Lee Konitz Meets Claudio Fasoli con «Infant Eyes (The Music Of Wayne Shorter)»: rilettura ad alta voce (Philology, 2027)
La sintesi provvisoria di un linguaggio condiviso, nel quale la musica di Wayne Shorter agisce come matrice generativa piuttosto che come repertorio museale da tutelare.
// di Francesco Cataldo Verrina //
L’incontro fra Lee Konitz e Claudio Fasoli, documentato in «Infant Eyes (The Music Of Wayne Shorter)», non nasce come operazione tributaristica né come esercizio di stile, ma quale riflessione condivisa su un repertorio che, più di altri, sollecita una presa di posizione estetica. La musica di Wayne Shorter, con il suo equilibrio instabile fra forma e apertura, fra enunciazione tematica e ambiguità armonica, offre il terreno ideale per due personalità che hanno sempre concepito il jazz come pratica del pensiero prima ancora che come linguaggio codificato. In questa pagina discografica, registrata nel novembre 2006, presso il Mu Rec Studio, per l’etichetta Philology, l’interazione fra i due sassofoni non procede per contrapposizione generazionale, ma si dipana in virtù di ascolto reciproco, di costante ricalibrazione del ruolo individuale all’interno del quadro collettivo.
Fasoli si sposta all’interno della fitta selva shorteriana con una consapevolezza che deriva da anni di frequentazione di forme aperte, mostrando una padronanza del materiale tematico che non scivola mai nella deferenza. Il suo tenore e il soprano s’inseriscono nel discorso con un profilo acustico mobile, abile nell’adattarsi alle curvature armoniche senza irrigidirle. Konitz, dal canto suo, porta in dote quella lucidità analitica che ha sempre contraddistinto il suo percorso, scegliendo progressioni essenziali, spesso oblique, che alludono più di quanto dichiarino. L’incontro fra le due voci non cerca la fusione, piuttosto una convivenza vigile, in cui ciascun intervento sembra nascere da una necessità logica prima che espressiva. La scelta delle composizioni, consente di implementare diverse modalità di organizzazione estetica, mettendo in luce la predisposizione del gruppo di elaborare situazioni intricate senza appesantirle. L’assetto quintettistico, sostenuto dal contrabbasso di Ares Tavolazzi e dalla batteria di Stefano Bagnoli, delinea una base ritmica gommosa, mai prescrittiva, mentre il pianoforte di Paolo Birro agisce come elemento di legatura accordale, suggerendo direzioni senza saturare lo spazio. Rebus sic stantibus, l’assenza di un centro gerarchico favorisce una circolazione delle idee che rende ciascun episodio sonoro parte di un discorso più ampio. Ciò che colpisce maggiormente riguarda la qualità del tempo musicale, gestito come materia plastica, tesa a dilatarsi o contrarsi secondo le esigenze procedurali. Le improvvisazioni non si presentano come parentesi virtuosistiche, ma alla stregua di estensioni naturali della scrittura, sulla base di una concezione che riconosce alla forma un ruolo generativo. In tal senso, l’eredità di Shorter non viene semplicemente evocata, ma rielaborata alla luce di una sensibilità europea, attenta alla dimensione strutturale ed al valore del silenzio come elemento attivo.
Per tutto l’album, Wayne Shorter rimane una presenza attiva ma non ingombrante, una matrice concettuale che stimola riletture divergenti senza imporre un modello. Fasoli e Konitz ne condividono l’idea di musica come pensiero in movimento, ma ne declinano gli esiti secondo traiettorie autonome, confermando come la vera fedeltà a Shorter non risieda nella somiglianza, ma nell’abilità a far vivere le sue creazioni oltre la loro origine storica. «Infant Eyes» da la stura al disco all’insegna di una sospensione vigilata, dove il tratto melodico viene investito di un valore interrogativo più che enunciativo. L’esposizione del tema procede senza accenti dichiarativi, consentendo alle doppiezze armoniche di uscire allo scoperto con gradualità. Fasoli opta per una condotta meditativa, concentrata sulla duttilità dell’emissione e su una scansione del tempo refrattaria a qualsiasi sviluppo narrativo prevedibile. Konitz replica con frasi asciutte, talora ellittiche, atte a delimitare l’orizzonte sonoro piuttosto che ad ampliarlo. Il pianoforte di Birro funge da bussola secernendo armoniche oblique, mentre Tavolazzi e Bagnoli sorreggono l’insieme con un assetto flessibile, versatile nel reggere il disegno melodico senza irrigidirne i contorni. «Black Nile» propone una diversa disposizione energetica, fondata su una battitura più evidente ma priva di qualsiasi carattere assertivo. Il tema offre lo spunto per un confronto sottile fra dimensione modale e articolazione ritmica, mettendo in luce la prontezza del gruppo nel maneggiare materiali scottanti con disinvoltura. Fasoli avanza lungo il tratturo con un fraseologia che alterna forza centripeta e dilatazione esterna, mentre Konitz impianta nel parenchima sonoro linee asimmetriche che ridisegnano costantemente il baricentro dell’argomentazione musicale. La sezione ritmica acquista una funzione elastica, favorendo una circolazione perpetua delle idee e salvaguardando la fluidità dell’insieme. «Nefertiti» viene trattata come luogo di resistenza a ogni retorica espressiva. La reiterazione tematica, cardine nella concezione originaria, non costituisce un vincolo, ma funge da dispositivo formale attorno al quale il line-up depone microvariazioni dinamiche e cromatiche. Il colloquio fra i sassofoni procede per scarti minimi e contiguità misurate, evitando qualsiasi accumulo superfluo. L’attenzione alla coesione collettiva conferisce al costrutto una qualità quasi rituale, dove ogni intervento trova senso in relazione al silenzio che lo accoglie.
