Domenico Caliri e l’arte della decantazione: la sintesi espressiva di «Quarto» (Caligola Records)
«Quarto» testimonia l’approdo a una piena maturità di linguaggio, in cui la scrittura rigorosa di Caliri trova un contrappunto ideale nel dialogo con Senni, Frattini e Puglisi. Il disco s’impone così quale capitolo imprescindibile nella traiettoria del chitarrista siciliano, consegnando all’ascolto un’esperienza formale di rara coerenza e di elevata fattura interpretativa.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Nato a Messina nel 1967, Domenico Caliri rappresenta una figura di spicco nella geografia jazzistica bolognese fin dal 1990, emergendo tra le anime propulsive del collettivo Bassesfere. Proprio nel solco di quest’esperienza comunitaria prende vita nel 2002 «Casa 3», prima testimonianza in studio del Cal Trio, allora completato da Antonio Borghini al contrabbasso e da Cristiano Calcagnile alla batteria. La medesima formazione firma nel 2007, per la Caligola, la seconda fatica intitolata «Do ut do». L’orizzonte espressivo del chitarrista siciliano aveva tuttavia già trovato un’importante consacrazione nel 1994, grazie all’ingresso nell’Electric Five di Enrico Rava, quintetto con cui condivide un quadriennio di concerti e quattro incisioni.
Il titolo dell’album, «Quarto», racchiude in sé una duplice pregnanza semantica: definisce la quarta tappa del Cal Trio e ne segnala l’espansione a quartetto con l’innesto del pianista Fabrizio Puglisi. La frequentazione tra i due musicisti affonda le radici nei primi anni Novanta, maturando in un sodalizio intellettuale e in una lunga serie di avventure musicali. Il computo delle quattro opere tiene peraltro deliberatamente all’esterno «Il buio acceso», edito da Caligola nel 2009, ove la formazione si fondava sull’apporto di un quartetto d’archi. Nel decennio successivo la sezione ritmica subisce un profondo rinnovamento: Stefano Senni subentra a Borghini, mentre Marco Frattini rileva le percussioni di Calcagnile. Il nuovo assetto narrativo trova una prima documentazione nell’opera «Aria mossa», pubblicata nel 2018. Chitarrista di rigorosa selezione espressiva, Caliri preferisce consegnare alla rassegna discografica soltanto le pagine musicali maturate al termine di un severo processo di decantazione formale. Giunge così, a otto anni di distanza dal lavoro precedente, questa nuova pubblicazione che mantiene invariato il nucleo ritmico e fa perno sulle risorse timbriche di Puglisi. Le aspettative sollecitate da un’attesa tanto prolungata trovano pieno appagamento in una trama sonora coesa, sviluppata lungo dieci composizioni interamente firmate dal leader.
L’apertura affidata a «Rush Hour» pone in essere un dinamismo ritmico serrato, in cui le linee della chitarra elettrica e del pianoforte s’intrecciano secondo logiche di contrappunto lineare, sorrette da una pulsione percussiva reattiva. Nel secondo episodio, «Heisenberg», l’impianto compositivo declina il principio d’incertezza attraverso micro-cellule tematiche e sovrapposizioni armoniche che evocano le scomposizioni formali di Vasilij Kandinskij, lasciando spazio a un dialogo aperto tra strumento solista e sezione ritmica. Con «Virage Noir» la fisionomia del gesto si fa più ombrosa; il tema procede per intervalli ampi e risoluzioni non convenzionali, muovendosi all’interno di un’aura fonica scura che trova rispondenza nel contrabbasso di Senni. La successiva «Futuri sospesi» esplora un equilibrio instabile, dove l’andamento sintattico della chitarra si distende su un reticolo armonico dilatato, mentre la batteria di Frattini disegna sfumature dinamiche di ponderata misura. «Last Call» restituisce un’articolazione formale più scattante, fondata su una dizione strumentale incisiva e su un costante scambio tra la tastiera di Puglisi e il fraseggio di Caliri.
L’episodio centrale, «Slow Life», rappresenta un momento di sospensione metrica: qui il colore sonoro si fa diafano, sviluppandosi attraverso progressioni cromatiche vicine all’astrattezza pittorica di Paul Klee e concedendo ampio respiro al silenzio. La seconda versione di «Virage Noir (reprise)» riprende il nucleo originario riorganizzandone la geometria timbrica, facendo affiorare nuove sfaccettature armoniche per mezzo di un’improvvisazione collettiva maggiormente decostruita. In «Cal-ipse» il gruppo attiva un’organizzazione molecolare del ritmo, con incastri polimetrici che mettono in luce la solida formazione e l’intuito dei singoli esecutori. La penombra di «Illis» mostra una velatura acustica rarefatta, in cui il pianoforte traccia accordi essenziali su cui la chitarra innesta piccoli frammenti melodici. La conclusiva «Nenia», infine, ricompone il discorso musicale in una sintesi di estrema coerenza formale; l’episodio si regge su un tema di sapore quasi elegiaco che declina con misura la maturità espressiva del quartetto. L’architettura complessiva di «Quarto» testimonia l’approdo a una piena maturità di linguaggio, in cui la scrittura rigorosa di Caliri trova un contrappunto ideale nel dialogo con Senni, Frattini e Puglisi. Il disco s’impone così quale capitolo imprescindibile nella traiettoria del chitarrista siciliano, consegnando all’ascolto un’esperienza formale di rara coerenza e di elevata fattura interpretativa.

