Claudio Fasoli: analisi di una solitudine speculativa nel disegno armonico di «Egotrip», tra rigore e sottrazione («Splasc(h)», 1988)

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Egotrip

…il musicista dispone le note in virtù di un disegno musicale che privilegia la chiarezza sintattica. Non vi sono accumuli di note superflue, ogni pausa acquista una dignità strutturale, divenendo parte integrante di una narrazione che si dispiega lungo traiettorie non lineari.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’indagine sulla monodia e sulla solitudine speculativa del sassofono s’invera, nella produzione di Claudio Fasoli, come un atto di spoliazione necessaria, un momento di riflessione ontologica che trova in «Egotrip», pubblicato dalla «Splasc(h)» nel 1988, una delle sue formulazioni più alte ed interiormente articolate. Allontanandosi dalle strutture collettive che lo videro protagonista in epoche precedenti, il sassofonista veneziano s’immerge in un dialogo solipsistico che non cerca il compiacimento del virtuosismo, ma l’essenza stessa della cellula motivica. L’iniziativa fasoliana, lungi dal rappresentare un esercizio di narcisismo strumentale, si pone come una rigorosa architettura timbrica fondata sulla sottrazione e sulla precisione tecnica.

La storia del sassofono solitario vanta antecedenti illustri che hanno profondamente segnato il tracciato interpretativo di Fasoli. Risulta impossibile non richiamare alla mente la genesi di tale pratica, rintracciabile nell’audacia di Coleman Hawkins quando, nel 1948, incise «Picasso», inaugurando una modalità di pensiero musicale priva del sostegno armonico pianistico. Se Hawkins cercava di trasferire la densità del violoncello di Bach sulla meccanica del tenore, e se successivamente Sonny Rollins in «The Solo Album» avrebbe esplorato la resistenza fisica e l’ipertrofia tematica, l’approccio di Fasoli s’orienta piuttosto verso una rarefazione che ricorda la lezione di Steve Lacy. Tuttavia, laddove Lacy operava una riduzione geometrica quasi ossessiva sul soprano, Fasoli mantiene una velatura acustica più calda, un’impronta linguistica che non rinuncia alla tensione lirica, pur filtrata attraverso un intellettualismo severo e mai incline alla concessione sentimentale.

L’impianto compositivo di «Egotrip» si caratterizza per una distribuzione delle voci che vede il sassofonista impegnato non solo al tenore ed al soprano, ma anche al pianoforte ed alla voce, intesa quest’ultima come estensione fonica del corpo e non come veicolo di significati verbali. Tale scelta non delinea una sovrapposizione casuale, ma implementa un sistema di riflessi in cui lo strumento a fiato s’appoggia su trame sonore generate da brevi incursioni tastieristiche. Il pianoforte, in questo contesto, non funge da accompagnamento nel senso tradizionale del termine, ma agisce come un generatore di risonanze, un fondale cromatico su cui la linea melodica del sax può tracciare i propri profili acustici. L’ordine intrinseco ad ogni episodio sonoro risponde a un’idea di equilibrio instabile, in cui la stasi e il movimento dialogano costantemente, evitando la rigidità delle forme chiuse. Nel percorrere i vari episodi che compongono l’album, s’avverte una fisionomia del suono estremamente definita. Al tenore, Fasoli predilige un’emissione asciutta, priva di vibrati eccessivi, che mette in risalto la purezza degli intervalli e la sapienza della conduzione armonica. Il suo tratto espressivo si connota per una preferenza verso il registro medio-grave, da cui fa affiorare linee melodiche che sembrano interrogare lo spazio circostante. In virtù di una solida formazione che affonda le radici nella conoscenza del contrappunto, il musicista dispone le note in virtù di un disegno musicale che privilegia la chiarezza sintattica. Non vi sono accumuli di note superflue, ogni pausa acquista una dignità strutturale, divenendo parte integrante di una narrazione che si dispiega lungo traiettorie non lineari.

