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Laurent de Wilde

«Il jazz è innanzitutto una promessa di libertà: puoi fare quello che vuoi, andare dove ti pare, qualcuno ti dirà questo o quello ma sei tu l’unico a giudicare dove vuoi portare la tua musica».

// di Valentina Voto//

Quello di Laurent de Wilde, pianista e compositore francese, nonché produttore, saggista e conduttore radiofonico, non è un nome nuovo per i lettori di Doppio Jazz: qualche tempo fa, infatti, è stato protagonista di una delle interviste di Guido Michelone (rimandiamo chi legge all’articolo del nostro Condirettore), ma è soprattutto l’autore della biografia Monk, uscita per la prima volta in Italia nel 1999 per i tipi di Minimum Fax – con titolo Thelonious Monk Himself e prefazione di Enrico Pieranunzi – e ripubblicata come Monk himself nel 2007. Noi abbiamo deciso di intervistarlo nuovamente, visto l’avvicinarsi della sua esibizione in piano solo del prossimo 17 febbraio presso l’Università di Milano-IULM, dove, in occasione dell’inaugurazione del Master in Editoria e Produzione Musicale, nella Sala dei 146 dell’Ateneo, si cimenterà in un programma sui generis, che prevede improvvisazioni su temi di Monk e George Gershwin. Un’occasione ben ghiotta, che ci permette di tornare a dialogare con questa interessante figura dai molti volti, a cavallo tra mondi musicali e professionali diversi.

D. Laurent, come sei arrivato al jazz?

R. Per puro amore. Ho ascoltato un album di Oscar Peterson (Girl Talk) quando avevo sette anni e mi sono innamorato seduta stante di questa musica. Era la cosa più hippie, allegra e ricca che avessi mai sentito, e volevo farne parte.

D. Cos’è per te il jazz? E cosa vuol dire per te essere un musicista di jazz?

R. Il jazz è innanzitutto una promessa di libertà: puoi fare quello che vuoi, andare dove ti pare, qualcuno ti dirà questo o quello ma sei tu l’unico a giudicare dove vuoi portare la tua musica. Essere un musicista jazz significa comprendere questa immensa libertà e che la onorerai con il duro lavoro e una curiosità senza fine.

D. Cosa ti ha portato a dedicarti al jazz sia come musicologo sia come musicista? Questa doppia veste di jazzista e di studioso (oltre che di giornalista) deve consentirti una prospettiva unica sul tuo lavoro. Potresti approfondire questo aspetto?

R. Beh, quando ho iniziato a suonare jazz, non avevo idea che sarebbe diventata la mia professione. Semplicemente amavo quella musica, ero desideroso di imparare il più possibile perché suonarla mi faceva stare bene. In realtà ho studiato letteratura e filosofia, perché ero bravo in queste materie a scuola, ma quando sono arrivato al punto in cui avrei dovuto farne il mio lavoro, mi sono reso conto che stavo andando nella direzione sbagliata. È stata una rivelazione per me e, come spesso accade, è quando sei costretto a fare una scelta che ti rendi conto di ciò che è davvero importante per te – e suonare musica era troppo importante per me. Così ho voltato le spalle a tutto ciò che avevo imparato a scuola e sono andato a New York per recuperare il tempo che avevo dedicato allo studio del greco antico e della storia, e per imparare correttamente la musica che fino ad allora avevo imparato solo ad orecchio. Solo pochi anni dopo un editore mi ha chiesto di scrivere una biografia di Monk, e quello è stato il momento in cui ho avuto la possibilità di riconciliare queste due parti di me stesso. E mi sono divertito un mondo a scrivere quel libro! É così che ho capito che potevo suonare quella musica e condividerla anche con le parole, il che è molto divertente. Secondo un detto francese non puoi andare in bicicletta e allo stesso tempo guardarti mentre la guidi, e negli ultimi trent’anni ho provato a dimostrare che non è vero… chiamalo paradosso quantistico se vuoi.

D. Hai lavorato sia in Francia sia negli Stati Uniti, perciò ti chiedo: può avere senso parlare di differenze tra il jazz e i jazzisti americani e il jazz e i jazzisti europei? Se sì, quali sono?