«Footprints» funziona alla stregua di una palestra ritmico-armonica, in cui l’impalcatura si presta a una continua rinegoziazione. L’ostinato, privato di qualunque funzione di ancoraggio prevedibile, perde il carattere di riferimento stabile per farsi elemento liquido. Fasoli utilizza il tenore per indagare registri e articolazioni contrastanti, mentre Konitz adotta una strategia di sottrazione, lavorando su intervalli e accenti decentrati. Il pianoforte libera sfumature accordali che ampliano il perimetro tonale senza ingolfarne la superficie, dando luogo a un un ambiente costantemente in bilico. «Wild Flower» lascia emergere una dimensione lirica priva di compiacimenti. L’imbastitura tematica viene trattato come superficie sensibile, su cui le improvvisazioni depositano segni lievi e sfuggenti. Fasoli tira una linea cantabile sorretta da una solida consapevolezza formale, che scongiura qualsiasi deriva ornamentale. Konitz interviene con frasi sbriciolate, più inclini all’allusione che all’assertività, mantenendo una distanza critica dall’ordito tematico. La sezione ritmica accompagna con frugalità, privilegiando una scansione del tempo morbida e permeabile. «Virgo» trova posto in una regione di maggiore rarefazione, dove il lavoro sulle dinamiche esercita una funzione determinante. L’ensemble avanza per accumulo progressivo, con peculiare attenzione alle relazioni fra le voci. Fasoli e Konitz danno vita a un interplay fondato su sovrapposizioni calibrate, lasciando che le differenze di registro e di colore sonoro definiscano l’orizzonte espressivo. L’armonia agisce come fattore di tensione latente, sostenuta da un accompagnamento essenziale e vigile. «ESP» suggella il disco con un’ampiezza esecutiva che riassume e rilancia le istanze emerse in precedenza. L’impianto aperta consente al gruppo di muoversi fra diversi livelli di discorsività, conservando una coerenza implicita non riconducibile a schemi prefissati, ma a un’allenata attitudine all’ascolto. Fasoli dimostra una notevole capacità di orientare l’andamento complessivo senza assumerne la guida, mentre Konitz conferma quella lucidità che rende ogni intervento una riflessione critica sul materiale stesso. Ne scaturisce una sintesi provvisoria di un linguaggio condiviso, nel quale la musica di Wayne Shorter agisce come matrice generativa piuttosto che come repertorio museale da tutelare.
Per una maggiore comprensione, va sottolineato che il rapporto che Claudio Fasoli e Lee Konitz non passa per l’adesione stilistica né per la ricostruzione filologica, ma per una lettura selettiva di taluni presupposti formali. Shorter viene scelto come autore di matasse sonore plasmabili, come pensatore musicale che ha progressivamente spostato l’asse del jazz dall’enunciazione tematica alla problematizzazione della forma. In tale prospettiva, tanto Fasoli quanto Konitz riconoscono nella scrittura shorteriana un terreno di possibilità, dove l’armonia non agisce come sistema normativo, ma come ingranaggio scorrevole, in grado di suggerire direzioni senza prescriverle. Dal punto di vista esecutivo, le divergenze emergono con chiarezza. Konitz mantiene una relazione con Shorter improntata alla distanza critica, filtrata da una lunga consuetudine con l’idea di sottrazione. Il fraseggio evita ogni enfasi drammatica, lavorando su intervalli spostati, su risoluzioni eluse e su un controllo rigoroso della prospettiva melodica. In questo atteggiamento, la ricchezza armonica di Shorter non è mai enfatizzata, piuttosto ricondotta a una dimensione quasi astratta, in cui la prassi procedurale prevale sull’espressione emotiva. Fasoli, pur condividendo una certa attenzione alla forma, introduce una componente maggiormente plastica, lasciando che il suono acquisti una funzione narrativa più marcata. Il suo rapporto con l’armonia shorteriana passa attraverso una gestione flessibile delle tensioni, una modulazione continua del colore sonoro e una sensibilità per gli snodi formali che rende la narrazione meno scontata e più esposta al rischio. Sul piano accordale, le complicità risultano evidenti nella comune rinuncia a una concezione funzionale di tipo tradizionale. Entrambi si muovono all’interno di campi tonali instabili, nei quali le progressioni non conducono a punti di arrivo fissate dalla normativa vigente, ma mantengono uno stato di perenne riorganizzazione. Tuttavia, mentre Konitz tende a vaporizzare il materiale, riducendo l’armonia ad una traccia implicita, Fasoli gioca attraverso una più marcato dinamismo relazionale, facendo convivere ambiguità modali e tensioni intervallari in un equilibrio sempre provvisorio. In questo scarto viene a galla una differenza di sguardo: analitico e distaccato quello di Konitz, più corporeo e immaginativo quello di Fasoli.

