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Stefano Risso

La facilità di accesso a un’enorme mole di materiale musicale permette di ridurre sempre di più le differenze. In passato forse il jazz americano e europeo avevano caratteristiche differenti, ma ora ci sono gruppi americani che portano avanti una ricerca su territori spesso molto più tradizionalmente europei e viceversa.

// di Guido Michelone//

Compositore, produttore, contrabbassista e molto altro, con una grande passione per la canzone e per il jazz, che lo mantiene sempre a cavallo fra la musica strumentale (post-bop, avant-garde) e la musica vocale (rock, folk e d’autore), scrive e produce altresì per il teatro, la letteratura, la videoarte e la dan za. Ha all’attivo più di cinquanta dischi, molti dei quali realizzati come leader o co-leader (Barber Mouse, T.R.E., Vocifero, Les diables Bleus, Hellmuller-Risso-Zanoli fra gli altri), con etichette italiane, francesi, tedesche, inglesi, finlandesi, svizzere e nipponiche: sono spesso album votati e riconosciuti dalle riviste specializzate dei differenti paesi. Eclettico e curioso, Stefano suona con musicisti e gruppi molto diversi fra loro, come ad esempio Stefano Battaglia, Gianni Coscia, Roy Paci, Francesco De Gregori, Lalli, Meg, solo per citare i nomi più noti, appunto dal jazz alla canzone, come fra l’altro racconta in questa corposa intervista, esclusiva per Doppio Jazz.

D. In tre parole chi è Stefano Risso?

R. Un curioso che vive nel contemporaneo. Che ama spesso cambiare strada sperando di seguire un filo conduttore coerente immaginifico.

D. Il tuo primo ricordo della musica da bambino?

R. I miei genitori non erano appassionati di musica. Mio padre, grande comunista ed appassionato di feste de L’Unità, comprava sempre i dischi degli Inti Illimani che erano di casa in Italia. I miei primi ricordi sono quei dischi che di fatto contengono musica folclorica bellissima. E’ musica che già allora, senza nessuno strumento di analisi, mi piaceva moltissimo. Quando li riascolto oggi mi rendo contro che hanno una ricchezza melodica e ritmica veramente unica. Negli anni, con Miguel Acosta, grande chitarrista argentino fuggito in Italia durante la dittatura, mi è capitato di suonare ed approfondire quei codici. Ogni regione del Sud America possiede un’identità fortissima, in particolare modo sotto il profilo ritmico e aver immagazzinato quell’esperienza da piccolo mi è servito moltissimo negli anni.

D. E quando hai sentito per la prima volta di jazz in assoluto?

R. Ascoltavo solo punk hardcore, ma suonavo in una band e comprai un jazz bass, che ho ancora e uso tutt’ora. Ero fortemente curioso chiedevo un po’ a tutti di farmi cassette con la musica che ascoltavano. Un caro amico mi registrò una cassetta c90 dicendomi che aveva scoperto un bassista elettrico incredibile. Mi mise sul primo lato “Word of Mouth”, il secondo album di Jaco Pastorius. Disco che è chiaramente un capolavoro, ma fra i dischi di Jaco, non quello di più facile ascolto. La cosa però che mi sorprese e affascinò di più fu il secondo lato della cassetta: un disco di Don Pullen, “The Sith Sense”. Disco sorprendente, con quei temi fortemente ritmici e spiazzanti, e moltissime improvvisazioni libere… Musica che oserei definire pirotecnica, in particolare modo “In the blessing”, un brano che mi è rimasto nella mente tutta la vita. Un’ulteriore vicenda curiosa che mi è successa avvicinandomi inizialmente al jazz è che il primo vinile l’ho comprai per errore. Andai nel negozio di dischi di Cuneo, dove sono nato e cresciuto fino al mio incontro con il jazz. Non avevo alcuna conoscenza all’epoca al di fuori del punk, ma ero curioso, volevo avventurarmi in nuove musiche e credevo che quella più accessibile fosse il blues (ero veramente poco consapevole). Cominciai quindi a sfogliare i vinili e mi capitò per le mani “Paris Blues”. Lo comprai entusiasta pensando, appunto, che avrei ascoltato del blues. A casa ascoltai quel bellissimo disco in duo di Gil Evans e Steve Lacy. Allora mi sembrò alquanto ostico ma, avendo pochi soldi a disposizione per comprare dischi, ascoltai quel vinile a ripetizione per molto tempo e, anche non capendoci granché, quella musica cosi sorprendente mi è entrata sotto pelle per osmosi. Oggi penso sia un disco magico, frutto di un incontro molto particolare. Gil Evans e Steve Lacy avevano già lavorato assieme al bellissimo “Gil Evans Ten”, ma la musica che realizzano in duo in questo disco restituisce tutto il contenuto della storia del jazz e una profondità poetica difficilmente superabile.

