Bollani 2

Stefano Bollani

La leggerezza che spesso gli viene attribuita non coincide con superficialità, rappresenta piuttosto una strategia di distanziamento critico, un modo per sottrarre la musica alla retorica del pathos e restituirla alla sua dimensione più ludica e vitale.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Stefano Bollani incarna uno dei prototipi più singolari del pianismo europeo contemporaneo, non per un tratto esteriore o per un virtuosismo esibito, ma per l’attitudine a tradurre ogni contesto musicale in un terreno di invenzione linguistica. La formazione del pianista affonda in una tradizione eurodotta rigorosa, nutrita da anni di studio che gli hanno fornito un controllo impeccabile del fraseggio, una consapevolezza armonica radicata nella prassi novecentesca e una sensibilità per la forma che gli consente di agire con disinvoltura fra strutture differenti, spettacolarizzando ogni performance dal vivo. Il pianoforte non procede per compartimenti, ma seguendo una continuità narrativa che si espande tramite modulazioni inattese, digressioni improvvise, ritorni che assumono il valore di commenti interni. Ogni pratica diventa un modo per interrogare la materia sonora, per far emergere connessioni che non si attengono alla sola modalità jazzistica ma tendono verso la canzone d’autore, il repertorio colto, il teatro musicale e la dimensione performativa.

Il rapporto con il pubblico occupa un ruolo centrale nella sua poetica. Bollani non concepisce il concerto come un rituale frontale, preferisce un dialogo persistente e circolare che si nutre di rapide iperboli, scambi verbali e invenzioni teatrali. Tale attitudine deriva da una lunga frequentazione del palcoscenico in forme non strettamente musicali: dalle collaborazioni con attori e comici fino alle incursioni televisive. La sua presenza scenica non interrompe la concentrazione musicale, la amplifica, perché introduce un elemento di imprevedibilità che si riflette anche nella costruzione delle frasi pianistiche. Qualsiasi intervento verbale diventa un contrappunto alla musica, un modo per spostare l’attenzione, per generare un clima di ascolto più elastico. La leggerezza che spesso gli viene attribuita non coincide con superficialità, rappresenta piuttosto una strategia di distanziamento critico, un modo per sottrarre la musica alla retorica del pathos e restituirla alla sua dimensione più ludica e vitale. Esiste in Bollani una sorta di apostasia naturale, rispetto alla procedura e alla postura classica del jazzista italico, al punto da renderlo una sorta di personaggio trans-mediale. Merito delle ripetute incursioni televisive, il pianista è fondamentalmente un uomo di spettacolo, in grado di sedurre l’uditorio al netto della proposta musicale, ma soprattutto sa come attirare a sé masse indifferenziate di pubblico generalista e trans-generazionale, completamente avulse dal verbo e dal contesto jazzistico, anche in un evento concertistico formalmente indicato come tale.

La discografia bollaniana solca territori molteplici: dalle riletture di brani brasiliani alle esplorazioni orchestrali, dalle collaborazioni con Enrico Rava ai progetti solistici. In ciascuno di questi contesti Bollani mostra una rara inclinazione a adattare il proprio linguaggio senza perdere coerenza. Il pianoforte assume colori differenti a seconda dell’ambiente armonico in cui si muove, sebbene conservi una fisionomia riconoscibile, ossia un tocco che alterna morbidezza e incisività, una predilezione per le linee melodiche che si aprono in ampie arcate, una propensione a trasportare il materiale tematico all’interno di un campo di variazioni continue. La sua scrittura, quando si confronta con ensemble più ampi, rivela un gusto per la disposizione delle voci che deriva tanto dalla tradizione classica quanto dall’ascolto attento delle grandi orchestre jazz del Novecento. L’elemento forse più caratteristico della sua arte risiede nella predisposizione a far convivere rigore e gioco. Bollani non rinuncia mai alla precisione tecnica, ma la mette al servizio di un immaginario che si nutre di humour, di leggerezza e di improvvise aperture liriche. Tale combinazione produce un effetto di continua sorpresa, come se ogni frase potesse deviare all’improvviso verso una direzione inattesa. La sua musica non procede per accumulo, ma sulla scorta di una logica di mutamento costante, dove ogni idea si apre verso un’altra senza soluzione di continuità. Nel panorama del pianismo contemporaneo Bollani occupa una posizione singolare, perché unisce una solida formazione classica a una visione del jazz come territorio aperto, permeabile, attraversabile da influenze molteplici. La sua ricerca non si limita alla performance, coinvolge la riflessione sulla natura stessa dell’improvvisazione, sulla relazione tra scrittura e libertà, sulla possibilità di costruire un linguaggio personale che non rinunci alla comunicazione. La sua opera, nel suo insieme, testimonia una fiducia profonda nella vitalità del gesto musicale, nella sua predisposizione di reinventarsi continuamente, di fare di ogni concerto in un’esperienza irripetibile.

