«The Last Question» dei Nugara, la costruzione modulare di un universo sonoro (GleAM Records, 2025)

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«The Last Question», dei Nugara sancisce un lavoro di solida formazione, accurato nella scrittura ed inventivo nella resa, con un trio versato nell’arte dell’equilibrio ed un ospite che dilata l’orizzonte senza alterarne la fisionomia.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«The Last Question» dei Nugara, edito dalla GleAM Records, si dipana su un itinerario sonoro concepito con rigore formale e slancio immaginativo, in cui il trio guidato da Francesco Negri al pianoforte, con Viden Spassov al contrabbasso e Francesco Parsi alla batteria, s’affida ad una logica compositiva che alterna chiarezza architettonica e libertà controllata. La presenza di Giovanni Falzone alla tromba, in «String Theory», «Flame Of Discovery», «Here We Are» e «Let There Be Light…», introduce un profilo acustico che agisce come un dispositivo di luce, un segnale direzionale che ridisegna la prospettiva dell’ensemble senza infrangerne l’ordine interno. L’immaginario fantascientifico evocato dalla copertina non resta un semplice apparato iconografico, si traduce in un codice espressivo che orienta la scrittura, l’articolazione delle sezioni, la gestione del respiro e l’interazione tra i sodali.

Le risonanze interdisciplinari non restano sullo sfondo. L’idea di una «domanda ultima» s’accosta alla pratica progettuale, come nelle geometrie aperte del design radicale, relazionandosi con certe poetiche visive che indagano il vuoto come materia costruttiva. In ambito musicale, l’attenzione ai piani sonori e alle trasparenze rimanda ad un modo di intendere la forma e la sostanza come processo, secondo una logica multistrato che preferisce l’emergere graduale all’impatto epidermico. L’album utilizza la tradizione italiana non per citazione ornamentale, ma piuttosto la ingloba dentro un codice espressivo odierno, predisponendo una grammatica che si serve di consonanze ampie, dissonanze filtrate e percorsi motivici che convergono, si scontrano e infine si ricompongono. L’elaborazione dell’intreccio motivico procede in direzione di un’impalcatura compositiva vicina alla tradizione colta novecentesca e nel solco di una sensibilità armonica che tende verso le progressioni non lineari, le modulazioni elusive, le sovrapposizioni modali e le geometrie intervallari di ascendenza quartale. Il pianoforte di Negri evita la retorica del fraseggio idiomatico, ma s’innesta su nuclei motivici brevi e li sottopone a mutazioni graduali, con un lavoro di conduzione degli strumenti che cura gli incastri tra mano sinistra e destra, mentre integra pedali prolungati e colori percussivi, plasmando densità variabili e sfruttando i silenzi funzionali. Spassov modella un sostegno armonico che non resta mera fondazione, al contrario s’insinua come contrappunto elastico, tracciando linee indipendenti che talora ricalcano pratiche contrappuntistiche, altre volte spingono verso poli tonali di attrazione secondaria. Parsi concepisce il tempo come materia e ridefinisce i piani di pulsazione, alternando metriche composte e spostamenti che fanno germinare una scrittura ritmica a livelli, con impasti di piatti e pelli studiati per ottenere una velatura acustica, mai opaca o ridondante.