R. Ci sono, innegabilmente, delle differenze. Ho imparato la musica a New York, che è una scuola fantastica. Ma le cose devono essere fatte in un certo modo, altrimenti non riesci ad integrarti. È molto eccitante, molto coinvolgente, e ti insegna aspetti importanti di questa musica che devono essere compresi: come integrarsi con altri musicisti e sentire il tempo, il fraseggio… Ma d’altra parte può essere un po’ frustrante se vuoi prendere un’altra strada. Aderire agli standard di New York è un grande risultato, tranne che non è quasi mai abbastanza, e conosco musicisti che si sono persi in questo processo. Il bello del jazz europeo è che integra culture diverse, estetiche diverse che lo rendono diverso – non peggiore o migliore, solo diverso – ed essere europei può darti un po’ più di libertà per andare in un’altra direzione, una direzione che non sarebbe accettata in America.

D. Esiste per te un «jazz francese», con peculiarità sue proprie?

R. Mmh, questa è una domanda difficile. Non credo che riuscirei a riconoscere il «jazz francese» in un blindfold test… La Francia è sempre stata molto ospitale nei confronti dei musicisti jazz americani, che hanno avuto una grande influenza sul modo in cui «ascoltiamo» il jazz. Ciò che è decisamente francese è dividere la comunità jazzistica in due fazioni opposte: una fazione è quella dello «swing» e dell’allegria, l’altra è quella più intellettuale, e ciascuna delle due fazioni disprezza l’altra nel tentativo disperato di dimostrare la correttezza della propria posizione. Questo, credo, è molto francese.

D. Tra le tue tante collaborazioni (anche prestigiose), quali sono quelle a cui sei più legato? E a quale dei tuoi album sei invece maggiormente affezionato?

R. Ho lavorato molto con un grande bassista che ora insegna a Montreal, dopo aver suonato con Tony Williams, Herbie Hancock o Sting, tra gli altri. È un mio grande amico e gli devo molto: Ira Coleman. Ci siamo divertiti un sacco a lavorare insieme, perché eravamo molto complementari nel nostro modo di approcciare la musica, e questo non ha prezzo. Per quanto riguarda i miei album, di solito non mi piace ascoltarli, sento solo ciò che non va o che è incompleto, ma ho un debole per The Present, il primo album acustico che ho registrato dopo un lungo periodo dedicato alla musica elettronica. È passato un po’ inosservato quando è uscito (i critici jazz erano ancora molto arrabbiati con me per essere passato all’elettronica, quindi lo hanno snobbato quando l’ho pubblicato), ma mi piacciono la sua energia e la dedizione che ci ho messo.

D. Hai modelli ai quali ti rifai nella tua scrittura musicale? E qual è la tua dimensione compositiva e performativa preferita?

R. Il bello dell’invecchiare è che si amplia la propria visione e si riconsiderano le proprie influenze a un livello molto più ampio. Diciamo che all’inizio mi sono ispirato a Herbie Hancock, Chick Corea, McCoy Tyner e Bill Evans, che mi hanno dato tanta energia. Poi sono arrivati Monk ovviamente, Duke Ellington e Ahmad Jamal, che mi hanno dato una prospettiva che prima mi mancava. Ma ora tutto conta, da Earl Hines a Sullivan Fortner! Per quanto riguarda il formato, sono ancora un amante del trio. Come pianista, è la combinazione più conveniente per me: è economicamente vantaggiosa (e al giorno d’oggi, credimi, conta!), combina le corde e le percussioni del mio strumento con il basso e la batteria, può andare quasi ovunque (come uno sgabello a tre gambe, è stabile su qualsiasi superficie) e permette all’energia di circolare con la minima resistenza.

D. Il premio Django Reinhardt è stato forse il tuo primo premio importante. Cosa ha significato aggiudicarsi un simile riconoscimento, visti i precedenti illustri (Martial Solal, Michel Portal e Michel Petrucciani)?

R. È stato un grande onore! Ad essere sincero, la prima cosa che ho pensato quando l’ho saputo è stata che la giuria avesse commesso un errore e mi avesse considerato un musicista migliore di quanto fossi in realtà. Poi mi sono detto: beh, ora dovrai dimostrarti all’altezza…

D. Anche in Italia – la prima volta nel 1999, grazie a Minimum Fax – è stato pubblicato il tuo libro del 1996 Monk, che si è aggiudicato il premio Charles Delaunay come miglior libro sul jazz. Cosa ti ha portato al «gran sacerdote del bebop» e a scrivere di lui? Quali sono gli aspetti della sua vita e della sua musica che trovi più affascinanti?

