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«Koro Kurt» si presenta come un lavoro meditato, costruito nel solco di una ricerca che unisce rigore e immaginazione, e che rinnova il dialogo tra jazz, teatro musicale e scrittura contemporanea senza ricorrere a formule prevedibili. Un disco che non omaggia Weill in modo deferente, ma lo interroga, lo attraversa criticamente e ne rilancia la vitalità nel presente.

// di Cinico Bertallot //

«Koro Kurt» rappresenta un capitolo particolarmente significativo nel percorso di Koro Almost Brass, formazione che ha scelto di muoversi all’interno di un organico inusuale per il jazz contemporaneo. La presenza del sax contralto di Cristiano Arcelli al posto della seconda tromba, soluzione che richiama il quintetto di ottoni della tradizione colta pur deviandone la geometria interna, produce un equilibrio fonico singolare: una fisionomia del suono che alterna compattezza e trasparenze, con una gamma di colori acustici che consente al gruppo di affrontare repertori complessi senza rinunciare alla nitidezza delle linee.

A partire da questa identità strumentale, il quintetto sceglie di confrontarsi con l’universo di Kurt Weill, autore che ha attraversato il Novecento trasformando ogni fase della propria vita in un laboratorio di linguaggi. Dopo gli anni tedeschi e il passaggio francese, l’approdo negli Stati Uniti gli permette di affinare un lessico che fonde teatro musicale, inflessioni jazzistiche, armonie europee e una concezione della forma capace di dialogare con Broadway e con il cinema senza perdere la propria impronta compositiva. La sua musica vive nel punto d’incontro tra cultura colta e tradizioni popolari, tra ironia e malinconia, tra rigore e immediatezza. Cristiano Arcelli, responsabile degli arrangiamenti, affronta questo patrimonio con una lucidità analitica che evita ogni imitazione. Le sei pagine di Weill selezionate per il progetto vengono ripensate secondo una logica di trasparenza contrappuntistica: le voci degli ottoni non sostengono soltanto la linea principale, ma la commentano, la deviano, la ampliano, facendo leva su sovrapposizioni intervallari che evocano tanto la scuola tedesca quanto certe soluzioni cameristiche del secondo dopoguerra. In «Youkali» e «September Song», ad esempio, la tuba di Glauco Benedetti introduce tensioni armoniche inattese, mentre il corno di Giovanni Hoffer aggiunge una velatura acustica che richiama atmosfere teatrali più che jazzistiche.

Accanto alle rielaborazioni, Arcelli firma tre composizioni originali che non cercano di imitare Weill, bensì ne assorbono la logica interna: progressioni che si muovono per semitoni, melodie costruite su intervalli spigolosi, e un senso del ritmo che alterna pulsazione regolare e micro-scarti quasi coreografici. «People Of Youkali», «Danza dell’uomo comune» e «A Lifeboat For Kurt» rivelano un autore di solida formazione, abile nel far dialogare ironia, malinconia e rigore strutturale senza scadere nella caricatura. Il progetto si amplia ulteriormente grazie ai contributi di Stefano Bellon, Roberto Martinelli e Mauro Montalbetti, tre compositori provenienti da ambiti differenti, chiamati a misurarsi con l’eredità weilliana secondo una prassi mutuata dal mondo classico. Le loro pagine estendono il raggio estetico dell’album: Bellon lavora su strutture frammentate e su un uso quasi percussivo degli ottoni; Martinelli introduce una teatralità più marcata, con sezioni che evocano scenografie sonore; Montalbetti predilige un andamento in equilibrio instabile, dove la melodia affiora e si ritrae come un gesto trattenuto. Il contributo dei solisti risulta determinante. Fulvio Sigurtà alterna un colore sonoro nitido e un fraseggio più rarefatto, sempre controllato; Massimo Morganti offre un trombone dalla trama espressiva mobile, capace di passare da un registro lirico a uno più incisivo; Arcelli modella il sax contralto con una voce musicale immaginativa, mai esibita, sempre funzionale alla struttura.

La registrazione di Marti Jane Robertson, figura di riferimento nel panorama italiano, restituisce con precisione la complessità dell’ensemble: ogni linea emerge con chiarezza, senza sacrificare la profondità del campo acustico. L’ambiente del Marzi Recording Studio permette agli ottoni di respirare, mentre il mix finale valorizza la tridimensionalità delle dinamiche. «Koro Kurt» si presenta come un lavoro meditato, costruito nel solco di una ricerca che unisce rigore e immaginazione, e che rinnova il dialogo tra jazz, teatro musicale e scrittura contemporanea senza ricorrere a formule prevedibili. Un disco che non omaggia Weill in modo deferente, ma lo interroga, lo attraversa criticamente e ne rilancia la vitalità nel presente.

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