L’unità tematica del progetto trae alimento dalle riflessioni asimoviane sull’entropia e sulla dimensione del tempo, mentre l’ascolto lascia intravedere una coerenza simbolica che procede per corrispondenze più che per descrizioni didascaliche. «Echoes Before The Dawn» promulga una finitura armonica rarefatta, con intervalli aperti che fanno pensare ad un’alba intellettuale, mentre «Three Laws» lavora su una logica di enunciazione e risposta, rilanciando cellule ritmiche e rifinendo il profilo tonale tramite deviazioni controllate. In «String Theory» il dialogo con la tromba rivela un tessuto sonoro che aderisce ad un principio di coesistenza tra linee indipendenti, con curve melodiche che sfiorano l’atonalità percepita, per poi rientrare in un’area modale ampliata. «Flame Of Discovery» concentra l’energia in una geometria timbrica chiaramente sedimentata, con accensioni del registro acuto, risonanze interne ed un drumming che scolpisce volumi d’aria. Il valore di «The Last Question» s’avverte nella capacità del trio di maneggiare il rapporto fra pianificazione ed imprevedibilità, di orchestrare lo scibile con disciplina e di concedere alla sorpresa lo spazio giusto. La tromba di Falzone non sovraccarica, ma opta per un’eloquenza calibrata, giocando su fisionomie del suono che oscillano dal metallico teso al vellutato e sfruttando armonici, glissandi ed una gestione dell’aria che ricava chiaroscuri pertinenti. L’insieme respinge la deriva illustrativa, assume la fantascienza come strumento critico e reinterpreta concetti come conoscenza, artificialità, trascendenza e limite cosmico con i mezzi della scrittura musicale, senza ricorrere a scorciatoie narrative. «Here We Are» e «Nebula» mostrano un senso dell’ampiezza che evita l’oleografia notturna, ragionano sulla sospensione del moto senza compiacimenti, mantenendo l’equilibrio in bilico tra attesa e progressione. In «Eyes Do More Than See» la linea del pianoforte pensa lo sguardo come gesto, con abbellimenti discreti, appoggiature e dilatazioni temporali, mentre «The Time Traveller» lavora sulla reiterazione di un modulo ritmico che slitta, si ricombina e muta prospettiva. «Let There Be Light…» sigilla il ciclo con una luminosità misurata, non enfatica, facendo leva su un aumento di trasparenza e su una trama sonora che tende a sciogliere gli addensamenti precedenti. Ne risulta un profilo compositivo che non abdica alla cantabilità, colloca la linea melodica dentro impalcature polifoniche e la fa dialogare con campi ritmici multipli, mantenendo una sorgiva lucidità che non scade in freddezza. L’interplay si segnala per una qualità di ascolto reciproco che rimanda alla musica da camera, con entrate preparate da movimenti oculari, cenni impercettibili ed un senso della proporzione che filtra ciascuna decisione. Negri mostra un tatto pianistico che sa diventare adamantino e corrusco, Spassov posa la nota come punto di gravità mobile e Parsi dosa gli accenti con un intelletto timbrico allo stato di veglia. Tale comunicazione si converte in una concezione del suono come spazio progettato, un disegno armonico che immagina quinte vuote, appoggi tonali alternativi e deviazioni cromatiche, operando con una precisione che non esclude il rischio. Si percepisce un gusto per la forma larga, una preferenza per segmenti che respirano, che non si chiudono in moduli autoreferenziali e che cercano la diversificazione senza compiacimenti.

La qualità emotiva non dipende da un surplus di pathos, ma nasce dalla chiarezzadell’idea musicale e dalla coerenza del suo svolgimento. L’ascoltatore avverte una sincerità non ostentata, una luce che filtra tra le strutture senza sbiadirle, una delicatezza che coesiste con la fermezza progettuale. La scrittura, quando concede aperture liriche, preferisce l’intensità sorvegliata alla magniloquenza, sulla scorta di un lessico armonico che sceglie il dettaglio, privilegiando l’inclinazione della cadenza, l’alterazione del voicing e la calibratura dell’ambiente sonoro. L’album si presenta come un concept pensato con mente analitica e sensibilità ricettiva, capace di far convergere discipline, immaginario e prassi strumentale in un ordine coerente e leggibile. Il fondo il quesito, ultimo che sia, posto dall’album, non pretende una risposta definitiva, ma piuttosto orienta l’ascolto verso una forma di conoscenza che resta in movimento e che accetta il limite come motore germinativo. «The Last Question» dei Nugara sancisce un lavoro di solida formazione, accurato nella scrittura ed inventivo nella resa, con un trio versato nell’arte dell’equilibrio ed un ospite che dilata l’orizzonte senza alterarne la fisionomia. L’universo di riferimento, il tempo dell’incomunicabilità, l’ipermedialità, sebbene idealmente, attraversano la musica come idee, si depositano nelle orecchie come indicatori e riaffiorano nella memoria come possibilità espressive.

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