// di Francesco Cataldo Verrina //

«A Sound n Common feat. Peter Bernstein» è un disco rispettoso delle normative vigenti e legali del jazz: tradizionale nel concept ma caratterizzato da un processo di elaborazione dinamica e costantemente up-to-date.

In una vecchia intervista Joe Zawinul dichiarava: «Se non mi fossi trasferito in USA, non sarei mai riuscito a fare la musica che ho fatto. Calpestando il suolo americano, giorno dopo giorno, mi accorgevo che il mio approccio con la musica stava migliorando: c’era qualcosa nell’aria che non saprei descrivere». Prendiamo a pretesto questa affermazione di Zawinul, non dissimile a quella di tanti musicisti che per svariati motivi, ad un certo punto della loro vita sono andati a vivere negli Stati Uniti, specie dalle parti di New York, per sottolineare il fatto che frequentando certi luoghi e taluni ambienti le dinamiche mentali cambiano completamente. «A Sound n Common feat. Peter Bernstein», primo album di un quartetto di jazzisti italiani attivi sulla scena newyorkese, sottolinea e conferma che quanto detto da Zawinul possa essere considerato un vero e proprio assioma. Senza voler sminuire, pretestuosamente, alte parti del mondo o differenti ambientazioni, ma quando si tratta di jazz, in USA, un certo mood e talune dinamiche relazionali tra musicisti migliorano, mentre il loro spettro percettivo aumenta, quasi che i pori della pelle si aprissero a nuove sensibilità e le capacità aurali si acuissero. Francesco Patti (sassofono tenore), Andrea Domenici (piano), Giuseppe Cucchiara (contrabbasso) e Andrea Niccolai (batteria) hanno trovato nella Grande Mela non tanto una nuova patria artistica, ma una dimensione universale in cui innestare la propria vis compositiva e il proprio modulo espressivo. La presenza del chitarrista americano Peter Bernstein, che appare in qualità di special guest nell’album suonando in tre tracce, diventa un ulteriore valore aggiunto. L’ospite americano ringrazia i giovani sodali così: «Sono molto felice di far parte di questo progetto. Questi signori sono tutti musicisti super seri e suonano benissimo perché fanno la musica che li appassiona. Musica jazz swingante e creativa! Sono onorato che mi abbiano chiesto di suonare con loro in alcuni brani. È stato un puro piacere e un’ispirazione vedere e ascoltare alcuni giovani che si rifanno alla tradizione, ma senza paura di farlo a modo loro! Grazie per avermi ospitato!».

Edito dalla GleAm Records, «A Sound n Common feat. Peter Bernstein» è un disco acefalo, senza una vera leader-ship esecutiva e compositiva, in cui un appuntito 4+1, esplora molti elementi della sintassi jazzistica post-bop con una circolarità d’intenti fortemente inter pares ed un freschezza da jam session sorprendente, che elevano il concept sonoro tre metri sopra il cielo. A proposito di un disco del genere possiamo scrivere la parola JAZZ a caratteri cubitali, per giunta senza il timore di doverla pronunciare sottovoce come accaduto (o accade) in alcune circostanze, ma soprattutto possiamo parlare di jazz senza fraintendimento alcuno o il dover giustificare sincretismi di sorta e intrusioni forzate. Parafrasando le parole di Bernstein, trattasi di musica swingante e cinetica, in cui si guarda al passato ma con una passione moderna ed una visione contemporanea del jazz: un distillato di contemporary bop in purezza, confezionato secondo un disciplinare che prevede l’uso di vari codici stilistici e sintattici: dall’hard bop al modale, dal post-bop al free form con un adattamento alle regole d’ingaggio e alle personalità di quattro giovani musicisti figli del loro tempo.

Registrato il 10 novembre del 2022, al Sear Sound di New York, l’album si apre su uno scorcio metropolitano. «2048» è un costrutto ricco di contrafforti funkified che riporta alla mente i Messengers di Blakey e le esplorazioni soul-bop di Horace Silver, irrobustite dall’assolo del chitarrista ospite. Per gli autori, Andrea Niccolai e Daniele Germani, rappresenterebbe il nome di un gioco, che spesso riempiva i tempi morti passati in metropolitana. «Daedalus’ Dream» è una ballata intima e soulful narrata dal sassofono con un’aura di malinconia autunnale tutt’attorno e dal pianoforte in seconda battuta, in cui il basso di Cucchiara, autore del brano, si concede un lungo assolo che fa da interludio. Nell’ultimo quarto di miglio il sax tenore di Francesco Patti sembra voler diradare le nebbie alla ricerca di un raggio di sole. «Deck Five» si riferisce, a detta dell’autore, al ponte di una nave. «Nel il 2016 ero stato ingaggiato per suonare nel jazz club di una grande nave da crociera, racconta Pitti. Per cui, a meno che non fossi sdraiato al sole in qualche isola caraibica, ero ad esercitarmi al «Deck 5», ovvero al ponte 5, dove si trovava il bar per il personale di bordo che, durante il giorno, essendo chiuso diventava il mio studio.» In verità l’idea del ponte rappresenta una metafora, poiché sembrerebbe che tutto il line-up faccia da raccordo al sassofonista-autore che a ruta libera mette in vetrina numerosi stili espressivi che vanno da Rollins a Shorter, passando per Coltrane.

«My Mountains», che porta in calce la firma del pianista, rimanda ancora ad Horace Silver, non tanto a livello esecutivo, ma di atmosfera, gettando un ponte ideale tra Manhattan, isole esotiche e montagne appenniniche, complice il tocco magico della chitarra di Bernstein che diventa quasi documentaristico. «AstraZeneca», concepito durante la pandemia è un struttura post-bop modulare che include vari metalinguaggi bop , nonché giocata su una originale struttura armonica, esaltata nei cambi di passo e nell’interplay, dove in sax si esprime in verticale, talvolta con un suono sofferto, specie nei riff che sembrano quasi degli ostinati, con cui disegna magicamente l’aria di inquietudine di quel periodo. «Jordan River», come narra l’autore fu scritto per un pianista che arrivò in ritardo ad un suo concerto, presentandosi solo al secondo set. «Introdotto da «Interlude», un breve episodio improvvisato in solitaria dal contrabbassista-autore, il componimento offre una dimensione dilatata del tempo e dello spazio ed uno spirito più libero che rotola come un fiume in piena, dove tutti gli strumenti operano in maniera sinergica e mercuriale, mentre il sax tenta qualche sortita coltraniana. Il gran finale è affidato «Simple as That» l’unica composizione a firma dell’ospite di riguardo, Peter Bernstein, che mette in luce le sue doti chitarristiche creando un’atmosfera alla Wes Montgomery, intorno alla quale i quattro giovani sodali sviluppano un serie di incursioni improvvisative che oltrepassato tutti i confini spazio-temporali del jazz moderno. Oggigiorno, per molti il jazz è un marchingegno da voler aprire e smontare proditoriamente, non riuscendo spesso a rimetterlo in funzione, a ricostruirlo e lasciando fuori qualche pezzo avanzato. Per contro, «A Sound n Common feat. Peter Bernstein» è un disco rispettoso delle normative vigenti e legali del jazz, tradizionale nel concept ma caratterizzato da un processo di elaborazione up-to-date e dinamico.

Peter-Bernstein

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