La relazione di Stefano Bollani con le radici afroamericane del jazz non nasce da un’adesione scolastica ai modelli storici, bensì da un ascolto profondo che lo conduce ad un approccio con quella scuola di pensiero, quale terreno fertile il proprio immaginari compositivo. La formazione non procede per imitazione, ma opta per una connessione duratura con le figure che hanno plasmato il linguaggio pianistico del Novecento. L’influenza di Art Tatum affiora nella libertà con cui manipola il materiale armonico, nella tendenza ad espandere una progressione attraverso deviazioni impreviste. Da Oscar Peterson assorbe la brillantezza del tocco e la fluidità delle linee, mentre da Bill Evans eredita una sensibilità per la disposizione delle voci che gli consente di creare superfici sonore morbide, attraversate da sfumature interne sempre mutevoli. Il rapporto con la tradizione afroamericana non si limita ai pianisti. Bollani guarda con attenzione alla lezione di Duke Ellington, soprattutto per l’abilità a convertire un tema in un ingranaggio in perpetuo movimento, e trova in Thelonious Monk un modello di libertà espressiva, un modo di intendere l’imperfezione come risorsa creativa. La frequentazione del repertorio brasiliano, che potrebbe sembrare un territorio laterale rispetto al jazz statunitense, gli dà la possibilità di avvicinarsi al contesto afrologico da un’angolazione diversa, più ritmica, più legata al movimento interno della frase. L’atteggiamento rispetto ai modelli storici non procede per contrapposizione, predilige una tipologia di adesione elastica. Bollani riconosce la centralità della tradizione afroamericana, ma la attraversa con una leggerezza che gli consente di evitare ogni rigidità filologica. Il suo pianoforte non cerca di replicare una formula consolidata, preferisce piuttosto far emergere le connessioni tra mondi differenti: la canzone italiana, il teatro musicale, la musica colta del Novecento, la cultura brasiliana e la grande eredità del jazz statunitense. Una pluralità che non indebolisce il legame con le radici afroamericane, ma lo rende più vivo, dato che lo inserisce in un orizzonte più ampio, dove la tradizione non è un modello da custodire, ma un impulso che genera inedite opportunità espressive. La sua «compliance», se vogliamo usare questo termine in senso critico, non coincide con un’adesione passiva. Bollani rispetta la grammatica del jazz afroamericano, ma la piega a un immaginario personale che si nutre di humour, di teatralità e di improvvise aperture liriche. Il dialogo con i maestri non procede per imitazione, ma mediante un confronto ininterrotto, una tipologia di ascolto attivo che gli permette di tradurre ogni riferimento in un punto di partenza.

Valentina Cenn e Stefano Bollani

Il rapporto di Stefano Bollani con il pianismo europeo nasce da una familiarità profonda con la tradizione colta del continente, una familiarità che non si limita allo studio accademico, ma si traduce in un modo di pensare il pianoforte come strumento in grado di attraversare epoche, linguaggi e stilemi. La formazione classica gli garantisce un controllo del tocco che deriva tanto dalla scuola italiana quanto dall’ascolto attento dei grandi interpreti del Novecento, personaggi che hanno fatto del pianoforte un opificio di possibilità timbriche ed estetiche. In tale orizzonte Bollani trova un terreno fertile, perché la sua immaginazione si nutre di libertà improvvisativa, ma anche di una disciplina che deriva dalla frequentazione delle pagine di Ravel, Debussy, Stravinskij e Bartók, autori che hanno ridefinito il rapporto tra aura fonica, ritmo e struttura. La relazione con il pianismo europeo non procede per imitazione, m apiuttosto attraverso un’interazione duratura con modelli che gli offrono spunti differenti. Da Keith Jarrett, figura ponte tra Europa e Stati Uniti, assorbe la capacità di rendere l’improvvisazione simile a un flusso narrativo che si dipana come un racconto interiore. Da Enrico Pieranunzi eredita una sensibilità armonica che unisce la tradizione classica alla libertà jazzistica, mentre da Martial Solal trae l’idea di un pianismo mobile, aduso a spostarsi rapidamente fra registri differenti. L’ascolto di Bobo Stenson gli suggerisce un modo di intendere il silenzio come parte integrante della frase, mentre la lezione di Paul Bley gli fornisce un modello libero da legacci che si manifesta nella volontà di far affiorare il l’ordito tematico senza forzarlo. Questa pluralità di riferimenti non genera dispersione, produce un modus agendi personale che si muove con naturalezza tra rigore e invenzione. Bollani non adotta la severità analitica di certa scuola centro-europea, preferisce un approccio più elastico, dove la precisione tecnica convive con un senso del gioco che appartiene profondamente alla sua personalità artistica. La relazione con il pianismo europeo si manifesta soprattutto nella cura del dettaglio, nell’idea di modellare una frase con un’attenzione quasi cameristica, nella scelta di cromatismi che vengono fuori da una lunga frequentazione del repertorio classico. La posizione del pianista nel panorama europeo non si definisce attraverso un’appartenenza, ma sulla scorta di una disponibilità a far dialogare grammatiche differenti. Bollani riconosce la forza della scuola afroamericana, ma la integra con una sensibilità insita nella musica eurodotta, nella canzone d’autore, nel teatro musicale e nella storia improvvisativa europea. Tale combinazione produce un pianismo che non si lascia ingabbiare in categorie rigide, poiché si attiene a una logica di evoluzione incessante, dove ogni riferimento diviene un punto di partenza per un percorso personale.

