«Guest» della European Music Orchestra conducted by Claudio Fasoli: equilibrio fra scrittura e apertura, il jazz come campo di verifica

0
FasoliGuest_ante

«Guest» s’iscrive così nel solco di una tradizione orchestrale europea che ha saputo interrogare il jazz come linguaggio aperto, capace di accogliere complessità formali senza rinunciare alla comunicatività.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Guest» consente di riconsiderare, a distanza di decenni dalla registrazione, uno dei progetti più ambiziosi e meno accomodanti della traiettoria di Claudio Fasoli, impegnato non soltanto come sassofonista, ma come regista formale di una compagine orchestrale europea pensata in senso non decorativo, ma strutturalmente responsabile. L’European Music Orchestra, formazione giovane e numericamente estesa, agisce come laboratorio di elaborazione e come campo di verifica di un’idea di jazz che rifugge tanto la retorica della tradizione quanto le scorciatoie dell’avanguardia ornamentale, inscrivendosi in una zona di riflessione linguistica che guarda con attenzione alla musica colta del secondo Novecento, alle esperienze del jazz orchestrale europeo e ad una concezione del tempo musicale come spazio gestibile.

La presenza di Kenny Wheeler e Aldo Romano non sancisce il carattere dell’ospitata prestigiosa destinata a nobilitare il progetto, ma quello di una partecipazione organica, interiorizzata nella trama complessiva. Wheeler, con il suo lessico armonico obliquo e la sua cantabilità franta, interviene come voce necessaria di un andamento che si sposta costantemente fra lirismo e instabilità, mentre Romano contribuisce a definire un assetto ritmico che predilige l’allusione e la flessibilità alla scansione assertiva. Fasoli, dal canto suo, governa l’insieme seguendo un criterio che privilegia l’equilibrio fra elaborazione e apertura, evitando qualsiasi gerarchia rigida fra sezioni e solisti.

«The Sweet Yakity Waltz», firmata da Wheeler, apre il disco secondo una metrica ternaria solo apparentemente regolare. La pulsazione, infatti, si dilata e si contrae in virtù di una distribuzione delle voci che mette in primo piano il colore orchestrale, con gli ottoni chiamati a disegnare superfici armoniche inclinate, mai pienamente risolte. Il fraseggio solistico non emerge per contrasto, piuttosto per continuità con il tessuto collettivo, secondo una concezione cameristica del grande organico. Con «Lyrical Tocu», il sassofonista propone una intreccio tematico nella quale l’elaborazione si muove per accumulazioni progressive, facendo affiorare un clima di misurata tensione affidato a incastri fra legni e ottoni, sostenuti da una sezione ritmica che lavora per sottrazione. Il sax, inserito con discrezione, amplia la tavolozza acustica senza introdurre elementi esornativi, contribuendo a una fisionomia sonora mobile e attentamente bilanciata. «Horizons» di Manfred Schoof apre una diversa prospettiva, nella quale la dimensione melodica viene costantemente messa in discussione da digressioni accordali e da una gestione dello spazio che richiama alcune esperienze del jazz europeo post-Darmstadt, pur senza scivolare in rigidità seriali. L’orchestra agisce come un organismo che funziona, alternando blocchi compatti e rarefazioni improvvise, secondo un disegno strutturale che privilegia la trasformazione continua.

In «Alex & Tom» e in «Sin Trio», entrambe composizioni di Fasoli, il materiale tematico si presta a un trattamento che mette in dialogo sezioni differenti, evitando la classica alternanza tema-assolo. L’andamento procede per zone, per campi sonori che si sovrappongono e si ritirano, lasciando emergere una concezione dell’impianto musicale come processo piuttosto che come contenitore. In questo contesto, l’intervento del sassofono non assume mai una funzione dominante, ma s’inserisce nel flusso come elemento di raccordo e di chiarificazione sintattica. «W.W.» di Wheeler, con il pianoforte di Paolo Birro in evidenza, espone con particolare chiarezza il rapporto fra lirismo e complessità che attraversa l’intero progetto. L’elaborazione armonica, ricca di scarti e sospensioni non risolutive, sostiene un clima meditativo nel quale ogni gesto strumentale sembra misurato in relazione all’insieme. Birro articola un andamento pianistico controllato e ricettivo, abile nel dialogare con l’orchestra senza appesantirne l’ordine interno. La sezione conclusiva, affidata a «Trio» di Fasoli ed a «Horn Salut» di Schoof, riporta l’attenzione sulla dimensione collettiva come luogo di sintesi. In particolare, «Horn Salut» lavora su una geometria timbrica che valorizza il dialogo fra le sezioni degli ottoni, facendo emergere un’elaborazione attenta alle densità relative e alla distribuzione delle masse sonore. Aldo Romano, lungo tutto il disco, sostiene l’andamento con un drumming che privilegia l’ascolto e la reazione, evitando qualsiasi tentazione di protagonismo e contribuendo a una mobilità ritmica costante.

«Guest» s’iscrive così nel solco di una tradizione orchestrale europea che ha saputo interrogare il jazz come linguaggio aperto, capace di accogliere complessità formali senza rinunciare alla comunicatività. La direzione del sassofonista veneziano, sorretta da una solida formazione e da una visione compositiva consapevole, restituisce un lavoro di rara coerenza, nel quale ogni elemento trova posto all’interno di un disegno musicale ampio e rigoroso. La distanza temporale dalla registrazione non attenua l’attualità del progetto; al contrario, ne rende più evidente la lungimiranza, confermando «Guest» come una pagina significativa del jazz europeo di fine Novecento, sempre disponibile per un ascolto critico rinnovato.

Claudio Fasoli

0 Condivisioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *