«The Box» di Stefano Onorati & Walter Paoli: il valore dell’incompiuto ritrovato (Caligola Records, 2026)
«The Box» conserva una sorprendente attualità. Gran parte del merito appartiene alla lungimiranza di due interpreti che avevano già intuito una direzione oggi perfettamente riconoscibile nella ricerca improvvisativa europea, dove scrittura, elettronica, libertà formale e ascolto reciproco convivono senza compartimenti stagni.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Stefano Onorati conserva da sempre un rapporto particolare con la memoria sonora. La riscoperta di registrazioni rimaste per anni negli archivi non risponde a un intento celebrativo, quanto piuttosto al desiderio di restituire pagine musicali che, pur appartenendo a una stagione creativa ormai lontana, mantengono intatta la propria forza espressiva. «The Box» nasce proprio da questa prospettiva: nove composizioni incise nel 2011 nello studio di Marco Tamburini, recuperate, sottoposte a un accurato lavoro di missaggio e masterizzazione nel 2025 e finalmente consegnate all’ascolto grazie a Caligola Records.
La vicenda affonda le proprie radici nella stagione creativa condivisa con Marco Tamburini (tromba e flicorno), dalla quale presero forma i Three Lower Colours, progetto nato alla fine degli anni Duemila sotto forma di laboratorio dedicato all’improvvisazione, alla contaminazione fra jazz contemporaneo, elettronica e scrittura cinematografica, che portò alla sonorizzazione del film muto «Sangue e Arena», quindi alle successive pubblicazioni postume «Red» ed «East of the Moon». Questa volta, tuttavia, l’attenzione converge su un dialogo esclusivamente affidato a Stefano Onorati (pianoforte, tastiere ed elettronica) e Walter Paoli (batteria e percussioni), musicista di solida formazione, dotato di una sensibilità ritmica fuori dal comune e perfettamente ricettivo nei confronti delle continue trasformazioni del materiale sonoro. L’organico ridotto elimina qualsiasi funzione accessoria, concentrando ogni sviluppo sulla relazione fra pianoforte, tastiere, live electronics, batteria ed elaborazione elettronica. Nessuno dei due strumenti assume un ruolo gerarchicamente direzionale; ciascun intervento modifica il corso dell’altro, suggerisce deviazioni, rilancia frammenti ritmici, amplia il campo armonico oppure ne riduce improvvisamente l’orizzonte, secondo una concezione cameristica dell’improvvisazione che trova numerosi punti di contatto con la ricerca europea contemporanea. L’impressione dominante riguarda la straordinaria lucidità con cui entrambi amministrano la materia musicale. Le cellule motiviche mutano continuamente fisionomia, i registri pianistici dialogano con impulsi elettronici mai ornamentali e Paoli risponde mediante una tavolozza percussiva ricca di sfumature, nella quale il colore sonoro prevale sistematicamente sulla semplice funzione metrica. Ne deriva una scrittura spontanea soltanto in apparenza, sorretta invece da un saldo equilibrio formale che rende credibile ogni deviazione estemporanea.
«Desert Flower» stabilisce immediatamente il carattere dell’intero lavoro. La progressione armonica procede per graduali espansioni, mentre l’elettronica interviene come estensione naturale della tastiera, senza alterarne la qualità espressiva. «Jan Mayen», nella sua essenzialità, concentra poche idee sviluppate con estrema economia di mezzi, lasciando che silenzi, risonanze e microscopiche variazioni acquistino un valore determinante nell’organizzazione complessiva. «The Future of Jazz» evita qualsiasi dichiarazione programmatica malgrado il titolo. L’episodio sviluppa piuttosto una riflessione sul lessico improvvisativo contemporaneo, facendo convivere pulsazione irregolare, episodi modali, inserti elettronici e continue ridefinizioni del fraseggio. «Thar» orienta invece lo sguardo verso spazi più rarefatti, dove la scansione ritmica si distende progressivamente e la tastiera costruisce una successione di piani sonori che rimandano, con discrezione, ad alcune esperienze maturate nell’ambito del jazz europeo più visionario. «Odyssey Beyond Mars» sancisce probabilmente il vertice inventivo dell’album. Le linee melodiche rinunciano deliberatamente a qualsiasi sviluppo prevedibile, preferendo una continua rigenerazione del materiale iniziale. La batteria evita la tradizionale funzione propulsiva, scegliendo piuttosto di disseminare accenti, riverberi e interferenze che alimentano un continuo scambio con il pianoforte. L’omaggio cinematografico di «Fellini» possiede una leggerezza solo apparente. Onorati preferisce alludere all’immaginario del regista riminese mediante delicate inflessioni armoniche e lievi deformazioni melodiche, senza indulgere nella citazione diretta né ricorrere a facili descrittivismi. «Night View» concentra invece l’attenzione sul dettaglio dinamico, facendo emergere una raffinata amministrazione dello spazio acustico, mentre «Strawartok» lascia affiorare, già dal titolo, un elegante gioco intertestuale che richiama suggestioni riconducibili tanto all’universo di Joe Zawinul quanto alla scrittura di Igor Stravinskij, filtrate però da una personalità ormai pienamente autonoma. «Infinity» conclude il percorso con una costruzione concettuale di notevole intensità emotiva. Tutte le ascendenze illustri non vengono mai imitate servilmente. L’ascolto conferma pienamente questa lettura. Ogni rimando viene assorbito in una lingua personale, maturata grazie a decenni di esperienze condivise, studio e curiosità. L’espansione del discorso musicale procede senza enfasi, sostenuta da una costante qualità inventiva che evita qualsiasi compiacimento virtuosistico e lascia prevalere la coerenza dell’idea compositiva.
A distanza di quindici anni dalle sedute originali, «The Box» conserva una sorprendente attualità. Gran parte del merito appartiene alla lungimiranza di due interpreti che avevano già intuito una direzione oggi perfettamente riconoscibile nella ricerca improvvisativa europea, dove scrittura, elettronica, libertà formale e ascolto reciproco convivono senza compartimenti stagni. Più che un documento recuperato dagli archivi, il disco restituisce una testimonianza viva di un pensiero musicale ancora perfettamente in grado d’interrogare il presente.

