«Album Of The Years» di Art Blakey And The Jazz Messengers: una memorabile giornata a Parigi nel 1981

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Ci immergemmo in quel clima di festa in onore del primo presidente socialista François Mitterrand che sconfisse alle elezioni presidenziali i conservatori. Andammo alla Place de la Bastille e festeggiammo l’evento storico. L’indomani salutai Carole Bouquet e da quel giorno non la rividi più. Ci sentimmo sporadicamente negli anni successivi e ricordammo sempre con piacere quella memorabile giornata del 1981.

// di Marcello Marinelli //

Era il lontano agosto 1980 e mi trovavo a Ravenna ad assistere ai concerti del festival jazz della città. Era una giornata torrida, precisamente il 20 del mese. Si esibiva il quartetto di Roy Haines che comprendeva il leader alla batteria, Hank Jones al piano, Richie Cole al sax alto e Jack Six al contrabbasso ma non sono così sicuro di questi nomi, è passato tanto tempo. Quello di cui sono sicurissimo è che conobbi per caso Carole Bouquet, allora un’attrice semi sconosciuta, aveva girato l’anno prima «Quell’oscuro oggetto del desiderio» di Luis Buñuel nel pomeriggio prima del concerto. Stavo con due amici e ci stavamo rollando una canna appartati quando ci venne incontro la tipa che sfoderò un sorriso accattivante, che accattivante è a dir poco, aveva sentito l’odore inconfondibile della gangia e voleva fare un tiro. Stupiti da tanto ardire da parte della ragazza la facemmo accomodare accanto a noi e fumammo il calumet della pace e poi assistemmo al bel concerto del gruppo del batterista. Stava da sola e si unì a noi che demmo il massimo di noi in quanto a ospitalità e simpatia. Passammo una bellissima serata e ci scambiammo gli indirizzi. Parlammo di tutto, di amore, di politica e naturalmente di jazz.

Carole ci disse che conosceva un grande ingegnere del suono di Parigi, era un suo vecchio amico un tale di nome Philippe Omnes che lavorava nel celeberrimo studio di Parigi il Davout Studios. Era uno dei più richiesti ingegneri del suono per l’abilità di catturare il suono giusto nello studio. Rimasi in contatto Con Carole e l’anno successivo l’andai a trovare a Parigi. Proprio in quel periodo, aprile del 1981, erano nella città Art Blakey e i Jazz Messangers per un tour europeo organizzato da Win Wigt il deus ex machina dell’etichetta olandese Timeless. Per l’occasione aveva organizzato una registrazione al Davout Studio con l’amico di Carole al suono. Ovviamente Carole mi invitò a presenziare all’incisione. Io non stavo più nella pelle, le mie ossa stavano per conto loro senza copertura epidermica. Dopo aver ricongiunto le ossa alla pelle e dopo aver accolto la notizia con entusiasmo passammo la giornata insieme, la sessione era per l’indomani. Con Carole, nonostante fossimo ambedue impegnati, successe quello che può succedere quando due persone si piacciono e infrangemmo, a malincuore da una parte, e con soddisfazione dall’altra, al nostro precetto di fedeltà. Fu la nostra prima e l’ultima volta, in seguito rimanemmo amici puri.

Ci presentammo al Davout Studios in Boulevard Davout, 73 all’orario concordato. Carole mi presentò prima il padrone di casa Philippe Omnes, il suo assistente Daniel Abraham il mitico Win Wigt e il suo vice John Ramsey. Subito dopo entrarono i musicisti. Entrò per primo il leader allora sessantenne Art Blakey con quella faccia da malandrino che ne aveva viste di tutti i colori nella sua vita. Poi fu la volta dei giovani musicisti del gruppo. Bobby Watson, al sax alto, il più famoso del gruppo che dal 1977 al 1981 fu il direttore musicale del gruppo, erano suoi gli arrangiamenti e un brano composto da lui «In Case You Missed It», mentre un altro brano della sessione «Ms. B.C.» era di sua moglie Pamela Watson. Questo disco segnò la fine della collaborazione del sassofonista e l’inizio della sua carriera solista. Poi entrarono alla spicciolata tutti gli altri membri del gruppo, Bill Pierce, al sax tenore, James Williams pianista, Charles Fambrough contrabbassista e il più giovane di tutti il trombettista diciannovenne Wynton Marsalis. Tranne il leader e Bobby Watson tutti gli altri, per me, perfetti sconosciuti. Era una prerogativa di Art Blakey andare a pescare giovani talentuosi musicisti e inserirli nei suoi messaggeri. Il Jazz Messengers di Art Blakey era un gruppo e un marchio collaudato dal 1956. Nel corso degli anni cambiavano gli addendi ma il prodotto non cambiava e tutti, o quasi tutti, i musicisti che transitavano nel gruppo sarebbero poi diventati musicisti di grande levatura. I Jazz Messengers era un marchio così famoso nell’ambito del jazz che altri loghi tipo, Mercedes, Ford, Ma Donald al suo cospetto sparivano. Vabbè, mi piacciono le iperboli.

