Dischi sfuggiti al controllo dei radar: Jane Ira Bloom con «Mighty Lights», una luce obliqua sul sax soprano (Enja, 1982)
Jane Ira Bloom emerge quale musicista preparata, inventiva e musicalmente eloquente, in grado di coniugare rigore armonico, immaginazione formale ed una voce strumentale riconoscibile.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’affermazione del sassofono soprano quale voce primaria nel lessico jazzistico contemporaneo trovò in Jane Ira Bloom una declinazione di rara coerenza progettuale. La scelta di dedicarsi in via pressoché esclusiva a questo strumento non rispondeva a un vezzo identitario, ma a una precisa opzione linguistica che, nel corso degli anni Ottanta, contribuì a ridefinire l’orizzonte espressivo di un ambito sovente gravato da genealogie ingombranti. In un contesto nel quale pochi musicisti eleggevano il soprano a mezzo principale, Bloom seppe collocare la propria ricerca entro una traiettoria autonoma, sottraendosi tanto all’imitazione coltraniana o shorteriana quanto a derive meramente avanguardistiche. La generazione alla quale Bloom appartiene – comprendente figure quali David Murray, Ray Anderson, Anthony Davis e George Lewis – si distingue per una relazione dialettica con la tradizione, concepita non quale corpus intangibile, ma come insieme di pratiche suscettibili di revisione critica.
«Mighty Lights», pubblicato da Enja nel 1982 dopo una serie di incisioni autoprodotte per l’etichetta Outline, rappresentò il momento in cui tale visione idiomatica raggiunse una compiuta maturità. La padronanza tecnica, nutrita dagli studi con Joe Viola a Boston, dal percorso accademico a Yale culminato nel conseguimento del Master, nonché dall’approfondimento con George Coleman a New York, si tradusse in un controllo dell’intonazione, dell’attacco e della linea fraseologica che trascendeva il mero dato scolastico. Bloom non si limitò a esibire una competenza di solida formazione; piuttosto, fece leva su tale preparazione per dare impulso a un pensiero musicale interiormente articolato. Le composizioni di «Mighty Lights» rivelano una consapevolezza strutturale che affonda le radici nella tradizione, assunta quale piattaforma generativa e non come repertorio da replicare. Le progressioni di «2-5-1» e «I Got Rhythm But No Melody» lasciano affiorare gli schemi canonici del jazz tonale, e tuttavia il materiale tematico, obliquo e ironicamente allusivo, ne devia la percezione, rinnovandone la funzione. Il consueto ciclo II-V-I, anziché fungere da semplice impalcatura armonica, diviene campo di tensioni latenti, dove la solista distribuisce accenti e sospensioni metriche con finezza argomentativa. La familiarità con la forma canzone, evidente nella rilettura di «Lost In The Stars» ispirata ad Abbey Lincoln, sancisce una lettura dal sapore agrodolce, in cui la linea melodica viene dilatata, variata ed espansa secondo un disegno armonico più ampio, capace di far affiorare sfumature emotive non esplicitate nella fonte. Il legame con la vocalità, che Bloom riconosce quale influenza primaria, non si esaurisce in un’imitazione del fraseggio cantabile, ma investe la concezione stessa del respiro formale. La collaborazione con Jay Clayton, documentata in «All-Out» e nelle esibizioni al New Music America Festival del 1982, suggerisce un’attenzione alla prosodia e alla scansione sillabica trasferita sul piano strumentale. In «The Man With Glasses», composto in prossimità della scomparsa di Bill Evans, la memoria dell’introspezione evansiana non si trasforma in citazione, ma in una rarefazione del discorso armonico che privilegia intervalli aperti, accordi estesi ed una distribuzione dello spazio sonoro incline alla meditazione.
Il quartetto riunito per l’incisione comprendeva figure di indiscussa autorevolezza, quali Ed Blackwell e Charlie Haden, a cui si affiancò Fred Hersch al pianoforte. L’interazione tra Blackwell e Haden, specie nei dialoghi serrati di «2-5-1» e «I Got Rhythm But No Melody», rivela un senso della forma che trascende l’accompagnamento, orientandosi verso una vera e propria co-costruzione del flusso musicale. Hersch, già apprezzato nelle formazioni di Sam Jones, Joe Henderson ed Art Farmer, offre interventi solistici di raffinata articolazione accordale, sostenendo e talora orientando le traiettorie della leader con discrezione analitica. L’improvvisazione, nucleo propulsivo dell’intero progetto, non si fonda su effetti di superficie, bensì su una capacità di dare vita al materiale tematico, sviluppandolo secondo un andamento sintattico coerente. L’esperienza maturata accanto a David Friedman, con il quale Bloom partecipò a importanti festival europei e incise «Of The Wind’s Eye», contribuisce a definire una sensibilità cameristica attenta alle dinamiche interne ed alle microvariazioni di colore sonoro. La sassofonista modula tra registri differenti del soprano con un controllo della fisionomia acustica che evita asprezze gratuite, privilegiando una linea tersa e penetrante. In tale prospettiva, l’eventuale condizione di marginalità attribuita a Bloom, in ragione dello strumento prescelto, delle idee compositive o del genere, assume i contorni di un’opportunità. La storia del jazz dimostra come le personalità oggi considerate leggendarie abbiano operato in origine ai margini del consenso, guadagnando ascolto grazie alla coerenza del proprio linguaggio. Il percorso successivo della sassofonista, che include le incisioni per la Columbia con prudenti incursioni nell’elettronica, le collaborazioni con Kenny Wheeler, Bobby Previte, Julian Priester ed il progetto interculturale Atlantic/Pacific Waves accanto a Min Xiao-Fen, Jin Hi Kim e Mark Dresser, testimonia una costante tensione verso l’ampliamento dell’orizzonte timbrico e formale. L’interesse per l’esplorazione spaziale, culminato in una commissione del NASA Art Program e nell’intitolazione di un asteroide, suggerisce una sensibilità per la dimensione cosmica tradotta in una concezione dello spazio musicale quale campo gravitazionale, entro cui le linee melodiche orbitano secondo equilibri mobili.
«Mighty Lights» resta, tuttavia, il punto in cui tale poetica trova una prima formulazione compiuta. Jane Ira Bloom emerge quale musicista preparata, inventiva e musicalmente eloquente, in grado di coniugare rigore armonico, immaginazione formale ed una voce strumentale riconoscibile. Simo piacevolmente alle prese, non un semplice episodio discografico – sparito dai radar – ma un capitolo decisivo nella ridefinizione del soprano jazzistico contemporaneo.

