chet Baker.
// di Guido Michelone //
Blue in Green fa parte di Plays Miles Davis –conosciuto anche come Diary I – il disco del concerto che Enrico Rava tiene il 5 luglio 2001 per il Montreal Jazz Festival: un’ora di tributo al grande trombettista nero, nel decennale della scomparsa, in compagnia di una compagine All Stars tutta italiana: Paolo Fresu (tromba), Stefano Bollani (piano), Enzo Pietropaoli (contrabbasso), Roberto Gatto (batteria). Francesi invece il fotografo, il grande Guy Le Querrec che in rigoroso bianco e nero documenta l’evento sul libretto allegato e la casa discografica, l’indipendente Label Bleu, da metà anni Ottanta, specializzata nel jazz contemporaneo e nella musica etnica. Rava tra un impegno l’altro, a fine 2001, è disponibile per un’intervista: baffo spiovente, capelli grigi lunghissimi, look fricchettonesco, con la proverbiale flemma, condita da un simpatico miscuglio di pessimismo esistenziale, di intelligente autoironia e di autentiche passioni, ha risposto a tutte le domande.
Ma prima di ascoltarlo è doveroso aggiungere qualche cenno alla sua interpretazione di un pezzo fondamentale del repertorio davisiano: Blue in Green, inciso il 2 marzo 1959 terzo brano del mitico album Kind of Blue di Miles Davis, risulta una delle due ballate presenti nella registrazione (l’altra è Flamenco Sketches), resta l’unico nel 33 giri a non includere il sax contralto Cannonball Adderley. Nelle note di copertina originali, il pianista Bill Evans descrive il brano come una forma circolare di 10 battute che segue un’introduzione di 4 battute ed è suonata da solisti con vari aumenti e diminuzioni di tempo. Dopo quattro breakdown, in gran parte creati dal bassista Paul Chambers, la quinta take ha prodotto l’unica versione originale completa di Blue in Green.
Nella descrizione del critico Ashley Kahn, che al disco dedica un intero libro spiega: «Dopo un’introduzione leggera e ariosa di Evans, che crea un paesaggio tranquillo in cui il gruppo può immergersi, segue un’atipica sequenza palindromica di assoli: Davis, poi Evans, poi il sax tenore John Coltrane, poi di nuovo Evans e infine di nuovo Davis». L’intensamente languido di Davis è fornito dall’esecuzione con sordina ed è frutto in gran parte di note tenute a lungo, mentre Evans, come sottolinea Kahn: «(…) mostra una padronanza impressionante del colore e della voce nel suo modo di suonare gli accordi (…). Il primo amore di Coltrane per la leggerezza e l’ariosità di Lester Young è evocato con effetto opportuno nella sua affermazione meditabonda e fugace. Evans ribadisce il tema e il pezzo sfuma sulle note con l’arco di Chambers. Sulla registrazione della sessione, il produttore Irving Townsend commentò: Bellissimo… Bellissimo».
Blue in Green ha una paternità controversa, perché a lungo ipotizza che Evans (e non Miles) sia l’autore del pezzo sebbene l’LP e alcuni brutti libri di jazz ne attribuiscano la composizione al solo Davis. Nella sua autobiografia, il trombettista sostiene di comporre da solo i brani di Kind of Blue, ma nel 1986 avrebbe dichiarato a Quincy Troupe che lui ed Evans scrivono insieme Blue in Green. La versione del brano presente nell’album in trio di Evans, Portrait in Jazz, registrato alla fine del 1959, lo attribuisce a Davis-Evans. E in un’intervista radiofonica trasmessa il 27 maggio 1979, Bill stesso afferma la paternità del brano. Interrogato sulla questione dalla pianista Marian McPartland, rivela: «La verità è che [ho scritto la musica]… Non voglio farne un caso giudiziario. La musica esiste e Miles ne riceve i diritti d’autore». Evans inoltre sostiene che quando, all’epoca, lascia intendere di avere diritto a una quota delle royalties, Davis gli firma un assegno di 25 dollari».
