Claudio Fasoli Samadhi Quintet con «Haiku Time»: geometrie brevi per un origami sonoro espanso (Abeat Records, 2017)

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«Haiku Time» invita ad un ascolto nudo: messaggi e emozioni condensati nel minor spazio sonoro possibile, senza orpelli, con una sincerità che arriva immediata e profonda.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Haiku Time» di Claudio Fasoli, edito dalla Abeat Records, non rincorre l’ennesima formula, ma concentra una poetica di lunga data sulla disciplina della brevità. Le ventisette sillabe dell’haiku non fungono da ornamento, agiscono come regola di composizione, con titoli concisi, idee tematizzate senza ridondanza, interventi improvvisativi misurati secondo un principio di sobrietà che non attenua la forza comunicativa. Fasoli convoglia un’energia essenziale, scegliendo la via più diretta e meno dispendiosa per raggiungere l’ascoltatore, senza fronzoli e con una verità sonora che nasce da un pensiero formale saldo, allenato negli anni e capace di una limpidezza rara.

L’assetto del Samadhi Quintet richiama la logica del «doppio quartetto» di «Inner Sounds», pur trasfigurando tempi e spazi. La tromba di Michael Gassmann aggiunge una fisionomia acustica che rinnova il profilo collettivo, il pianoforte di Michelangelo Decorato s’innesta con un novecentismo colto e asciutto, il contrabbasso di Andrea Lamacchia e la batteria di Marco Zanoli sostenuti da una calibrazione naturale, mobile e precisa. Il centro di gravità non coincide con il solista, ma con la trama tematica: cellule motiviche brevi che s’ampliano per accostamenti, rispondenze, contrappunti discreti, con una gestione dei pieni e dei vuoti che fa sentire ogni evento come necessario. La concisione non si traduce in magrezza, piuttosto in fuoco. La coesione del gruppo sorprende non per spettacolo ma per intelligenza dell’ascolto reciproco. L’orchestrazione sembra respirare senza bacchetta, con una guida interna che lascia emergere la qualità del colore sonoro e la nitidezza delle linee. La fascinazione dell’haiku agisce sul microcosmo: ventisette sillabe come misura simbolica della sintesi, e la musica risponde con incastri ritmici sobri, figurazioni spezzate che trovano soluzione non sempre definitiva, un equilibrio che resta in bilico finché l’idea lo richiede. La forma non si compiace del minimalismo, bensì ordina il materiale secondo una logica economica che slancia l’emozione, la rende intellegibile e incisiva. La brevità dei titoli e delle durate diventa criterio compositivo che rinforza la percezione tematica e l’impatto emotivo, con un’efficienza che appartiene tanto alla tecnica quanto alla sensibilità.

Gli episodi scorrono come capitoli autonomi e coerenti. Non emergono sensazionalismi né concessioni melodiche sovraesposte, bensì una poetica che affida all’essenzialità la responsabilità del messaggio. L’unità dell’album non si abitua alla retorica del concept, s’afferma nel percorso: undici tracce che si presentano indipendenti e con colori distinti, eppure compatibili, componibili, come tasselli di un mosaico sonoro a cui il gruppo conferisce ordine interno. La circolarità del fluire rimanda a una pratica meditativa che non invoca esoterismi. Samadhi, nel senso buddhista di unione del meditante con l’oggetto, diventa pratica d’ascolto, riflessione concreta su aree di lavoro mentale. Non un prodotto di nicchia per adepti, bensì un linguaggio che rifiuta l’autoreferenzialità, che alleggerisce ideologie e metodologie «alternative» prive di sostanza, e che restituisce un jazz pulito, contemporaneo, di saldo profilo. La relazione fra le arti s’illumina senza luoghi comuni. La riduzione tematica fa pensare alla pittura a inchiostro in cui pochi segni definiscono un paesaggio mentale; la calligrafia diventa gesto disciplinato che incarna tempo e respiro. In musica, questo si traduce in gestione calibrata della dinamica, alternanza di stratificazioni e trasparenze, impianti armonici che prediligono il movimento interno delle voci piuttosto che successioni di gradi tonali riconoscibili. La tromba e il flicorno di Gassmann modulano un’aura fonica duttilissima dal registro pieno al soffio, il pianoforte di Decorato lavora per economie di figurazione e incastri poliritmici discreti, il contrabbasso di Lamacchia e la batteria di Zanoli governano una elasticità che permette micro-variazioni metriche senza fratture. Il racconto s’iscrive nel cammino di Fasoli con naturalezza, ma non ripete. La storia personale, dai Perigeo alle collaborazioni con Henri Texier, Mick Goodrick, Lee Konitz, Jean-François Jenny Clark, Aldo Romano, Kenny Wheeler, Bill Elgart, Manfred Schoof, Michel Pilz, Palle Danielsson e Tony Oxley, non costituisce cornice celebrativa, funge da memoria operativa: pratica della forma, ordine delle idee, gusto per la chiarezza. Qui l’autore sceglie di privilegiare la trama rispetto allo sfoggio, la comunicazione diretta rispetto al calcolo retorico, l’essenzialità come forza.

