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La scelta di concentrarsi sugli standard in un organico ridotto consente a Marsalis di definire con maggiore nitidezza la propria fisionomia sonora: un istinto melodico diretto, talvolta conciso, talvolta espansivo, attraversato da un umorismo sottile che non scade mai nell’autoindulgenza.

// di Aldo Gradimento //

Nel gennaio del 1988, dopo mesi trascorsi tra tournée mondiali con Sting e impegni discografici per conto terzi, Branford Marsalis convocò una formazione ridotta negli studi Astoria di Queens, , tentando un atto di rifocalizzazione linguistica. «Trio Jeepy» nacque così in una stagione febbrile, segnata dall’alternanza fra palcoscenici imponenti e spazi di registrazione più raccolti, e proprio tale oscillazione sembrava alimentare una scelta di sottrazione: nessun pianoforte, nessuna armonia predefinita se non quella suggerita dal contrabbasso, nessuna protezione timbrica che potesse attenuare o limitare l’esposizione del sax.

Il titolo allude a un soprannome del leader, ma l’attenzione si concentra subito sulla presenza di Milt Hinton, figura leggendaria già accanto a Art Tatum, Louis Armstrong e Count Basie. Hinton, settantottenne al momento della registrazione, portò con sé un’autorità metronomica che non coincideva con il concetto di rigidità, quanto con un senso del tempo radicato in decenni di esperienza orchestrale. Al suo fianco siede Jeff Tain Watts, stabilmente inserito nell’organico marsalisiano, mentre in alcune tracce interviene Delbert Felix, già presente in «Random Abstract». L’assenza del pianoforte collocò l’ensemble nel solco di certe esperienze di Sonny Rollins e di John Coltrane, pur senza aderire a un modello sonoro precostituito.

«Housed from Edward» da la stura all’album con frammenti di conversazione in studio, quasi a sottolineare una dimensione ludica che solca l’intero lavoro. L’ossatura formale sembra quella di un blues in dodici battute, e tuttavia Marsalis altera l’accentazione spostando l’enfasi metrica dal secondo movimento al primo e al terzo, alternando note singole a rapide sequenze di semicrome ora swingate ora diritte. Hinton mantiene una linea di walking bass incrollabile, mentre Watts accentua gli snodi con colpi che amplificano l’energia senza frantumare la struttura. L’assolo del contrabbasso assume i contorni di un confronto serrato con la batteria, mentre il ritorno del sax si manifesta con salti intervallari arditi e figurazioni minute che giocano sul contrasto fra ampiezza e brevità. L’ironia non cancella la disciplina formale, ma la rafforza. Con «The Nearness Of You» il trio opta per una lettura lineare del celebre standard. Marsalis espone la melodia sopra un arco del contrabbasso che ne sostiene l’andamento con sonorità calde, poi lascia che la batteria inserisca leggere vibrazioni di piatto. L’improvvisazione procede per variazioni ritmiche, con modulazioni di intensità e timbro che mostrano un controllo accurato del registro grave e medio. Si avverte una riflessione sulla tradizione della ballad tenorile, pur senza indulgere in manierismi. «Three Little Words» viene preceduta da un’incertezza iniziale che tradisce la spontaneità della sessione. Una volta avviato, il torrente sonoro scorre con velocità sostenuta, quasi parkeriana; Hinton ricorre allo slap con vivacità teatrale, delineando la linea melodica e il sostegno ritmico simultaneamente. Il rientro del sax si posiziona su un crinale di rischio controllato, come se l’andamento potesse deragliare e tuttavia restasse coeso grazie alla chiarezza delle cadenze. Nel trattamento di «U.M.M.G.» di Billy Strayhorn il tempo rasenta la soglia della vertigine. Watts imprime accelerazioni improvvise, con rullate e aperture di piatti che sollecitano il sax a una risposta altrettanto energica, mentre il contrabbasso garantisce stabilità armonica. Il finale assume contorni quasi latino-americani per poi alludere a libertà melodiche che richiamano Ornette Coleman, pur mantenendo un saldo riferimento alla linea tematica.

«Gutbucket Steepy» riporta l’attenzione su un blues lento affidato inizialmente al contrabbasso solo, secondo un invito esplicito del leader. La struttura armonica presenta una lieve torsione all’inizio del secondo periodo di quattro battute, dettaglio che conferisce al tema un carattere riconoscibile senza alterarne la chiarezza. Quando Hinton conclude con un ulteriore intervento solistico, la procedura sembra possedere una continuità quasi atemporale. Con «Doxy» di Rollins l’ingresso di Felix modifica l’equilibrio complessivo. Il suo accompagnamento mostra inventiva e mobilità, pur senza la stessa autorità pulsante di Hinton; ne scaturisce una trama più mobile, in cui sax e contrabbasso procedono secondo traiettorie talora divergenti, in una sorta di polifonia improvvisativa. La ripresa di «Makin’ Whoopee» accelera progressivamente verso registri estremi, con sequenze fitte che ricordano i celebri sheets of sound coltraniani, alternati a momenti di swing più tradizionale. Il tempo rimane saldo, e il leader si allontana dal microfono per lasciare emergere la precisione del contrabbasso. Il brano aggiuntivo «Stardust» di Hoagy Carmichael, presente nella versione in vinile, adotta un’andatura ampia e contemplativa; la melodia viene enunciata in solitudine prima che l’ensemble entri con delicatezza, offrendo una lettura misurata e priva di sentimentalismi. «Peace» di Coleman, ancora con Felix, propone una forma complessa nella quale le progressioni armoniche mutano per iniziativa del sassofonista o del bassista. I musicisti orbitano l’uno attorno all’altro come in una danza controllata, sostenuti dal battito regolare della batteria. «Random Abstract (Tain’s Rampage)» conclude il percorso con un’improvvisazione collettiva di forte intensità, caratterizzata da intervalli ampi e da un’interazione quasi tumultuosa che richiede al leader di richiamare l’insieme al tema iniziale. La scelta di concentrarsi sugli standard in un organico ridotto consente a Marsalis di definire con maggiore nitidezza la propria fisionomia sonora: un istinto melodico diretto, talvolta conciso, talvolta espansivo, attraversato da un umorismo sottile che non scade mai nell’autoindulgenza. In tale equilibrio fra tradizione e reinvenzione risiede la cifra più riconoscibile di «Trio Jeepy», testimonianza di una fase nella quale il sassofonista consolida un’identità destinata a orientare le registrazioni successive.

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