Il batterista Jimmy Cobb al proposito dichiara: «In realtà, gran parte di quel materiale [per Kind of Blue] è stato composto in collaborazione con Bill Evans». Allo stesso modo, l’amico di Evans, il compositore Earl Zindars, in un’intervista condotta da Win Hinkle nel 1993, afferma che Blue in Green risulta in effetti al 100% di Bill, aggiungendo: «So che [una di queste] è perché l’ha scritta nel mio appartamento dove alloggiavo a East Harlem, al quinto piano senza ascensore, ed è rimasto fino alle 3 del mattino a suonare queste sei battute più e più volte». Come osserva Peter Pettinger, Zindars possiede qualche pezzo di spartito per dimostrare la verità. Inoltre, in una registrazione realizzata nel dicembre 1958 per l’album Chet di Chet Baker (diversi mesi prima delle sessioni di Kind of Blue), l’introduzione di Evans allo standard Alone Together consiste negli stessi accordi dell’intro di Blue in Green.
La versione di Rava, quasi mezzo secolo dopo, rispetto all’originale (circa cinque minuti e mezzo), dura il triplo (sedici minuti e ventisette secondi), è sempre in quartetto, con la classica ritmica (Stefano Bollani, VVV, Roberto Gatto), ma con una front line diversissima e impensabile per Miles: un’altra tromba (Paolo Fresu) al posto del sax tenore. Su fattore tempo si sa che dal vivo i singoli brani vengono dilatatati o anche suonati velocemente (lo fa pure il Davis degli anni Sessanta con i suo Golden Quintet) ma nel caso di Enrico si tratta di un jazz postmoderno, che nel caso di Rava, proviene dal free, che via via ammorbidisce lanciandosi già negli anni Ottanta verso un sound personale quasi indefinibile ma di estrema originalità e di valore artistico. Dopo una bella intro di Bollani inizia sordinato Rava a duettare lungamente, rilassato, con il pianoforte e poi con il contrabbasso; segui quindi un duetto onirico piano/basso, in cui s’inserisce la tromba che elargisce una nota lunghissima (che riscuote applausi immediati) per far continuare quindi, a metà percorso circa, il brano all’insegna di altri solismi.
A pochi mesi dall’uscita del disco, da uomo onesto e sincero da sempre, Rava dice: «Abbiamo suonato anche meglio dopo, perché il repertorio si è ampliato molto. Comunque, sì, era una buona serata, perché c’era tanto pubblico in sala, come si nota anche dall’ascolto del disco: sembravano i fans dei Rolling Stones, con reazioni incredibili. Dunque c’era un bellissimo clima con gli spettatori. Era la quarta volta che mi invitavano al Festival di Montréal e a quelli di Vancouver e Toronto, dove avevo già portato la Carmen. Dopo queste esperienze avevo quindi carta bianca e non è male per un jazzista». Preciso altresì il giudizio su Davis: «Non ho problemi nel dire che il Miles che io amo è quello che va dal 1945 al 1968. Il suo My funny Valentine secondo me è uno dei dischi più belli del XX secolo. È un grande a tutto tondo: non è solo un grande trombettista, è un grandissimo trombettista, e soprattutto un grande musicista, un grande catalizzatore, un grande iniziatore, un grande pensatore, un inventore di gruppi, di ritmiche, di sonorità, è un opinion leader, è un must». E tutto questo senza mai volerne imitare la musica di Miles: «Chiaramente: l’omaggio non vuole dire copiare il musicista, ma più o meno interpretarne un po’ del suo repertorio…». E ciò porta alla domanda sulla soddisfazione per Blue in Green e per l’intero album: «Sì, come puoi essere soddisfatto di un disco. Pensi sempre che potrebbe essere meglio. Ma potrebbe anche essere peggio, quindi… Un musicista non è mai completamente soddisfatto delle cose, perché poi quando le fa, sente tutti i difetti più degli altri, capisci? Perciò nell’insieme sono più soddisfatto del concerto, del clima che c’era. Però questo Cd è anche un bell’oggettino, c’è una bella copertina, un bel libretto. Nell’insieme un disco di cui sono felice».
