MY JAZZ IDENTITY ALBUM COPERTINA

Un disco in cui la consapevolezza tecnica e la sensibilità espressiva convergono in un equilibrio raro, sostenuto da una visione che privilegia la coerenza procedurale e la chiarezza del disegno musicale.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Disponibile in questi giorni per l’etichetta Notami Jazz, «My Jazz Identity» di Perla Palmieri delinea un lavoro che manifesta fin dalle prime battute una consapevolezza non comune, tanto sul piano della scrittura quanto su quello della progettazione complessiva. La pubblicazione giunge a valle di un percorso formativo rigoroso e di un riconoscimento significativo quale il Premio Pathway To Jazz 2025, elemento che contribuisce a collocare l’opera entro una traiettoria già definita, orientata verso una ricerca che non indulge in soluzioni di maniera.

L’enunciato programmatico racchiuso nel titolo «My Jazz Identity» orienta immediatamente la lettura verso una dimensione autoriflessiva che non si limita alla dichiarazione d’intenti, bensì si traduce in un impianto compositivo sorvegliato, frutto di una maturazione che affonda le proprie radici in una consuetudine d’ascolto precoce e in un percorso formativo rigoroso. Perla Palmieri affida alla propria voce e alla scrittura un compito che travalica la semplice esposizione tematica, giungendo a delineare una fisionomia sonora coerente, nella quale l’elemento ritmico assume funzione generativa piuttosto che ornamentale. L’attenzione rivolta alla matrice africana, alle articolazioni dello swing e alle declinazioni afro-brasiliane non si traduce in una giustapposizione di stilemi, ma in una riflessione strutturata sul tempo musicale inteso come principio ordinatore. In tale prospettiva, la scansione ritmica non accompagna la linea melodica, piuttosto ne determina l’andamento sintattico, suggerendo un’organizzazione delle frasi che trova analogie con procedimenti propri della poesia metrica e, per estensione, con certe soluzioni adottate nella musica colta del secondo Novecento, laddove la pulsazione diviene materia plasmabile.

Il riferimento a figure quali Tania Maria, Chick Corea e Clifford Brown non si esaurisce in un omaggio dichiarativo, ma sancisce una linea di continuità che privilegia la mobilità armonica e la chiarezza dell’articolazione tematica. In «500 Miles High», ad esempio, la scrittura vocale si confronta con un impianto modale che richiede controllo dell’intonazione e consapevolezza delle tensioni interne agli accordi, mentre «Daahoud» impone una gestione del fraseggio che si avvicina alla retorica bebop, con accenti dislocati e una distribuzione delle sillabe che ricalca la logica strumentale. Le composizioni originali – «My Camellia», «Maiolica», «È per Te» e «La Terra Mia» – offrono un terreno privilegiato per osservare l’inclinazione dell’autrice di organizzare il materiale sonoro secondo una logica narrativa interna, nella quale la melodia si dipana in relazione a una progressione armonica mai prevedibile. In «Maiolica», la successione degli accordi suggerisce una mobilità tonale che sfugge a una centratura univoca, generando un senso di instabilità controllata che richiama, per analogia, certe soluzioni pittoriche della ceramica rinascimentale, dove la decorazione non segue un asse simmetrico ma si distribuisce secondo equilibri dinamici.

Il contributo del line-up – Simone Bortolami, Giuseppe Dato, Alberto Zuanon e Max Verrillo – si distingue per una partecipazione che privilegia l’ascolto reciproco e la distribuzione equilibrata delle funzioni. La chitarra non si limita a sostenere l’armonia, ma interviene con figurazioni che dialogano con la linea vocale; il pianoforte articola voicing che evitano la saturazione dello spettro sonoro; il contrabbasso stabilisce un fondamento elastico, mentre la batteria modula la dinamica con accortezza, evitando qualsiasi rigidità metronomica. Particolare rilievo assume la presenza di Max Ionata, il cui intervento introduce una dimensione dialogica che arricchisce la tessitura complessiva. Il sax tenore, con la sua emissione controllata e la chiarezza del fraseggio, non sovrasta la voce, bensì ne amplia l’orizzonte espressivo, instaurando un rapporto che richiama la tradizione del call and response, rielaborata in chiave contemporanea. L’inclusione di «Pure Imagination», firmata da Leslie Bricusse e Anthony Newley, introduce una componente cinematica che si integra con naturalezza nel contesto generale, grazie a un arrangiamento che ne valorizza la dimensione lirica senza indulgere in soluzioni ridondanti. Analogamente, «Choro pro Zé» di Guinga consente un’apertura verso la tradizione brasiliana, filtrata mediante una sensibilità che evita qualsiasi esotismo superficiale. La scrittura dei testi merita una considerazione autonoma, poiché non si limita a fungere da supporto semantico, bensì contribuisce alla definizione dell’andamento musicale. Le parole si dispongono secondo accenti che rispettano la prosodia italiana, evitando forzature e mantenendo una coerenza tra significato e articolazione fonica. Tale attenzione richiama pratiche proprie della liederistica, dove il rapporto tra testo e musica assume valore strutturale.

Nel complesso, «My Jazz Identity» si presenta come un disco in cui la consapevolezza tecnica e la sensibilità espressiva convergono in un equilibrio raro, sostenuto da una visione che privilegia la coerenza procedurale e la chiarezza del disegno musicale. Non si tratta di un semplice esordio, bensì dell’affermazione di una voce che, pur consapevole delle proprie radici, punta lo sguardo verso una progettualità futura, nella quale la ricerca continua a rappresentare il motore principale.

Perla Palmieri

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