Il sodalizio tra Stefano Bollani ed Enrico Rava rappresenta uno dei dialoghi più fertili del jazz italiano contemporaneo, un incontro che ha corroborato la carriera di entrambi senza mai ridursi a un semplice sodalizio tra maestro e allievo. Rava riconosce in Bollani una libertà creativa rara, una disponibilità a muoversi tra registri differenti senza perdere coerenza, mentre Bollani trova in Rava un compagno in grado di aprire spazi, di suggerire direzioni e di lasciare emergere la musica senza costringerla entro schemi rigidi. La collaborazione nasce da un’affinità profonda, non da un’adesione programmatica. Rava rassoda un terreno fertilizzante per la fantasia di Bollani, perché il suo modo di concepire l’impianto sonoro non procede per compartimenti, ma si regge su una persistenza narrativa che si dirama mediante divergenze improvvise, ritorni inattesi ed aperture liriche che diventano punti di appoggio per il pianoforte. Bollani risponde con una vitalità che traduce ogni evento in un organismo in divenire, dove il materiale tematico si espande, si contrae, si reinventa con una spontaneità che affiora da una lunga frequentazione reciproca. La loro relazione non si fonda su un equilibrio gerarchico, ma si dirama sulla scorta di una tipologia di complicità artistica che si estrinseca nell’attitudine ad ascoltarsi, anticiparsi, lasciando spazio all’altro. Rava distribuisce linee che sembrano sospese tra memoria e invenzione, mentre Bollani interviene con un pianismo che tiene in bilico leggerezza e incisività, cucendo un tessuto sonoro in cui qualsiasi gesto s’imbatte in una risonanza immediata. Questa dinamica produce un interscambio che non si esaurisce nella performance, poiché si nutre di una stima reciproca che ha consentito ad entrambi di conformare un idioma condiviso, riconoscibile anche nei progetti più distanti tra loro. La loro collaborazione ha avuto un impatto significativo sul percorso di Bollani, giacché gli ha permesso di confrontarsi con un’operatività che Rava incarna con naturalezza, una tradizione che affonda nelle radici afroamericane del jazz ma si apre verso una sensibilità europea, lirica e mobile. Bollani assorbe questa lezione e la trasforma in un’ortografia personale, dove la libertà improvvisativa coabita con una cura del dettaglio propiziato dalla sua formazione classica. Il loro rapporto non si limita alla dimensione musicale, coinvolge un modo di intendere il concerto come spazio di invenzione, di gioco e di ascolto reciproco. Rava apprezza l’attitudine di Bollani di cavalcare ogni situazione, facendone un’occasione creativa, mentre Bollani trova in Rava un interlocutore che non teme l’imprevisto, che accoglie l’ironia e che lascia emergere il costrutto tematico senza irrigidirlo.