Chi dunque meglio di Enrico Rava in Italia sa parlare di Miles Davis? Forse nessuno perché il trombettista italiano (nato a Trieste il 20 agosto 1939), non solo è trombettista (da decenni tra i più apprezzati al mondo) ma allo stile di Miles Davis si ispira spesso e volentieri, benché premetta subito che l’altro grande suo idolo resta Chet Baker, che per lui forse sono le due facce di una stessa medaglia. Come asserisce in una lunga precedente chiacchierata rispetto a quella canadese: «Chet e Miles – sostiene Rava – hanno moltissimo in comune. Chet adorava Miles; era stato molto influenzato da lui a cominciare dal repertorio: gran parte del repertorio di Chet era il repertorio di Miles dei primi anni Cinquanta». I giudizi dell’uno sull’altro non sono teneri: «Miles diceva un sacco di cose, era un provocatore, parlava male di Chet, però di fatto leggo tra le righe che Chet suona benissimo, quello che fa incazzare Miles era che nel momento di maggior successo di Chet, negli anni Cinquanta, c’erano trombettisti neri bravissimi come Clifford Brown, Fats Navarro, Kenny Dorham che venivano ignorati, mentre tutta la critica stravede per Chet. Miles ne fa un fatto politico, di razzismo, e non ha tutti i torti, per altro. Non ha neanche tutte le ragioni, secondo me, però non ha tutti i torti, perché Chet non è diventato un personaggio incredibile a soli 23 anni solo perché era bianco, ma per il fatto che era una persona speciale, specialissima».
Le vicende personali conducono poi a stili di vita assai differenti: «Non c’è un pensiero vitale dietro Chet, nemmeno la voglia di chiamare il tal musicista o il tal altro per la musica da eseguire in concerto o su disco. Non come Miles, Chet va e suona con chi c’è. Chet è un perdente, Miles un vincente, su questo non ci sono dubbi». In merito ai contatti diretti, il trombettista italiano vive due esperienze opposte: «Non ho conosciuto Miles abbastanza bene, gli ho parlato, è stato anche molto carino, però non posso dire di averlo conosciuto. Chet lo conoscevo veramente e ci ho suonato assieme parecchie volte. Io e Miles abbiamo chiaccherato una mezz’oretta e Miles era molto gentile, molto macho anche, giocava molto a fare il jazzista duro. Quella volta Miles era molto affabile, era in un buon mood, gli faceva piacere chiacchierare. Insomma è stato carino». Ma si sa che in compagnia di Davis non è sempre così: «Altri con lui – precisa Rava – hanno avuto esperienze diverse. Mi dicono che fosse uno molto timido e che quindi a volte reagiva con un’aggressività pazzesca; certe cose facevano girare le palle a Miles e poteva partire in quarta. Nel caso specifico per fortuna quell’aspetto non l’ho visto. Sicuramente però esiste perché ne parlano tutti». A questo punto anche Enrico ha un aneddoto: «So per esempio che Miles un giorno alle prove è uscito e si è nascosto a sentire Paul Chambers che si lamentava e che diceva che Miles era uno stronzo. Miles è rientrato, gli ha ficcato un pugno in faccia e l’ha steso per terra. Miles è pieno di storie del genere».
Non tutto il Davis musicista è incondizionatamente apprezzato da Rava: «Non ho problemi nel dire che il Miles che io amo è fino al 1968, poi lo amo sempre anche dopo, però molto meno. Li ho i dischi di ‘dopo’, ma non li ascolto mai. Io credo che saranno anni che non ascolto i dischi di Miles degli ultimi gruppi dal 1982 sino alla fine, né quelli elettrici prima del ritiro. Anche se in questi dischi appena fa una nota, vale più la nota di Miles dell’opera omnia di tutti i trombettisti del mondo messi insieme. Sta di fatto che sono dischi che non ascolto mai perché amo infinitamente di più gli altri. Ascolto invece di continuo, e mi porto dietro quando viaggio, i primissimi dischi con Charlie Parker, passando per Birth of the Cool, poi i primi Prestige con Horace Silver, John Lewis, Kenny Clarke, album come Blue Eyes, Bags Groove, Cookin’, dischi che adoro. Poi i dischi con John Coltrane, quelli CBS con Tony Williams, Herbie Hancock, Ron Carter, George Coleman sopra di tutti My Funny Valentine che secondo me è uno dei dischi più belli del XX secolo».

