Perigeo_fasoli_Tommasi

Claudio Fasoli / Giovanni Tommaso

…seguendo le modalità d’impiego della fusion-jazz, lasciando che l’acustico sfumasse sovente nell’elettrico, melodia e groove si sono alternati, annodati e ribaltati, tra un raddoppio di ritmo e di batteria, percussioni insistenti e momenti di pura elegia…

// di Francesco Cataldo Verrina //

Fissiamo subito un punto di ancoraggio: quella del Perigeo è stata la reunion più interessante proposta da Umbria Jazz negli ultimi anni: vuoi perché sono sfilati sul palco tutti i membri originari della band, ancora vivi e in attività, quindi senza sostituzioni o rimaneggiamenti; vuoi ancora perché il Perigeo, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, ha incarnato una delle realtà musicali italiane più prestigiose a livello continentale. Basta ricordare che le loro attivita di supporto e di opening-act dei Weather Report li portò ad avere in molti paesi europei recensioni più lusinghiere di quelle della formazione di Shorter e Zawinul.

Umbria Jazz si configura come una manifestazione proteiforme e tentacolare, almeno nella distribuzione dei vari appuntamenti: luoghi, artisti ed eventi talvolta si accavallano e s’intrecciano. Risulta difficile tracciare un’unica fisionomia della kermesse perugina. Le molte facce della manifestazione corrispondono a un’indistinta fauna di avventori, di curiosi, di appassionati di turisti occasionali, di cui è quasi impossibile delineare un profilo. Prendiamo due estremi: i cultori di Paolo Fresu sono cosa ben diversa dall’oceanico pubblico poppish-trick-track che ha acclamato Sting, fatto in massima parte da gente avulsa dal jazz e in loco solo per l’effetto trascinante del cosiddetto «io c’ero». Un dato appare certo. Ieri sera all’Arena Santa Giuliana, il Perigeo ha riacceso il sogno di una generazione. Un pubblico vero, omogeneo, fatto in massima parte di «ragazzi terribili» degli anni Settanta, ossia quei boomers che hanno vissuto la musica come additivo di reale aggregazione culturale, ossia quando l’ascolto di un album concept o di un concerto costituiva un momento di elevazione spirituale e di afflato collettivo. Sul calare di quella decade il Perigeo, insieme ad altri gruppi coevi – che spaziavano dal rock al jazz, dal blues al prog – divenne oggetto di culto generazionale, di dibattito politico e di sit-in pubblici e privati. Contestualmente, mentre la cultura antagonista si riversava nel jazz ingrossandone le fila, il principio dei vasi comunicanti prendeva il sopravvento, abbattendo le barriere architettoniche del separatismo idiomatico fra stilemi sonori affini.

All’Arena di Santa Giuliana, un’audience attenta e selezionata è rimasta soggiogata da quel suono di un’epoca (forse remota), tra un misto di nostalgismo ed appagamento. Pochi telefonini, niente urletti isterici da baraonda pop, sguardi distesi, sorridenti e complici. Dando un’occhiata intorno, in platea, si percepiva l’impressione di vedere volti familiari e conosciuti, la stessa espressione appagata da un misto di vibrazioni positive e di sensazioni immaginifiche, quasi che il tempo si fosse fermato. Dal canto loro, i cinque giovani ottantenni, corroborati da una sezione ritmica di supporto – un secondo batterista, Alessandro Paternesi e un percussionista, Giovanni Imparato – non hanno minimamente nascosto di essere più emozionati di buona parte del pubblico. Senza cercare di eccedere nel virtuosismo, dopo quasi tre giorni di prove serrate ed estenuanti nella sala sotterranea di un noto albergo perugino – come mi ha raccontato in privato l’amico Claudio Fasoli – essi sono riusciti a restituire, al pubblico del Santa Giuliana, con qualche piccola digressione, le partiture originali dei loro album più conosciuti, senza deviazioni post-moderne e tentazioni acusmatiche, ma piuttosto seguendo le modalità d’impiego della fusion-jazz, lasciando che l’acustico sfumasse sovente nell’elettrico. Melodia e groove si sono alternati, annodati e ribaltati, tra un raddoppio di ritmo e di batteria, percussioni insistenti e momenti di pura elegia ricamati dalle ance di Claudio Fasoli, puntellati dalla chitarra di Tony Sidney ed accarezzati dal lieve battito di Bruno Biriaco, ma soprattutto sorretti dalle incursioni dello storico leader in modalità triplice: contrabbasso, basso elettrico e double bass ad arco. Così prende forma il ricordo da parte di Giovanni Tommasi della sua Lucca, città natale di Puccini a cui, nell’album «Genealogie», il bassista toscano aveva dedicato una composizione, «Torre del Lago» – mai eseguita in pubblico durante tutte le varie edizioni o le reunion del Perigeo – proposta per l’occasione in una dimensione semi-acustica con il contrabbasso ad arco e con un’aura fonica crepuscolare, quasi cameristica. Introdotto sul palco da Tommaso con fraterno e giovanile entusiasmo, l’arrivo di Franco D’Andrea, in genere sostituito da Claudio Filippini – accentua la dimensione più jazzistica del line-up. Il lungo e zampillante fraseggio di Franco espande il campo d’indagine e di rilettura di alcuni classici del loro repertorio nutriti da una matrice post-bop, che trova sovente nel controcanto di Claudio Fasoli una perfetta compliance. Il tempo corre veloce, circa un’ora e trenta di concerto, arrivano i bis, gli applausi i saluti finali. E che voglia il cielo, speriamo che questa non sia davvero «the last concert», perché in fondo ancora «abbiano tutti un blues da piangere».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *