«Sweet and Lovely»: tradizione riflessa e prassi contemporanea nel nuovo lavoro di Gianmarco Ferri (WoW Records, 2026)

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SWEET AND LOVELY

Ciascuna scelta appare orientata a evitare l’eccesso, privilegiando una chiarezza espressiva che si traduce in intensità trattenuta. Ne deriva una poetica della sottrazione che, senza rinunciare alla complessità, restituisce all’ascolto una dimensione di autenticità e profondità difficilmente riconducibile a formule convenzionali.

// di Francesco Cataldo Verrina //

«Sweet and Lovely» di Gianmarco Ferri, pubblicato da Wow Records, s’innesta con coerenza nel solco di una ricerca estetica che mira a rinegoziare il rapporto tra repertorio canonico e sensibilità contemporanea. La presenza di due musicisti di rilievo internazionale, Doug Weiss e Luca Santaniello, contribuisce a definire un contesto esecutivo di alto profilo, entro il quale la progettualità di Ferri trova piena esplicitazione.

L’album si conforma come una mappa sensibile in cui ogni brano traccia coordinate precise emotive. La dimensione lirica, filtrata attraverso un controllo formale rigoroso, richiama la lezione di Ahmad Jamal: sottrazione, respiro, architettura del silenzio. Allo stesso tempo, la scrittura chitarristica si muove lungo traiettorie che evocano l’essenzialità discorsiva di Billy Bean, traducendo il fraseggio in un dispositivo narrativo capace di suggerire più che dichiarare. Nel dialogo con gli standard, Ferri evita ogni forma di monumentalizzazione, preferendo una rilettura che agisce per sottili scarti semantici. Il materiale tematico viene distillato, riorganizzato secondo procedure che privilegiano equilibrio e proporzione. In tale contesto, l’interazione con Doug Weiss e Luca Santaniello assume una funzione determinante: il trio si comporta come un organismo unico, capace di modulare densità e rarefazione senza soluzione di continuità. La nozione di interplay trascende la dimensione performativa per assumere un valore quasi epistemologico. La prassi musicale diviene processo condiviso di costruzione del senso, in cui ciascun intervento strumentale rimodula continuamente il campo semantico dell’esecuzione. La chitarra non occupa una posizione dominante, ma s’inscrive in una rete di relazioni dinamiche, lasciando emergere una pluralità di voci che concorrono alla definizione del discorso.

L’alternanza tra standard e composizioni originali non produce fratture stilistiche, ma una continuità fluida che testimonia una piena interiorizzazione della tradizione. Il linguaggio jazzistico, lungi dall’essere trattato come repertorio museale, viene riattivato attraverso pratiche di riscrittura che ne preservano la vitalità. In tale prospettiva, «Sweet and Lovely» si attesta come un laboratorio, in cui il passato viene interrogato per generare nuove possibilità espressive. Nella ricalibrazione di «These Foolish Things», Gianmarco Ferri sembra mirare a una dimensione evocativa in cui il dato tematico funge da innesco per un discorso più ampio sulla memoria. L’approccio evita ogni compiacimento nostalgico, spostandosi piuttosto verso una riflessione sul tempo musicale: il fraseggio si distende, lasciando emergere una qualità sospesa che richiama, per economia e uso dello spazio, la lezione di Ahmad Jamal. La title-track, «Sweet and Lovely», si srotola come un esercizio di equilibrio tra cantabilità e rigore strutturale. Il tema, trattato con estrema chiarezza, diventa il fulcro attorno a cui si organizza un racconto che rifugge l’enfasi. In filigrana si coglie una sensibilità affine a quella di Billy Bean, soprattutto nella gestione della fisionomia acustica della chitarra quale voce intima e priva di ridondanze. In «Butch And Butch» spunta una maggiore propensione alla sperimentazione ritmica. La struttura del brano viene indagata attraverso micro-variazioni che mettono in luce l’interazione fra i tre musicisti, con Doug Weiss e Luca Santaniello impegnati in un dialogo serrato con la chitarra. Il risultato è una tessitura mobile, in cui identità tematica e libertà improvvisativa coesistono senza attriti. «I Hear a Rhapsody» è uno standard che viene affrontato come un continuum narrativo, più che come una successione di chorus. La linea melodica si espande progressivamente, trasformandosi in un flusso che valorizza le affinita fra i tre sodali. L’attenzione alla dinamica e alla costruzione graduale del climax rivela una consapevolezza formale che trascende la semplice esecuzione del repertorio.

Tra gli originali, «Friends» si distingue per una scrittura che sembra nascere direttamente dall’interazione tra i musicisti. Il tema appare come una trama aperta, predisposta a essere riplasmata in tempo reale. L’aura cameristica del trio si estrinseca sulla scorta di un equilibrio propedeutico all’ascolto reciproco, rispetto all’affermazione individuale. «You Missed The Turn» suggerisce, a partire dal titolo, uno scarto e una deviazione, e tale idea si riflette nell’intelaiatura dell’ordito sonoro. Le frasi evitano risoluzioni prevedibili, generando una tensione che si dipana lungo traiettorie oblique. Ferri costruisce un trama che gioca con l’aspettativa dell’ascoltatore, articolando un linguaggio in cui la sorpresa diventa elemento costitutivo. «Niño» raffigura un’ambientazione più rarefatta, quasi contemplativa. L’uso dello spazio e delle dinamiche ridotte apre a una qualità timbrica che richiama suggestioni extra-jazzistiche, senza tuttavia abbandonare il vocabolario idiomatico, tanto da spingere il costrutto ai margini del linguaggio, perlustrandone le possibilità espressive più sottili. In chiusura, «Laying It Down» mostra un’attitudine più assertiva, imperniata su un rapporto diretto con il groove. La superficie ritmica diventa elemento propulsivo, attorno al quale si sviluppa un interplay energico ma sempre controllato. L’insieme conferma la capacità del trio di muoversi tra registri espressivi differenti, mantenendo una congruità stilistica riconoscibile. La grana sottile che permea l’intero lavoro non coincide con una mera qualità estetica, ma si sostanzia come postura etica nei confronti del materiale trattato. Ciascuna scelta appare orientata a evitare l’eccesso, privilegiando una chiarezza espressiva che si traduce in intensità trattenuta. Ne deriva una poetica della sottrazione che, senza rinunciare alla complessità, restituisce all’ascolto una dimensione di autenticità e profondità difficilmente riconducibile a formule convenzionali.

Giammarco Ferri

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