D. Come definiresti la tua attività? Jazzman, contrabbassista, docente, organizzatore o altro ancora?

R. Ciascuna delle definizioni che dai mi piace molto. A queste affiancherei tutto il lavoro di composizione e produzione, sia di canzoni che in ambito elettronico. Sono una persona molto curiosa. Il teatro, il cinema, ma soprattutto la danza. In periodi differenti, un poco come un satellite, rimango attratto da ambiti differenti. La mia produzione potrebbe essere vista come “schizofrenica”, i miei dischi spesso sono molto differenti gli uni dagli altri, ma ciascuno nasce da un’idea che diventa un viaggio per affrontare nuovi territori. Per fare alcuni esempi di ciò su cui ho lavorato nell’ultimo periodo: un disco con Lalli per orchestra di contrabbassi e voce recitante; una colonna sonora con Giorgio LiCalzi per Sandy Silva e Marlene Millar per un film di danza canadese; un omaggio ad Ellington con Francesco Bearzatti; la produzione musicale per il documentario “TamTamTaburelli” suonando sia elettronica che le sculture zoomorfe protagoniste del film; un disco di canzoni improvvisate con la cantante svedese Isabel Sorling; la produzione del nuovo disco in solo di Vincenzo Vasi che uscirà per la Solitunes Records; la registrazione di EvanSolo, il mio nuovo disco solo contrabbasso con tutte composizioni del grande pianista americano; l’organizzazione, insieme al dipartimento jazz del Conservatorio di Alessandria, del VivaldiJazzFest. Negli anni passati la parte di composizione e di produzione aveva preso sempre più spazio nella mia attività, ultimamente sono tornato molto invece all’aspetto performativo e strumentale. Forse questo ritorno all’aspetto performativo di presenza sullo strumento è in parte anche dovuto ad alcuni inquietanti esperimenti sull’uso dell’AI. Come a ribadire che dietro la musica c’è sempre una persona con le sue scelte, le sue imprecisioni, il suo pathos e le sue emozioni. In quell’ambito e nel mondo contemporaneo mi pare che l’AI non abbia molte possibilità di competere con l’umano.

D. Per te ha ancora un senso oggi la parola jazz?

R. Giancarlo Schiaffini anni fa durante una lezione disse che il jazz era finito alla fine degli anni ‘60. Quando lo ascoltai pensai che quella visione non mi piaceva per nulla. Ma forse oggi gli do ragione. Gli anni 60 anno portato alla rottura dei codici che erano presupposto identificativo del jazz. Molte cose in merito sono state infrante e da quel momento, tutta la musica che ne consegue è una somma o un incastonamento di codici altri che generano una musica che sta a cavallo fra tante forme musicali differenti. Sempre di più trovo calzante il concetto di “musica attuale” che ipotizza una musica unica con radici in tutte le forme musicali possibili ed immaginabili, e penso che il mio percorso sia lì dentro. Ascolto e analizzo musica continuamente, che sia Mozart o Kurt Cobain, Parker, NIN, Mahler, la musica folclorica di differenti parti del mondo o Mark Turner non importa. Sono totalmente onnivoro, mi piace eliminare i confini e osservare la musica dal di dentro. È simile al lavoro dell’artigiano che osserva l’organizzazione e i meccanismi delle cose. Mettendo da parte i pregiudizi si possono scoprire cose straordinarie. Sebastiano, mio figlio ventenne, mi ha fatto scoprire testi rap che usano scansioni metriche molto vicine alla musica di Steve Lehman. Cerco di non farmi mai influenzare dal vestito della musica ma di osservarne i contenuti.

D. E si può parlare di ‘jazz italiano’? Esiste per te qualcosa di definibile come ‘jazz italiano’?

R. I confini non mi sono mai piaciuti, tanto meno oggi in cui si parla di remigrazione e concetti tanto assurdi e deleteri. (Diceva una canzone storica dell’anarchismo “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà”.) Forse una delle cose che più mi affascina della musica è la conoscenza dei linguaggi. Ho una mente scientifica, mi piace capire le logiche che sono celate dentro i linguaggi per poterle smontare e rimontare in maniera differente come fossero dei grandi cubetti Lego. Decontestualizzare per usare il materiale in maniera differente. Quando si cambiano i presupposti i risultati saranno differenti perché si modifica il percorso del ragionamento. Amo moltissimo rubare logiche da forme d’arte che non sono la musica. E provare a trovarne una realizzazione sui parametri musicali. Quello è sicuramente un modo che mi fa intravedere nuovi percorsi che spesso mi sorprendono. Ho appena registrato in trio con Stefano Battaglia la musica di Alessandro Giachero, pianista e grande amico scomparso improvvisamente nel 2020 con cui ho condiviso (come T.R.E. insieme a Marco Zanoli) 18 anni di musica, 6 CD di cui gli ultimi 3 doppi. Un’immensità di musica. Con Alessandro si parlava spesso di quanto il bacino del Mediterraneo potesse diventare una risorsa musicale con una identità forte, un po’ come ha fatto il nord Europa negli anni passati. In alcune sue composizioni si intravede una ricerca che va a rinforzare quel tipo di estetica.