Il primo pezzo in scaletta fu nientepopodimenoche un pezzo di Charlie Parker «Cheryl» tanto per far capire l’aria che tirava, Hard Bop muscolare che traeva linfa dal lessico Be Bop parkeriano. L’energia inondò lo studio e i fuochi pirotecnici ebbero inizio. Il pezzo di Parker magistralmente arrangiato da Watson. Iniziò il valzer degli assoli Bill Pierce al tenore. Il tenor sassofonista veniva definito il gigante silenzioso per la sua serafica tranquillità e anche il veterano del gruppo dei giovani anche se aveva solo trentadue anni. Era l’unico che sapeva placare la famosa irruenza del vecchio leader e per farlo dormire gli parlava di storia o dei dischi di Duke Ellington, era il professore del gruppo, amante delle buone letture e più tranquillo caratterialmente, non a caso, dopo i Messengers, è diventato una colonna portante del Berklee College Of Music. Seguì il solo di Wynton Marsalis che offrì un suono e un fraseggio di grande spessore. Poi fu il turno dell’architetto Bobby Watson. Finì la girandola James Williams al piano e gli immancabili scambi di quattro battute dei solisti con il batterista compreso anche il contrabbassista Charles Fambrough. Seguì la già citata «Ms B.C.» brando dedicato dalla moglie di Bobby Watson alla grande cantante Betty Carter con cui aveva collaborato che al pari del batterista era stata una grande talent scout e che era considerata un tiranno del ritmo in quanto ad accelerazioni e il brano rimandò alla padronanza del ritmo della cantante.

Io e Carole ci guardammo con grande senso di complicità e ammirazione per quello a cui stavamo assistendo, ovvero a una session di altissimo livello dondolando le nostre testoline a ritmo. Rimasi particolarmente impressionato dal giovane trombettista che stava suonando con una carica e con una padronanza del lessico e dello strumento che ricordava i grandi trombettisti del passato. Rimasi imbambolato dai suoi assoli. Tutti gli assoli erano intensi ma i suoi furono superlativi. Di questo trombettista ne sentiremo parlare a lungo, pensai, e così fu. Divenne l’astro nascente del nuovo mainstream negli anni a seguire anche se non mise mai d’accordo i critici musicali. Ma la domanda sorge spontanea: «Come si fa a mettere d’accordo tutti i critici musicali?». Mission impossible. Finì la prima parte della sessione anche del disco registrato «In Case You Missed It» di Bobby Watson e come al solito grande velocità di esecuzione, grande ispirazione e grande groove.

