Miles Davis visto da Massimo Donà: brevi spunti di analisi e riflessione
I dischi di metà Sixties con il cosiddetto Golden Quintet (Shorter, Hancock, Carter e Williams) che Miles inizia veramente ad aprire le strutture e a rovesciare le gerarchie tradizionali
// di Guido Michelone //
Pensando al centenario della nascita del grande trombettista afroamericano, occorre, per alcuni brevi spunti di analisi e riflessione, a Massimo Donà, il quale è universalmente noto come filosofo con decine di libri fondamentali che spaziano dal bello a Dio, dall’arte al vino, da Parmenide a Platone, da Goethe a Beuys, dai Beatles ai Rolling Stones, da Tiziano a Lucio Battisti, dal jazz a Miles Davis, ovviamente. Ma il filosofo è anche un valente trombettista con dieci album a proprio nome, tra cui un dichiarato tributo For Miles and Miles (2003) anche perché non fa mistero a riferirsi nel modo di suonare e improvvisare al Davis di Bitches Brew e dintorni.
A proposito del ‘collega’ jazzista, Donà scrive: «Miles è sempre stato per me un importante punto di riferimento. Ma non tanto per lo stile trombettistico (che pur ritengo sublime e, in quanto tale, credo mi abbia sicuramente influenzato), quanto piuttosto in relazione alla sua ‘idea’ musicale. Miles, cioè, rappresenta ai miei occhi un vero e proprio modo di intendere l’esperienza del fare-musica. E devo dire che Bitches Brew è perfettamente esemplificativo di tale approccio. Devo comunque precisare che secondo me in questo album il trombettista dell’Illinois porta alle estreme conseguenze un’attitudine che aveva già cominciato a sviluppare nelle prime incisioni degli anni Quaranta-Cinquanta; la stessa che lo avrebbe condotto a liberarsi progressivamente e in modo sempre più esplicito delle tradizionali modalità esecutive in voga nel jazz dei primi quarant’anni (dagli anni Trenta agli anni Sessanta). Per quanto, solo nelle incisioni degli anni Sessanta, la cosa sia diventata inequivocabile!… solo nelle registrazioni di questi anni, infatti, Miles si dimostra definitivamente insofferente nei confronti della classica articolazione del brano musicale, da sempre fondata su rigide e astratte contrapposizioni: come quelle che avevano sempre e rigidamente contrapposto la composizione e l’improvvisazione, il ritmo e la melodia, l’armonia e la melodia, il tema e l’assolo».
Per Massimo è soltanto attraverso i dischi di metà Sixties con il cosiddetto Golden Quintet (Shorter, Hancock, Carter Willias) che Miles inizia veramente ad aprire le strutture e a rovesciare le gerarchie tradizionali: «Il tema – continua Donà – può ormai coincidere con la funzione di sostegno solitamente attribuita alla sezione ritmica e la sezione ritmica può cominciare a svolgere una vera e propria parte solistica (si pensi al brano Nefertiti). E, se la melodia comincia a rompere le griglie inevitabilmente imposte dalla parte armonica, il ritmo entra in gioco come interlocutore degli strumenti melodico-armonici lasciandosi alle spalle la funzione di puro sostegno degli improvvisatori. Ma è solo con Bitches Brew che la forma canonica esplode definitivamente, e si fa strada un approccio in virtù del quale tema-assolo, armonia-melodia, ritmo-armonia si con-fondono e si determinano reciprocamente in virtù di una processualità esecutiva assolutamente improgettabile e affidata alla pura e semplice capacità di interazione tra i musicisti. Legata cioè al momento irripetibile di una esecuzione che ormai diventa vera e propria ‘produttrice della composizione’, senza limitarsi a svolgere un compito puramente interpretativo-esecutivo nei confronti della medesima».
In tal senso brani di Miles non posseggono più né tema né assolo, bensì diventano puri flussi sonori «(…) in cui l’indeterminatezza costituita da una vaga intenzione (come quella necessariamente custodita nella testa di ogni singolo musicista) si ‘fa’ musica nel corso di una esecuzione che funziona un po’ come un mantra – in virtù del quale ogni musicista potrà interagire con gli altri solo in quanto si sia posto in posizione di reale ‘ascolto’ dell’accadimento. Rinunciando per ciò stesso a farsi pre-potente ‘protagonista’ soggettivo del medesimo. È solo alla luce di questa libera disposizione nei confronti dell’evento creativo che Miles avrebbe potuto utilizzare i materiali musicali più diversi, le sonorità più azzardate e rompere così le classiche divisioni che avrebbero visto ancora a lungo contrapporsi i sostenitori del rock da un lato e i puristi del jazz dall’altro».