La sequenza di «Haiku Time» procede come un ciclo narrativo in cui ogni episodio sonoro assume funzione prospettica rispetto al successivo, senza produrre fratture, bensì rivelando un ordine interno fatto di economia tematica, calibrata densità di eventi, e chiarezza dell’idea musicale. Non si tratta di scegliere tracce migliori, bensì di accettare la compattezza del percorso. L’avvio con «FIT», mostra un abbrivio sospeso, attraverso un lirismo lunare, quasi da «the day after». Si giunge presto all’evoluzione verso un intreccio tematico fortemente attrattivo: cellule melodiche brevi si dispongono su una base armonica che privilegia colori modali, con risoluzioni differite e appoggi cromatici discreti. La tromba emana un profilo acustico sottile, teso a rifinire la linea del sax, mentre il pianoforte evita saturazioni, preferendo intervalli aperti che dilatano l’aria fra i suoni. La secrezione ritmica del contrabbasso e della batteria si mantiene elastica e temperata, fa respirare gli incastri, e consente piccoli slittamenti metrici che accendono la frase senza bisogno di premere. «DIM», nel suo iniziale tambureggiare, sposta il fuoco verso un’idea di ombra luminosa: il tema si offre in frammenti, che si rispondono con discrezione mediante contrappunti interni e scarti dinamici controllati. La trama armonica s’inclina su gradi alterati, con scelte che evocano un minor duro addolcito da estensioni di nona e undicesima, mentre il gruppo costruisce un equilibrio fra silenzi e presenze, facendo leva su un respiro comune che mantiene la tensione viva e mai ridondante. La linea dei fiati alterna timbriche non enfatiche e lascia trasparire una aura fonica malleabile, capace di passare dal registro pieno a un soffio ragionato. In «FAR» emerge una velatura nebbiosa con il sax che penetra la coltre tentando di diradarla: il tempo s’allarga, i contorni si fanno porosi, la melodia s’insinua con passi piccoli su un campo modale in cui il centro tonale resta volutamente in bilico. Il pianoforte disegna figurazioni che non cercano il climax, ma generano spostamenti d’asse mediante politonie leggere e incastri ritmici di grana fine. I fiati aggiungono una velatura acustica che rende la percezione fluttuante, mentre il sax risponde con una linea dolce, trattenuta, che rinforza il sentimento di attesa interiore. «WET» sembra emergere dagli abissi scivolando sulle corde, fin quando il line-up non opta per la fluidità collettiva: la pulsazione s’irrobustisce, gli accenti si dispongono su poliritmie discrete, e il tema, asciutto, offre appigli a micro-variazioni che la sezione ritmica governa con naturalezza. Le armonie s’aprono a colori che rievocano la libertà del post-bop europeo senza imitazioni. Pianoforte e contrabbasso parlano in dialogo stretto, il drumming evita l’ovvio, fa vibrare il tessuto con spazzole e colpi posati, e il discorso guadagna chiarezza senza sbandare.

«LOW», in sospensione sulle ali di una farfalla, incarna una ballad dal disegno originale, tenera ed intensa: voce-leading rigoroso, risoluzioni ritardate, cadenze sfumate che alimentano un clima di dolcezza sorvegliata. La semplicità apparente nasconde una pratica armonica ricca di sospensioni e di scelte d’impasto fra pianoforte e fiati; il contrabbasso intona un fondamento caldo che sostiene senza gravare, e la batteria sfiora, lasciando che la parola melodica si compia con grazia. «BAG» entra con taglio più netto, ma l’aura fonica è simile: motivi brevi a incastro, metriche sfalsate, accenti spostati che producono un moto interno che cuoce a fuoco lento. La tromba s’irradia con profilo ammiccante, il sax risponde con frasi flessuose, mentre il pianoforte stende strutture modulanti che evocano un cromatismo disciplinato, mai ornamentale. La forma resta contenuta, la retorica tace, mentre la sostanza avanza. «SHE» s’apre come un cammeo conciso: durata ridotta, gesto preciso, idea centrata. La melodia si staglia fra lampi di genio e pause significative, l’armonia suggerisce un chiaroscuro dolce con poche note scelte; l’impatto è quello di una miniatura che lascia traccia. «TRY» riporta in primo piano la mobilità del gruppo con un’aura classicheggiante, almeno inizialmente; nella seconda parte i fraseggi che si incuneano sui battiti senza sovraccarico ed un’armonia che gioca con sostituzioni, talvolta con aperture quartali. La scrittura s’integra con l’improvvisazione, non c’è esibizione sganciata dalla trama, ma consapevolezza di una tacita procedura che guida ogni deviazione. «BOW» punta sull’equilibrio: temi riassuntivi, pulsazione raccolta, contorni armonici che recuperano materiali ascoltati in precedenza e li rielaborano con delicatezza. La tromba e il sax si sfiorano con una fisionomia del suono sobria e frugale; il pianoforte dosa spazi e risonanze; contrabbasso e batteria consolidano una elasticità che sostiene la conclusione senza enfasi. La sensazione finale coincide con una circolarità compiuta: con «DAY» e «FOG» il percorso sembra riaprirsi e richiudersi e, piuttosto che proclamare una sintesi, consegna al fruitore un’organizzazione di idee che invita a riascoltare per cogliere gli ordini nascosti, le micro-strutture, e le relazioni fra gesto, colore, e respiro. «Haiku Time» invita, dunque, ad un ascolto nudo: messaggi e emozioni condensati nel minor spazio sonoro possibile, senza orpelli, con una sincerità che arriva immediata e profonda. La copertina in bianco e nero allude ad una grazia austera, ad un magnetismo discreto, ad un tempo che si contrae e s’allarga secondo la logica del progetto. Ne risulta una musica che pensa e sente, che rievoca immagini vive e idee chiare, che preferisce la misura alla prolissità, la qualità del suono al volume, la presenza del gruppo all’individuo sovraesposto.

Claudio Fasoli
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