La transizione al soprano, d’altro canto, svela un’aura fonica differente, più sottile ed incisiva. Qui la ricerca timbrica si sposta verso una brillantezza controllata, dove l’idioletto del musicista s’arricchisce di micro-variazioni dinamiche. Risulta evidente come Fasoli, sulla scorta delle sperimentazioni radicali di Anthony Braxton in «For Alto», abbia compreso che il solo non debba necessariamente essere un’esposizione di temi, ma possa tradursi in un’indagine sulla materia sonora stessa. Eppure, a differenza del radicalismo strutturalista di Braxton, Fasoli non abbandona mai del tutto il legame con una certa cantabilità, sebbene quest’ultima sia ridotta all’osso, quasi fosse lo scheletro di una melodia perduta. Il suo andamento sintattico è quello di un oratore colto che, consapevole del valore di ogni parola, seleziona i propri argomenti con estrema cura. L’inserimento della voce umana all’interno di questo quadro formale aggiunge una sfumatura di ulteriore complessità. Essa non si manifesta come canto, ma come soffio, come mormorio, come un richiamo ancestrale che si fonde con la velatura acustica degli strumenti. Tale scelta estetica rimanda a certe intuizioni delle avanguardie europee, in cui il confine tra l’organico e lo strumentale si dirada fino a scomparire. Nel solco di una visione che potremmo definire quasi fenomenologica, Fasoli esplora il gesto nella sua immediatezza, facendone lo strumento di una conoscenza che passa attraverso il corpo del musicista per farsi architettura sonora universale. La voce, dunque, supportata dal respiro, diventa un altro strato della trama espressiva, un elemento che arricchisce la geometria timbrica senza alterarne la coerenza esecutiva.

Dal punto di vista armonico, «Egotrip» si segnala per un uso accorto di risonanze simpatetiche e di sovrapposizioni sottili. Il piano, utilizzato con parsimonia, non definisce mai una tonalità in modo perentorio, ma suggerisce orizzonti possibili, lasciando che il sassofono esplori le ambiguità tra i centri tonali. Questa ricerca di un’armonia non risolta crea una sensazione di attesa feconda, un clima in cui l’ascoltatore viene chiamato a partecipare attivamente alla ricostruzione del senso. La fisionomia sonora complessiva si presenta dunque stratificata, ricca di tensioni che non trovano una risoluzione catartica, ma che permangono come interrogativi aperti. Tale approccio rifugge la retorica del «viaggio interiore» inteso come percorso lineare, proponendo piuttosto una serie di stazioni, di momenti di osservazione in cui il soggetto si guarda allo specchio attraverso il filtro del suono. Considerando la collocazione temporale dell’opera, il 1988, «Egotrip» si posiziona come un punto di rottura rispetto alle tendenze dominanti della fusion elettrica o del ritorno al neobop che caratterizzavano quegli anni. Claudio Fasoli, con la fierezza di un artigiano del suono, sceglie la via della solitudine acustica, riaffermando il primato dell’idea musicale sulla moda passeggera. La sua è una scrittura di impianto cameristico applicata all’improvvisazione, un codice espressivo che richiede silenzio e dedizione. La collaborazione con la «Splasc(h)», etichetta che ha storicamente sostenuto l’ala più creativa del jazz italiano, conferma l’appartenenza di questo lavoro a un orizzonte di ricerca che non teme il confronto con l’astrazione.

L’album sancisce un atto di coraggio intellettuale. Tramite l’uso sapiente del tenore e del soprano, mediato dal riflesso del pianoforte e dal respiro della voce, Fasoli modella uno habitat musicale che è al contempo luogo fisico e proiezione mentale. Ogni idea musicale presente in «Egotrip» appare come la risultante di una selezione rigorosa, di un processo di depurazione che eleva la prassi jazzistica a dignità di composizione colta. Il sassofonista non s’impone sull’ascoltatore con la forza del volume o della velocità, ma lo attrae nel proprio disegno armonico mediante la precisione del dettaglio e la nobiltà del tono. Questo disco rimane, a distanza di decenni, una testimonianza ineludibile di come la monodia possa farsi architettura e di come l’individuo, nel gesto solitario della creazione, possa riscoprire l’ordine profondo dell’universo sonoro, al netto delle ataviche differenze tra generi e stili.

Claudio Fasoli

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