«Echoes From Home» di Clarissa Colucci: la voce come bussola per un racconto in sei passaggi (Wow Records, 2026)
«Echoes From Home» conferma ciò che la traiettoria di Clarissa Colucci lasciava presagire, ossia quella di un’artista che non aspira alla riconoscibilità attraverso formule, ma attraverso un linguaggio personale, costruito con studio, ascolto e una curiosità instancabile.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Con «Echoes From Home» Clarissa Colucci disegna un territorio sonoro che non procede per dichiarazioni esplicite, ma per rivelazioni graduali. L’album, pubblicato da Wow Records, riunisce sei composizioni originali e una reinvenzione di «Send In The Clowns», configurandosi come un itinerario coerente più che come un semplice lotto di canzoni: una linea che si piega, si sospende e riprende vigore, seguendo una logica interna mai esibita.
La scrittura della leader non utilizza il jazz come contenitore, ma come strumento di esplorazione. Ogni pagina musicale sembra scaturire da una tensione intima: un ricordo che riaffiora con un’inclinazione inattesa, un pensiero che fatica a trovare forma e una vibrazione che reclama spazio. La voce rifugge l’enfasi e predilige la misura; avanza con discrezione ed arretra quando la frase richiede respiro. Ne deriva un’atmosfera sospesa, un equilibrio sottile tra quiete e inquietudine, sostenuto da un lavoro melodico e armonico che evita la prevedibilità. Il quintetto che affianca Clarissa – Matteo Serra clarinetto, Canio Coscia sax tenore, Lorenzo Mazzocchetti pianoforte, Sergio Mariotti contrabbasso e Federico Negri batteria – non svolge un ruolo ancillare, ma contribuisce alla costruzione del discorso. Le loro linee non colmano vuoti, ma generano spazi. Ciascun intervento nasce da un ascolto reciproco, non da un compito prestabilito. Il risultato è un tessuto sonoro che privilegia la densità rispetto all’esibizione, la ricerca timbrica rispetto alla retorica solistica. Il disco si muove lungo una dialettica costante: avanzare e tornare, sostare e ripartire, come se ogni brano rappresentasse la tappa di un pellegrinaggio interiore.
«Fig Tree» apporta subito una dimensione raccolta e rarefatta. L’albero diventa un archivio di memorie che affiorano in immagini intermittenti. Le frasi oscillano come foglie mosse da un vento irregolare e portano alla luce ciò che era rimasto in ombra. Il tempo si vaporizza, assumendo un ritmo contemplativo, come se la narrazione si fermasse davanti a un frammento prezioso. L’ordito armonico implementa uno spazio di rivelazione, un luogo in cui la memoria prende corpo. «Along The Way» taglia il percorso con l’andatura di un cammino già avviato. La strada vibra, si restringe e si allarga, come se il terreno possedesse una propria intenzione. Le sonorità avanzano con passo misurato e delineano un orientamento che nasce dall’ascolto attento. L’itinerario prende il via seguendo dettagli minimi: un accento, un’inclinazione e una pausa che suggerisce la direzione successiva. «Odysseus» innesta nel racconto una figura guidata da un richiamo remoto. Il paesaggio sonoro si apre come una soglia e invita a procedere con attenzione. Qualsiasi passo misura la distanza tra ciò che è stato lasciato e ciò che ancora non ha forma. La linea musicale indica una rotta interiore, una direzione che nasce da un impulso profondo. «Send In The Clowns» emana una luce obliqua che mette a nudo la fragilità. La voce si staglia alla medesima stregua di un filo teso e definisce la scena come un luogo di confessione. La canzone diventa un monologo intimo, un momento in cui la narrazione si concentra sulla vulnerabilità e la lascia emergere con chiarezza. Il costrutto sonoro offre un chiarore che permette di vedere ciò che di solito resta nascosto. «Stay There» ritrova il movimento swing, vagamente retrò, ma lo orienta verso un luogo indefinito. La stanza emotiva che si schiude, raccogliendo echi, intuizioni e residui del percorso. Le proiezioni strumentali entrano ed escono come sagome che attraversano una linea di confine. L’intreccio motivico invita a sostare e a riconoscere la densità di ciò che si è raccolto lungo il tragitto. «Soli’cheat’ous» conclude il racconto con un chiarore sottile. Le sonorità si distendono e delineano un punto da cui osservare il tracciato compiuto. La musica propone una consapevolezza nuova, una quiete che accoglie le ombre e le integra. Il viaggio raggiunge un approdo provvisorio, un punto da cui ripartire quando sarà il momento.
«Echoes From Home» conferma ciò che la traiettoria di Clarissa Colucci lasciava presagire, ossia quella di un’artista che non aspira alla riconoscibilità attraverso formule precompilate, ma in virtù di un linguaggio personale, costruito con studio, ascolto e una curiosità instancabile. Il disco non punta allo stupore: mira alla permanenza. E vi riesce con una sorgività che non ha bisogno di proclami.

