«Koradan con «Around The World … Music»: materia, rito e pensiero nella cartografia del suono (Filibusta Records, 2026)

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L’ascolto integrale, senza interruzioni, consente di percepire la continuità sotterranea che unisce le quattordici tappe; ogni sezione rimanda alla successiva sulla scorta di un metodo di evoluzione graduale, fino a delineare un globo acustico nel quale la pluralità non frammenta, ma unifica.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’operazione Koradan, «Around The World … Music», pubblicata da Filibusta Records non coincide con la semplice pubblicazione di un album, ma con la messa in opera di un ambiente pluristratificato, in cui suono, gesto corporeo e manifattura strumentale concorrono alla definizione di un’esperienza immersiva.

Koradan nasce da un’intuizione del polistrumentista Alex Baccari, affiancato dalla danzatrice Marzia Di Cicco. L’organismo che ne deriva non si esaurisce nell’ambito performativo; esso comprende un laboratorio dedicato alla riparazione di strumenti etnici, alla fabbricazione di kore africane, alla progettazione di accessori per la danza e alla concezione di strumenti interculturali quali le koritas, oggetti sonori brevettati e riconosciuti in ambito internazionale. La pratica musicale assume così un valore artigianale nel senso più alto del termine: non mera esecuzione, ma conoscenza dei materiali, delle risonanze, delle tensioni fisiche che presiedono alla produzione del suono. Il titolo «Around The World … Music» non allude a un itinerario turistico, quanto a una cartografia acustica. Ottanta strumenti provenienti da tradizioni differenti concorrono a delineare un atlante nel quale Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa non figurano come citazioni decorative, ma qauli matrici operative. Una parte significativa di tali strumenti nasce dalle mani degli stessi Koradan; il dato non costituisce un dettaglio marginale, poiché l’atto del forgiare condiziona direttamente la qualità della vibrazione e la concezione dell’ensemble.

«Tanec Vetra», letteralmente «danza del vento», afferma fin dalle prime battute una poetica dell’aria intesa come principio dinamico. Le linee melodiche non gravitano attorno a centri tonali rigidi; piuttosto, si dispongono secondo traiettorie circolari, con intervalli aperti che suggeriscono ampiezza e mobilità. Le percussioni leggere, lontane da ogni enfasi, sostengono una pulsazione elastica che richiama pratiche balcaniche, mentre le corde africane conferiscono una tessitura scintillante. L’impressione non riguarda l’accumulo, ma la respirazione di un organismo che espande e ritrae la propria energia. Con «Sawt as-Sahra» il quadro si sposta verso un ambito desertico. Oud iracheno, tombak iraniano, kanun turco-siriaco e simsimiyya egiziana cooperano in un intreccio nel quale il tempo non procede per accenti marcati, ma per ondulazioni. Le scale modali, prossime ai maqām mediorientali, generano microintervalli che sfumano la rigidità temperata. Il risultato non indulge in esotismi; si avverte piuttosto una meditazione sulla risonanza, sulla persistenza del suono nello spazio, come se la sabbia stessa restituisse eco e memoria. «Tarab Cafè» delinea un ambiente raccolto, quasi una stanza sonora in cui la dimensione conviviale prende il sopravvento. Le percussioni a cornice scandiscono figure minute, mentre le melodie si articolano secondo formule ornamentali tipiche dell’area levantina. Il concetto di tarab, con la sua carica estatica, viene reinterpretato in chiave contemporanea; l’ebbrezza emotiva non scaturisce da virtuosismi, m apiuttosto da una calibrata reiterazione di cellule melodiche. In «Flyg» l’aria riacquista centralità. Le linee ascendenti, affidate a flauti e corde pizzicate, suggeriscono un’idea di slancio che non conosce gravità. L’armonia, priva di cadenze conclusive, si mantiene in equilibrio instabile, quasi a sospendere il senso di arrivo. L’ascoltatore percepisce un continuum che travalica confini geografici, come se il volo evocato dal titolo si traducesse in una progressiva rarefazione della materia sonora. «Hara», termine giapponese che designa il centro vitale, concentra l’attenzione su una dimensione più introspettiva. La pulsazione si raccoglie, le percussioni assumono un ruolo misurato, e le corde intonano figure brevi, reiterate con variazioni minime. Il riferimento alla cultura nipponica non si traduce in citazione letterale; emerge piuttosto un principio di equilibrio, di concentrazione energetica che precede ogni espansione. «Gothic Clagan» convoca un confronto ardito fra tradizioni apparentemente distanti. L’organo a canne di ascendenza cattolica si affianca alle campane tibetane e al bansuri dell’India meridionale. Le frequenze gravi dell’organo stabiliscono un fondamento solenne, mentre le campane diffondono armonici fluttuanti; il flauto indiano, con la sua emissione soffusa, attraversa questo campo vibratorio senza fratture. Ne deriva una coesistenza in cui nessuna identità si dissolve; ogni matrice conserva la propria fisionomia pur partecipando a un insieme coerente. «Trinithango» conclude con una leggerezza che non coincide con superficialità. Il tango, assunto quale paradigma ritmico, viene filtrato tramite fisarmonica, steel drum di Trinidad e Tobago, kobyz kazako e launeddas sarde. L’ibridazione non si affida all’effetto sorpresa; al contrario, il ritmo binario del tango accoglie timbri inusuali, generando una trama policroma nella quale la differenza produce energia cinetica. L’elemento ironico affiora nella scelta degli accostamenti, ma la scrittura mantiene rigore formale.

La proiezione complessiva che illumina «Around The World … Music» rinuncia a qualsiasi assimilazione forzata. Le culture evocate non subiscono livellamenti, ma ciascuna conserva il proprio peso storico e simbolico. L’immagine dell’astronauta che osserva la Terra priva di confini politici suggerisce un’utopia concreta, fondata sull’ascolto reciproco e sulla conoscenza dei materiali sonori. Questo primo capitolo della progettualità Koradan non pretende di esaurire il proprio orizzonte. Si avverte piuttosto la volontà di inaugurare una tetralogia concepita come itinerario progressivo, nel quale l’aria rappresenta soltanto il primo elemento. L’ascolto integrale, senza interruzioni, consente di percepire la continuità sotterranea che unisce le quattordici tappe; ogni sezione rimanda alla successiva sulla scorta di un metodo di evoluzione graduale, fino a delineare un globo acustico nel quale la pluralità non frammenta, ma unifica.

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