Il rapporto di Stefano Bollani con la cultura sudamericana, e in particolare con il Brasile, nasce da un’attrazione profonda per un modo di intendere la musica come spazio di libertà, di gioco e di invenzione continua. La frequentazione di quel contesto non si limita all’ascolto, coinvolge incontri, collaborazioni e immersioni dirette in uno scibile che unisce rigore ritmico, sensualità melodica e una genetica propensione alla rimodulazione del materiale tematico. Il Brasile diventa per lui un luogo di risonanza, un territorio in cui l’immaginazione trova una corrispondenza immediata. L’incontro con la musica di Tom Jobim rappresenta un punto di svolta, poiché gli sottopone un modello di scrittura in cui la semplicità apparente nasconde una complessità armonica raffinata. Bollani assorbe questa lezione e la porta nel proprio pianismo, lasciando emergere una morbidezza del tocco che deriva tanto dalla bossa nova quanto dalla tradizione classica europea. La frequentazione del repertorio di Caetano Veloso e Gilberto Gil gli permette di sondare un’altra dimensione della musica brasiliana, più legata alla parola, al gesto cantabile, all’abilità di collocare una melodia all’interno di un autentico flusso narrativo La collaborazione con Hamilton de Holanda apre un capitolo nuovo, perché introduce Bollani in un ambiente in cui la virtuosità non è un fine, ma un mezzo per generare energia collettiva. Il loro incrocio si sostanzia come una danza, con scambi rapidissimi, deviazioni improvvise, momenti di sospensione che si trasformano in ripartenze fulminee. De Holanda delinea un contrappunto ideale al pianismo di Bollani, giacché unisce rigore tecnico e spontaneità, due elementi che trovano nel pianista italiano un interlocutore naturale. La sua relazione con la cultura latino-americana non si esaurisce nel Brasile. L’ascolto della tradizione cubana, soprattutto nella sua componente pianistica, gli suggerisce un modo diverso di intendere il ritmo, più percussivo, più legato alla pulsazione interna della frase. L’influenza di Chucho Valdés e Gonzalo Rubalcaba affiora in alcuni passaggi in cui Bollani lascia emergere una vitalità ritmica più marcata, senza farne mai un esercizio di stile. La pluralità di incontri non genera dispersione, produce una prassi procedurale che si muove con agilità tra universi differenti. Bollani non adotta il vernacolo latino-americana come un repertorio da citare, preferisce farlo entrare nel proprio immaginario, lasciando che colori, ritmi e gesti si integrino nella sua visione del pianoforte. La relazione con il Brasile e con l’America Latina diventa così un modo per ampliare il proprio orizzonte, per mettere in circolo energie vitali, al fine di rendere qualsiasi esibizione in un luogo di scambio.

La dimensione armonica di Stefano Bollani sancisce uno dei nuclei più riconoscibili del suo linguaggio, perché unisce una solida formazione accademica a una fuga improvvisativa che gli permette di spostarsi con disinvoltura tra accordi complessi, deviazioni inattese e modulazioni che si aprono come parentesi narrative. La sua armonia non procede per accumulo, ma piuttosto mediante una ratio di mutazione perenne, dove ciascun accordo diventa un punto di passaggio verso un territorio da scoprire. Questa fluidità viene fuori da una lunga frequentazione del repertorio europeo, soprattutto francese e russo, che gli ha offerto un modo di intendere il colore sonoro come elemento portante, non come semplice ornamento. Il rapporto con il silenzio evidenzia una consapevolezza profonda della forma. Bollani non usa la pausa come interruzione, la considera un luogo di risonanza, un momento in cui la frase si distende e trova un nuovo equilibrio. Il silenzio diventa un gesto, un modo per lasciare emergere ciò che precede e ciò che segue, una zona in cui l’ascolto s’intensifica. Questa attitudine deriva tanto dal jazz quanto dalla musica da camera, dove la pausa non costituisce un vuoto, ma un elemento che modella la percezione del tempo. Il senso del tempo non coincide con una scansione regolare, si percepisce istantaneamente una flessibilità che gli consente di allargare o restringere la frase con una sorgività che nasce dall’improvvisazione. Bollani gioca con il tempo come se fosse una materia elastica, versata nell’adattarsi al gesto, alla dinamica, alla direzione della linea melodica. Questa elasticità non compromette la coerenza interna, perché il suo pianoforte mantiene sempre un centro tonale, una pulsazione implicita che guida l’ascolto anche nei momenti più liberi. La combinazione tra armonia mobile, uso consapevole del silenzio e gestione elastica del tempo produce un pianismo che si muove con leggerezza tra rigore e invenzione. Bollani non punta all’effetto, ma agogna una costruzione che nasce dall’ascolto reciproco, sempre incline a concedere spazio, dalla volontà di fare di ciascun concerto un organismo vitale e partecipato. Il suo modo di intendere il tempo non appaga nella dimensione ritmica, coinvolge la percezione stessa della forma, perché ogni frase si dischiude verso un’altra con una continuità che prende corpo da una profonda fiducia nella musica come processo comunicativo.