D. Molti ormai gridano alla morte della musica impegnata e/o sperimentale: ma esiste ancora la politica e/o l’avanguardia nel jazz statunitense e in quello europeo?

R. Per me la musica è sempre ricerca di una via nuova, che non vuole dire inventare qualcosa di nuovo. Al giorno d’oggi inventare mi pare un’impresa alquanto ardua. Ma a me è sufficiente trovare una via mia nel affrontare un lavoro nuovo. A me non piace replicare un percorso già fatto, ogni progetto è l’inizio di una nuova avventura. Sperimentare è come cercare il bandolo della matassa, ha anche in sé un aspetto un po’ infantile che porta a volte ad azzardare in campi insoliti. Ad esempio, non sono mai stato un amante del blues e moltissimo tempo fa ho organizzato progetto con un tre organizzazzioni/elaborazioni differenti che sperimentava in quell’ambito. “Les Diables Bleus” era il nome di quel progetto ed era suddiviso in tre “sotto-gruppi” indipendenti.

Il primo era un trio piano- basso- batteria (con Jean Luca Danna straordinario batterista francese e Guido Canavese pianista torinese) che ricercava la vena blues che esiste nel jazz (Monk, Mingus, ma anche Hendrix e Tom Waits). Il secondo lavorava sul timbro originale del blues, quello acustico del Mississipi, ed era un trio banjo- dobro, armonica a bocca e contrabbasso (con Paolo Botti e Alberto Varaldo). si cimentava su composizioni più vicine alla musica contemporanea e all’improvvisazione mantenendo il colore timbrico del blues rurale. Il terzo gruppo era un trio con due voci (Paolo Bonfanti, storico cantante chitarrista di blues genovese e Michele Di Mauro, attore torinese) e elettronica da me prodotta. Mi interessa osservare come musicisti che stimo si mettono in gioco e mi piace quando trovo un disco nuovo che mi sorprende. Quando scopro delle visioni nuove mi commuovo. Uno dei dichi che più mi ha emozionato è il primo disco di James Blake in cui, poco più che ventenne e con pochissimi mezzi a disposizione, a mio parere è riuscito ad “inventarsi” un nuovo mondo sonoro.

D. Cosa distingue appunto l’approccio al jazz di americani e afroamericani da noi europei?

R. prima cosa che mi viene in mente è l’approccio ritmico. In passato forse c’erano più differenze, ma come dicevo prima il mondo contemporaneo, nonostante molte persone continuino a negarlo, è destinato ad avere confini sempre più labili, mobili e relativi. Può fare paura ma è sicuramente l’unica via per creare un mondo libero ed umano. La facilità di accesso ad un’enorme mole di materiale musicale permette di ridurre sempre di più le differenze. In passato forse il jazz americano e europeo avevano caratteristiche differenti, ma ora ci sono gruppi americani che portano avanti una ricerca su territori spesso molto più tradizionalmente europei e viceversa. Personalmente mi sento molto attratto dal jazz contemporaneo di gruppi di New York. In particolar modo trovo molto interessante il lavoro del gruppo di Immanuel Wilkings il cui percorso collettivo è una storia di anni di prove, registrazioni, tournée e tutto questo tempo e questa costanza hanno maturato una musica e un’estetica forti.

D. Il jazz deve parlare, attraverso i suoni, di temi sociali, politici, ambientali, filosofici?

R. Il jazz e l’arte sono l’espressione “tangibile” della mente di chi la produce, dell’artista. Non so se il jazz debba parlare di tematiche politiche e sociali. Io sicuramente lo faccio. Semplicemente perché quelle tematiche fanno parte della mia vita, sempre, perciò, quando affronto un nuovo lavoro, in qualche modo quella narrazione è già presente. Poi in alcuni dei miei progetti è più evidente, in altri meno. Più di quindici anni fa ho arrangiato per decimino, con un gruppo che ho chiamato ‘Le Maleteste’, un repertorio di canti anarchici. Abbiamo suonato tanto, ma non abbiamo mai registrato quel repertorio, chissà se prima o poi succederà. Assumersi la responsabilità di un decimino non è mai cosa semplice sopratutto al giorno d’oggi. In merito a quello che succede oggi nel mondo ho un piccolo progetto in testa. Ho ritrovato il diario di mio nonno, intitolato da lui “Memorie di un soldato”, che racconta i suoi mesi da soldato lungo la linea sul Piave durante la prima guerra mondiale. Sono pagine dure e drammatiche. Spesso la sua scrittura si rivolge al futuro, come a mettere in guardia chi verrà dall’assurdità della guerra. E invece in quest’epoca folle si ricomincia a parlare di riarmo e di guerra e mi pacerebbe trasformare le sue parole in un progetto in modo che la sua voce e la mia si sovrappongano in una richiesta intergenerazionale di pace e libertà.