R. In realtà, è stato questo editore,Gérard Bourgadier, a convincermi a scriverlo. Quando mi ha incontrato, mi ha detto: sei la persona che ho sempre desiderato per scrivere una biografia di Monk (all’epoca non ce n’era nessuna). Mi ha guidato attraverso l’intero processo, mi ha davvero insegnato come mettere le mie idee per iscritto e, soprattutto, mi ha insegnato a trovare il mio stile, il mio swing. E mentre approfondivo la musica e la vita di Monk, mi sono reso conto che Thelonious è un personaggio perfetto per un romanzo: infinitamente misterioso e creativo, puoi girargli intorno all’infinito senza mai riuscire a definirlo. È l’incarnazione del musicista jazz e allo stesso tempo è radicalmente originale, diverso da chiunque altro, una contraddizione vivente, la pura definizione di dialettica.

D. A Monk hai dedicato anche il lavoro New Monk Trio (Gazebo, 2017). Ce ne parleresti? Come ti sei approcciato alla musica di Monk in questo lavoro?

R. Con molta cautela. Quando è uscito il mio libro, la gente mi diceva «Devi registrare un disco con la sua musica», ma io ero molto riluttante: è davvero difficilepassare tutti questi anni a descrivere il genio di quest’uomo e poi suonare la sua musica come se nulla fosse. Ma quando si è avvicinato il suo centesimo compleanno, mi sono detto: non puoi lasciarti sfuggire questa occasione quando tutti i tuoi amici registrano tributi alla sua musica, sarebbe davvero sciocco. Così ho deciso di approfondire questa evidenza che ogni brano di Monk è una sfida per te stesso, perché non c’è modo di suonare come lui. Oggi ci sono parecchi cloni di Charlie Parker, Miles Davis o John Coltrane, ma nessuno suona come Monk;uno dei motivi è che ha passato la vita a praticare la sua musica con una tecnica assolutamente unica. Un altro motivo è che lui non è proprio di questo mondo, è come se fosse caduto sulla Terra da un altro pianeta, e questo si sente immediatamente nella sua musica. Quindi ho accettato la sfida in questi termini: come posso far suonare la sua musica con il mio vocabolario – che credo sia il motivo per cui ancora oggi è il compositore più registrato nella storia del jazz, una generazione dopo l’altra alle prese con la stessa necessità di essere se stessi con la musica di qualcun altro.

D. Il 17 febbraio 2026, in occasione della cerimonia di inaugurazione del Master in Editoria e Produzione Musicale dell’Università IULM, proporrai un concerto di piano solo con improvvisazioni jazz sui temi di Gershwin e Monk, un interessante accostamento. È forse possibile instaurare un confronto o individuare un legame, per somiglianza o opposizione, tra queste due figure? E qual è per te il lascito di Gershwin, oltre alla pletora di suoi songs divenuti jazz standards?

R. Sono così diversi! Ma ciò che li legaè la loro capacità di scrivere musica davvero divertente da suonare, e sarà la mia guida per quella performance. Quanto a Gershwin, beh, dichiarò ufficialmente il jazz una musica rispettabile, quando la maggior parte delle persone della sua epoca lo considerava un folklore nero indegno di persone serie. Portò il jazz sul palcoscenico sinfonico, creò un ponte tra Igor Stravinsky e Louis Armstrong, mostrò come cogliere i punti in comune in espressioni musicali che la maggior parte delle persone avrebbe considerato incompatibili.

D. Per concludere, di cosa ti stai occupando in questo periodo? Hai qualche progetto in cantiere?

R. Attualmente sto lavorando a un album di musica elettronica che spero sarà pronto entro la fine del 2026. Inoltre sto scrivendo un libro sulla storia degli strumenti musicali occidentali, dal punto di vista dell’esperienza dei musicisti, del loro rapporto con lo strumento, di come è costruito e di come se ne prendono cura. Mi interessa anche mostrare quali strumenti venivano suonati insieme in un determinato periodo storico, che tipo di musica suonavano… Il libro dovrebbe uscire entro la fine del 2027, se non muoio di stanchezza prima! E in questo momento sto lavorando per consolidare il mio canale YouTube, dove parlo di strumenti elettronici, teoria del jazz e faccio anche interviste: è piuttosto dispendioso in termini di tempo, ma molto divertente!

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