La traiettoria discografica di Stefano Bollani trova un primo punto di svolta in «Piano Solo», un album che mette a nudo la sua identità pianistica senza mediazioni. La dimensione solitaria gli permette di esplorare il pianoforte come un meccanismo in grado di evolversi costantemente, con un uso del silenzio che diventa parte integrante della forma. Le sue progressioni armoniche si muovono con una naturalezza che scaturisce da una lunga frequentazione della musica europea, mentre la libertà improvvisativa affiora attraverso digressioni che aprono varchi inattesi. Il repertorio alterna pagine originali e riletture, ma ciò che emerge è soprattutto la versatilità nel far convivere rigore e leggerezza, precisione tecnica e un senso del gioco che appartiene profondamente alla sua poetica. Questo album segna l’inizio di una fase in cui Bollani definisce con chiarezza la propria voce, senza rinunciare alla pluralità di influenze che lo hanno formato. Un altro capitolo fondamentale si trova in «Carioca», un concept che nasce dall’incontro con la musica brasiliana e con alcuni dei suoi interpreti più autorevoli. Bollani non appaga nell’omaggiare un repertorio, ma decide di immergersi in un habitat sonoro che dispensa inedite possibilità ritmiche e melodiche. La relazione con il Brasile non procede per imitazione, ma seguendo un dialogo diretto con musicisti che vivono quella tradizione dall’interno. Il pianoforte pennella colori differenti, più morbidi, più legati al movimento interno della frase, mentre l’interazione con gli ensemble brasiliani gli permette di scandagliare una dimensione collettiva che espande il suo immaginario costruttivo. «Carioca» diventa così un ponte tra la sua formazione europea e un universo musicale che gli garantisce un’espressività divincolata, una vitalità che si riflette nella conformazione delle traiettorie e nella scelta dei materiali. La collaborazione con Hamilton de Holanda trova una sintesi esemplare in «O Que Será», un album che mette in contatto due strumenti apparentemente distanti, il pianoforte e il bandolim, ma propedeutici a imbastire un tessuto sonoro sorprendentemente compatto. La loro intesa nasce da una comune disponibilità all’imprevisto, da una capacità di ricezione che permette a ciascuno di intervenire nel momento esatto in cui la musica lo richiede. Bollani modella le sue frasi con una duttilità che deriva tanto dal background jazzistico quanto dalla musica da camera, mentre de Holanda apporta una vitalità ritmica che spinge il pianista verso territori inesplorati. L’album diventa un esempio di come Bollani sappia adattare il proprio modulo espressivo senza perdere coerenza, facendo di ciascun incontro un’occasione per ampliare il proprio orizzonte.

La dimensione orchestrale mostra un’espressione compiuta in «Concerto Azzurro», un lavoro che rivela la sua abilità nel pensare la musica oltre il pianoforte. La scrittura orchestrale non procede per sovrapposizioni, ma si conforma tramite una disposizione delle voci che deriva da una lunga frequentazione della musica colta. Bollani instaura un dialogo tra solista e orchestra che evita ogni retorica, lasciando emergere un’impalcatura fluida, votata ad accogliere momenti di improvvisazione senza perdere congruità. Il pianoforte si staglia con una libertà che deriva dall’esperienza jazzistica, mentre l’orchestra configura un ambiente armonico che amplifica la sua immaginazione. Questo album mostra un lato meno noto della produzione bollaniana, ma fondamentale per comprenderne la visione della forma. Un altro tassello decisivo si trova in «Napoli Trip», un progetto che mette in relazione la tradizione partenopea con una sensibilità contemporanea. Bollani non tratta il repertorio napoletano come un materiale da restaurare, preferisce far emergere le sue potenzialità nascoste, ricalibrandolo all’interno di laboratorio di invenzioni. La presenza di musicisti afferenti da galassie diverse gli permette di perlustrare una pluralità di colori, mentre il pianoforte assume un ruolo di mediatore fra tradizione e modernità. La predisposizione genetica a modellare una melodia con un’attenzione quasi cameristica si unisce a una vitalità ritmica che deriva tanto dal jazz quanto dalla musica popolare. «Napoli Trip» diventa così un esempio di come Bollani sappia attraversare repertori differenti senza perdere la propria identità. Questi cinque album, distribuiti lungo un arco temporale ampio, mostrano un artista che non si accontenta di ripetere formule, ma preferisce convertire qualunque progetto in un’opportunità per mettere alla prova il proprio linguaggio. L’evoluzione non procede per rotture, ma piuttosto sulla scorta di una continuità che si arricchisce di incontri risolutivi, nuove visioni e inedite formule espressive. Il pianoforte rimane il punto focale, ma ogni album mette in luce un modo diverso di intendere la musica, un metodo che unisce rigore, immaginazione e una fiducia profonda nella capacità del suono di reinventarsi.

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