«Non più bambine» di Davide Di Chio /Andrea Gallo: la forza narrativa del minimalismo (Abeat Records, 2026)
La scrittura privilegia la sottrazione rispetto all’accumulo, lasciando respirare il materiale tematico e affidando al rapporto fra consonanza, risonanza e silenzio gran parte della propria forza evocativa.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Il dialogo fra chitarra e contrabbasso occupa un posto particolare nella storia del jazz, soprattutto quando la scelta compositiva rinuncia deliberatamente alla presenza della batteria e degli strumenti armonici aggiuntivi. Una simile riduzione dell’organico non rappresenta un semplice esercizio di sottrazione, quanto piuttosto una ricerca di assoluta trasparenza nella quale ciascuna nota assume un preciso peso sintattico, qualsiasi pausa acquista valore strutturale e il silenzio partecipa alla costruzione del discorso musicale. L’eredità di questa scrittura affonda le proprie radici negli storici incontri fra Jim Hall e Ron Carter, prosegue nelle raffinate conversazioni cameristiche di Ralph Towner e Gary Peacock, trova ulteriori sviluppi nell’intesa fra Pat Metheny e Charlie Haden, sino a raggiungere una dimensione quasi ascetica nelle esperienze europee di John Abercrombie con Marc Johnson e, per altri versi, nella poetica nordica promossa dall’etichetta ECM. In ciascuno di questi percorsi il minimalismo non coincide mai con la povertà del materiale sonoro, bensì con una rigorosa economia dei mezzi che lascia emergere la qualità della scrittura, la precisione del fraseggio e la profondità dell’interazione improvvisativa.
«Non più bambine», secondo lavoro discografico di Davide Di Chio per Abeat Records, condiviso con il contrabbassista Andrea Gallo, s’inserisce in questo solco con una voce personale e riconoscibile. Le quattordici composizioni originali delineano una riflessione sul tempo della crescita, sul delicato passaggio dall’infanzia all’età adulta e su quella trasformazione interiore che modifica la percezione degli affetti senza disperderne la memoria. L’impianto compositivo trova alimento in una dimensione privata, poiché il progetto nasce come dedica alle due figlie del chitarrista, circostanza che imprime all’intera raccolta una sincerità espressiva lontana da qualsiasi forma di sentimentalismo programmatico. Di Chio e Gallo costruiscono un dialogo nel quale la chitarra non ricerca mai il predominio melodico, mentre il contrabbasso rinuncia alla sola funzione di sostegno armonico per assumere il ruolo di interlocutore paritario. L’equilibrio fra le due voci genera un continuo gioco di risonanze, anticipazioni e risposte che richiama la musica da camera più che il tradizionale linguaggio del jazz mainstream. Il filamento genetico delle composizioni si srotola con notevole coerenza formale, facendo leva su cellule melodiche essenziali che si sviluppano con naturalezza, senza indulgere nell’esibizione tecnica o nell’improvvisazione fine a sé stessa.
Episodi sonori, quali «Rainbow», «Alone», «Hey Teen!», «Your Little Panda», «Un buco nel cuore» e «Nel piccolo Regno di Valentina», sviluppano un itinerario narrativo in cui la melodia conserva sempre il proprio ruolo centrale. L’attenzione verso il canto emerge persino nelle soluzioni armoniche più ricercate, dove accordi aperti, modulazioni discrete e cadenze spesso lasciate intenzionalmente in equilibrio instabile alimentano una scrittura che preferisce suggerire piuttosto che dichiarare. La brevità di molti componimenti contribuisce inoltre a rafforzarne l’intensità, evitando qualsiasi ridondanza e lasciando che ogni idea musicale raggiunga il proprio compimento con misurata essenzialità. Alcune inflessioni melodiche possono far affiorare un certo lirismo contemplativo, sebbene il linguaggio di Di Chio rimanga saldamente ancorato a una sensibilità jazzistica nutrita di sobrietà armonica, controllo dinamico e ascolto reciproco. La scrittura privilegia la sottrazione rispetto all’accumulo, lasciando respirare il materiale tematico e affidando al rapporto fra consonanza, risonanza e silenzio gran parte della propria forza evocativa. L’esito complessivo possiede quella rara naturalezza che appartiene ai lavori maturati senza alcuna ricerca dell’effetto. «Non più bambine» custodisce il valore della memoria, della trasformazione e dell’affetto con una misura espressiva di notevole eleganza, consegnando all’ascoltatore una raccolta di miniature musicali dove ogni composizione trova una propria ragione narrativa all’interno di un disegno complessivo saldo, coerente e musicalmente eloquente.