D. Come vivi – anche da docente che ha lavorato nei Conservatori di mezz’Italia – tu torinese il jazz in Italia anche in rapporto alle tue esperienze sul territorio?

R. Ritorno al discorso di prima: Nostra patria il mondo intero, etc…Ho girato molto per lavoro, almeno in Europa. Ho lavorato per quasi 15 anni con gruppi che avevano base in Svizzera e Germania. Collaboro con Sara Marasso, danzatrice italiana che abita a Lisbona da molto tempo, e mi piacerebbe piano piano riuscire anche ad entrare in contatto con la comunità jazz di Lisbona. C’è sicuramente una bellissima scena molto attiva ed interessante. Non mi piace stare fermo, sia dal punto di vista territoriale che musicale. Ed è vero che dal punto di vista “promozionale” o commerciale non paga, ma dal punto di vista artistico è la maniera più entusiasmante di accrescere un percorso. Spesso e non me ne spiego il motivo, essere un artista attivo in ambito internazionale crea della distanza con il territorio. In ogni caso, io non potrei fare altrimenti.

D. Cosa pensi tu dell’attuale situazione in cui versa la cultura italiana (di cui il jazz ovviamente fa parte da anni)?

R. La cultura è una diretta conseguenza del mondo in cui viviamo e su questo non c’è molto da dire: siamo in caduta libera, non solo dal punto di vista culturale, ma sociale e politico. Sono abbastanza spaventato per i ragazzi che cominciano oggi a studiare e provano a diventare musicisti. Conosco ragazzi molto promettenti, sicuramente il livello generale si è alzato moltissimo, forse perché il materiale è più accessibile o perché la consapevolezza si è alzata, non so. In compenso le possibilità per suonare sono sempre meno e il lavoro del musicista si sta allontanando sempre di più da quello che è studiare, immaginare e creare musica e richiede competenze lontanissime dalla creazione musicale. In pratica, il sogno si è ridotto e i ragazzi ne sono consapevoli (a volte sono troppo consapevoli e quindi un po’ disillusi). Spero che chi inizia adesso a suonare riesca a trovare e inseguire il sogno che ricordo avere avuto io alla loro età e che penso di possedere ancora. Quello è il potere della musica e più in generale dell’arte.

D. Raccontaci ora del iniziativa che si e svolta pochi giorni fa: il primo Jazz Festival organizzato dal Conservatorio Vivaldi di Alessandria dove insegni.

R. È stato un lungo lavoro. Marco Santi, il direttore del Conservatorio di Alessandria, da alcuni anni caldeggiava l’idea di realizzare al Vivaldi un festival jazz. Normalmente io mi butto anima e corpo nelle cose che mi interessano così, di fronte a questa possibilità, ho scritto mail a tutti i colleghi e le colleghe del dipartimento Jazz per provare ad immaginarci un festival insieme. Laura Conti mi ha subito sostenuto e insieme ad Enrico Fazio, abbiamo incominciato a progettarlo. Io ho realizzato una prima bozza di programma che poi coralmente abbiamo implementato e modificato. Siamo molto orgogliosi di avere avuto come ospite internazionale Uri Caine che è una persona stupenda e un musicista incredibile. Nello specifico, sono stati 6 giorni di Masterclass al mattino (tenute da Florian King, contrabbassista tedesco, Tom Arthur, trombettista inglese, e Uri Caine, pianista americano), concerti e incontri serali. All’auditorium del Conservatorio le serate del Festival erano divise in due parti: la prima dedicata alle tesi di biennio più meritevoli e prestigiose degli ultimi anni e la seconda dedicata al concerto main di cui il solo di Uri Caine è stato l’apice (una sorta di fiume in piena travolgente). Un altro concerto che mi ha colpito molto è stato quello di Tom Arthur e Simone Locarni, un duo praticamente cameristico con un attenzione al suono incredibile, una cura delle dinamiche perfetta e composizioni molto ricche. E poi c’è stato il solo di Dado Moroni, che fa parte del nostro dipartimento. Il suo è un viaggio di gran classe e di grande swing nella tradizione del linguaggio jazz. Molto molto bello. L’Auditorium in alcuni casi è stato sold out e comunque la partecipazione del pubblico è stata molto alta. Siamo molto contenti e mi pare che come primo tentativo in merito lo possiamo considerare un ottimo risultato.

Stefano Risso

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