Nella pausa della registrazione parlammo con i musicisti. Ci avvicinammo a Wynton Marsalis volevamo saperne di più su di lui. Ci raccontò che veniva dalla culla del jazz, una delle città più iconiche degli Stati Uniti, New Orleans e che era il secondogenito di sei fratelli, quasi tutti musicisti e che anche il padre era a sua volta musicista. Ci si avvicinò Art Blakey con quell’aria scanzonata e simpatica e ci scambiammo un’occhiata eloquente. Mi fece a bruciapelo: «Amico che dici se rolli un joint?». Aveva capito che ce la potevo avere un po’ d’erba e me la chiese sfacciatamente. Leggendo le cronache dei grandi musicisti di quel periodo sapevo che il leader aveva avuto una seria tossicodipendenza da cui però ne era uscito e non voleva più ricaderci nel baratro. Una cannetta però non la disprezzava e me lo disse espressamente. Con quella schifezza di eroina ho chiuso. Io la pensavo allo stesso modo, nessuna droga pesante solo fumo e senza neanche andarci a rota. Mentre fumavamo rilassati gli chiesi perché suonava sempre con musicisti giovani cambiandoli spesso. Lui mi rispose. «Suonare con i giovani mi aiuta a mantenere la mente aperta. Quando diventano troppo famosi e iniziano a pensare di essere delle star, li caccio via e ne prendo altri più giovani. È così che rimango giovane io». Quella risposta non faceva una piega. Mentre parlavamo e ridevamo dei guai della vita quando prese il joint e iniziò a fumare Art Blakey distrattamente non lo me la ripassava, allora io gli dissi ridendo: «Art ma che stasera hai magnato il pollo che t’è rimasta incollata la canna in mano?» Ci mise un po’ per capire la battuta ma poi si lasciò andare a una risata contagiosa. Il resto del gruppo non partecipò al rito collettivo anche perché il resto del gruppo non fumava e lo stesso Wynton Marsalis faceva parte di quella nuova schiera di musicisti contrario a tutte le droghe che tante vittime illustri nel passato avevano fatto. Il suo arrivo portò una ventata di estremo conservatorismo e disciplina. Ci guardò anche un po’ in cagnesco, ma la situazione era rilassata e per niente viziosa e anche se non fumò ci divertimmo lo stesso anche con lui.

Finita la divertente pausa ripresero a incidere gli altri tre pezzi mancanti. Iniziarono con un brano di Charles Fambrough «Little Man» e l’atmosfera di grande ispirazione continuò. Il pezzo non era velocissimo ma suonato intensamente. Dopo un’introduzione del contrabbassista i fiati suonarono il tema molto bello. Bobby Watson suonò con trasporto e impeto. Seguì il solo di Wynton Marsalis che mi faceva rizzare i peli dell’epidermide. Fraseggio articolato e grande padronanza tecnica dello strumento e il tempo raddoppiato dava ancora più risalto alle sue trame sonore. Alla pari degli altri anche Bill Pierce suonò con maestria e ardore. Finirono il giro dei soli James Williams che improvvisava sopra i riff dei fiati. Non poteva mancare l’assolo del contrabbassista autore del pezzo. Il beat del leader con il suo proverbiale charleston dava un tappeto ritmico che anche uno sprovveduto non poteva non improvvisare bene. Il tema finale decretò la fine del pezzo.

Non poteva mancare un omaggio al grande sassofonista nonché autore del brano «Witch Hunt», sua maestà Wayne Shorter e qui venne evocato anche il celebre quintetto di Miles Davis degli anni ’60 anche se il brano venne inciso su un album di Shorter come leader, trattasi di «Speak No Evil» del 1964. Finì quella memorabile sessione «Soul Mister Timmons» del pianista James Williams al grande pianista Bobby Timmons che aveva suonato con il leader alla fine degli anni ’50 che compose il celeberrimo «Moanin» che divenne l’inno assoluto del gruppo. Un omaggio sentito al pianista morto giovanissimo nel 1974. Come esprime il titolo del brano l’atmosfera è proprio quella di «Soulful» tanto cara al grande pianista e il ricordo dei Jazz Messengers della fine degli anni ’50.

Ebbri di tanta musica suonata ad altissimi livelli accompagnata anche dalla conoscenza diretta dei presenti io e la mia amica Carole Bouquet dopo aver salutato calorosamente Art Blakey, Wynton Marsalis, James Williams, Bobby Watson. Billi Pierce, Charles Fambrough, Win Wigt e il padrone di cassa Philippe Omnes ci congedammo e continuammo a girare per le vie della capitale francese per i vari Boulevard. Ci immergemmo in quel clima di festa in onore del primo presidente socialista François Mitterrand che sconfisse alle elezioni presidenziali i conservatori. Andammo alla Place de la Bastille e festeggiammo l’evento storico. L’indomani salutai Carole Bouquet e da quel giorno non la rividi più. Ci sentimmo sporadicamente negli anni successivi e ricordammo sempre con piacere quella memorabile giornata del 1981.

P.S.

Come qualcuno avrà capito questa storia è inventata. Gli eventi raccontati sono accaduti realmente con gli stessi personaggi ma senza di me, né tantomeno Carole Bouquet che non ho mai avuto la fortuna di conoscere, ma così mi piace immaginarla. La sequenza dei brani citati è la stessa del disco «Album Of The Year» che vinse il prestigioso DownBeat Critics’ Poll Album Of The Year nel 1982.

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