The Dream Syndicate, Roma 23/01/2026, Largo Venue: un grande concerto rock alla presenza di un «Convitato Di Pietra»

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TheDreamSyndacate

Steve Wynn, chitarra e voce – Jason Victor, chitarra – Chris Cacavas, tastiere – Mark Walton, basso – Dennis Duck, batteria.

// di Roberto Biasco //

I Dream Syndicate sono uno dei gruppi – simbolo della scena del Rock «alternativo» e indipendente americano. Formatisi nel primi anni ottanta nell’area di Los Angeles, sotto la guida carismatica del chitarrista e cantante Steve Wynn, sono presto diventati il gruppo di punta del cosiddetto Paisley Underground, un movimento musicale che faceva esplicito riferimento al rock garage e psichedelico degli anni sessanta e settanta, strizzando l’occhio alle influenze più sperimentali, partendo da lontano, dagli Yardbirds, per proseguire con i Velvet Underground, i Doors, Neil Young e soprattutto l’underground newyorchese dei Television.

Non a caso il nome «The Dream Syndicate» fa esplicito riferimento all’ensemble sperimentale newyorkese dei primi anni ’60 di La Monte Young (meglio conosciuto comeTheatre of Eternal Music) nel quale militava anche John Cale, fondatore dei Velvet Underground assieme a Lou Reed. Un gruppo quindi che, pur caratterizzato da uno stile di Rock elettrico canonico e viscerale, arricchito soprattutto dal vivo da lunghe improvvisazioni chitarristiche, ha sempre mostrato una grande apertura intellettuale, facendo proprie suggestioni anche esterne al mondo del rock, evitando così di cadere nel risaputo e nel luogo comune che caratterizza spesso la musica «di genere». La band negli anni ha avuto una doppia vita, dal 1982 al 1989 ha pubblicato quattro album ufficiali in studio ed un album dal vivo uscito postumo – lo spettacolare «Live at The Raji’s» – per poi sciogliersi definitivamente. Steve Wynn iniziò poi autonomamente un lunga e variegata carriera solista che prosegue ancora oggi.

Il gruppo si è poi riformato tra il 2013 ed il 2014 per alcuni concerti dal vivo in occasione del trentennale dell’album di esordio – «The Days of Wyne and Roses» – con tre quarti della formazione originale e con l’innesto del nuovo chitarrista Jason Victor. Nel 2017 è uscito il nuovo album «What Did I Find Myself Here?» con la partecipazione di Chris Cacavas alle tastiere, diventato poi membro effettivo della band. Sono seguiti poi altri tre album caratterizzati da sonorità sempre più sperimentali, dove il rock a volte si oscura in atmosfere oniriche sottolineate da un sapiente uso dell’elettronica. In occasione della ricorrenza dei quarant’anni dall’uscita del loro acclamato album «Medicine Show» del 1984, è stato pubblicato uno speciale cofanetto di quattro CD ricco di inediti, alternate takes ed ampi estratti dai concerti dell’epoca, e per l’occasione – tra novembre ’25 e febbraio ’26 – è stato allestito un grande tour con ben 14 date in America e 22 in Europa, compresa l’Italia, il 21 Gennaio a Torino, il 22 a Bologna, il 23 a Roma e il 25 a Milano.

Il concerto tenutosi al Largo Venue a Roma non ha davvero tradito le aspettative. La band ha sfoderato da subito una compattezza, un tiro ed una sapienza tecnica davvero superlative. La sensazione netta è stata che, dopo anni di affiatamento e di ricerca comune, il gruppo suoni ancora meglio, in maniera ancora più ricca e convincente di un tempo, prendendo atto che ormai dei rockers sessantenni siano alla fin fine più bravi e maturi di quando erano ventenni. Il concerto si è snodato in due set più il bis, per oltre due ore. Nella prima parte la band ha proposto una serie di brani estratti dagli ultimi album presi quindi da repertorio più recente. I nuovi brani non sfigurano affatto nel confronto con il repertorio più classico della band, lampi elettrici e lunghe cavalcate chitarristiche davvero non mancano, ma colpisce il fatto che l’intensità espressiva è sempre basata su una capacità di scrittura e di arrangiamento ancora fresca ed originale, pur mantenendosi nel perimetro della classica quadratura armonica del pezzo rock da tre o quattro accordi di base.

Dopo un’ora circa di concerto Steve Wynn annuncia una breve pausa prima del secondo set, in cui viene riproposta integralmente la scaletta dell’album «Medicine Show», che parte alla grande con «Still Holding on To You», per poi snodarsi tra cavalli di battaglia come «Burn», «Merrittville», la lunga ballata onirica di «The Medicine Show» che fa da lancio al gran finale di «John Coltrane Stereo Blues» – pezzo forte della serata – una sorta di blues ossessivo basato su di un solo accordo e dilatato tra pause ed improvvise accelerazioni, fino al limite di oltre dieci minuti dui pura adrenalina. Pubblico in delirio e inevitabile richiesta di bis. La band torna sul palco con la classica «Tell Me When It’s Over» e, come secondo bis, propone una travolgente versione di «Let it Rain» ripresa dall’antico repertorio di Eric Clapton. Salutando il pubblico Steve Wynn, quasi scherzando, sottolinea come i musicisti sul palco, pur suonando rigorosamente rock, si sentano spiritualmente come una sorta di gruppo Jazz, e indicando i membri della band li apostrofa come John Coltrane, McCoy Tyner, Charlie Haden al basso ed Elvin Jones alla batteria.

Dunque un concerto superbo, di altissimo livello, e che supera di slancio la distinzione tra generi musicali. D’altro canto, la presenza di John Coltrane come «convitato di pietra» della serata, la dice lunga sull’enorme influenza che il grande musicista ha avuto su tutto ciò che è avvenuto dopo di lui, a prescindere dagli steccati tra generi musicali. Rimane indelebile l’immagine di Patti Smith, fotografata in un negozio di dischi mentre stringe al petto una copia di A Love Supreme. In conclusione, quando un gruppo rock ha le orecchie e la mente aperta a tutto ciò che accade intorno, la differenza si sente, eccome!

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