Ritratto di Elvis Costello: la disciplina dell’instabilità, tra urgenza e costruzione
Elvis Costello
Elvis Costello sarà il protagonista della Serata conclusiva di Umbria Jazz all’Arena Santa Giuliana di Perugia, il 12 luglio, in occasione della sua unica data italiana.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Elvis Costello occupa una posizione singolare nella variegata galassia della musica anglosassone degli ultimi decenni, tanto che il suo percorso sfugge a ogni tentativo di riduzione stilistica o generazionale. Fin dagli esordi, la sua scrittura si segnala per una tensione costante tra forma e perturbazione, tra una padronanza evidente dei modelli della canzone popolare britannica e una volontà sistematica di incrinarne le superfici retoriche. La voce, volutamente priva di compiacimenti timbrici, diventa uno strumento di articolazione semantica più che di seduzione sonora, versata nel sostenere testi, dove l’ironia, la crudeltà affettiva e l’osservazione sociale convivono senza mai risolversi in posa.
La sua formazione culturale affonda le radici nella tradizione della song inglese, nel lascito di autori come Ray Davies o Lennon-McCartney, ma anche in una familiarità non superficiale con il teatro musicale, la letteratura e una certa classicità compositiva che emerge nella cura delle strutture strofiche e nella gestione delle modulazioni. Costello dimostra fin da subito una consapevolezza armonica superiore alla media dello scenario new wave con cui viene inizialmente associato, poiché le sue progressioni evitano la prevedibilità funzionale e introducono deviazioni improvvise, cromatismi obliqui e soluzioni che destabilizzano l’ascolto senza ostentazione tecnica. Nel corso della sua carriera, questa attitudine si espande verso territori sempre più articolati. Il confronto con il jazz, con la musica da camera, con il repertorio orchestrale e con la tradizione americana del songwriting non avviene mai per accumulo enciclopedico, ma in virtù di verifica linguistica. Ogni incontro diventa un banco di prova per la sua scrittura, chiamata a misurarsi con vincoli nuovi, con forme storicamente determinate e con un’idea di responsabilità compositiva che rifiuta l’autocompiacimento. La collaborazione con orchestre, ensemble jazzistici e interpreti provenienti da ambiti differenti mette in luce una qualità spesso sottovalutata, vale a dire la sua predisposizione a pensare la canzone come dispositivo flessibile, capace di mutare assetto senza perdere coerenza interna. Sul piano testuale, Costello sviluppa una poetica dell’ambiguità e della frizione morale, nella quale l’io narrante raramente coincide con una posizione etica stabile. I suoi testi evitano la confessione diretta e preferiscono una drammaturgia implicita, popolata da personaggi, maschere e situazioni che mettono in crisi le retoriche sentimentali del pop. Tale inclinazione lo avvicina più alla tradizione satirica inglese e al teatro di parola che non alla canzone autobiografica di matrice romantica, conferendo al suo repertorio una ricchezza narrativa che resiste al consumo immediato.
Declan Patrick MacManus nasce a Londra nel 1954 in un ambiente nel quale la musica rappresenta una pratica quotidiana e non un’aspirazione astratta. Il padre Ross McManus, cantante e trombettista attivo tra jazz leggero e intrattenimento orchestrale, introduce precocemente il figlio a un’idea del mestiere musicale fondata sulla disciplina, sulla versatilità e sulla conoscenza diretta dei repertori. Tale contesto favorisce una formazione non accademica ma strutturata, nella quale l’ascolto e l’imitazione si affiancano a una precoce attenzione per la composizione e per l’organizzazione della forma-canzone. Durante gli anni Settanta, dopo una serie di esperienze in gruppi di ambito pub rock, MacManus adotta lo pseudonimo di Elvis Costello, nome che condensa una strategia identitaria volutamente ambigua, abile nell’evocare insieme la tradizione americana e una postura ironica nei confronti del mito pop. L’esordio discografico avviene nel 1977 con «My Aim Is True», lavoro che mette in evidenza immediatamente una personalità già definita, sostenuta da una scrittura testuale affilata e da una concezione armonica insolita per il contesto new wave emergente. Il successivo sodalizio con gli Attractions consolida questa traiettoria, dando origine a una serie di dischi nei quali l’urgenza espressiva si accompagna a una crescente variabilità strutturale. Nel corso degli anni Ottanta, Costello amplia progressivamente il proprio raggio d’azione, rifiutando l’idea di una carriera fondata sulla reiterazione di un’identità sonora stabilizzata. Il confronto con il soul, con il country, con il jazz e con il repertorio orchestrale americano configura una fase di espansione linguistica che lo conduce a collaborazioni significative e a progetti nei quali la canzone viene sottoposta a una costante verifica formale. Parallelamente, l’interesse per la tradizione popolare britannica e per il patrimonio della song colta alimenta una prassi autorale sempre più attenta alla prosodia, alla sintassi melodica ed al rapporto tra parola e struttura musicale. A partire dagli anni Novanta, il suo percorso assume una fisionomia marcatamente trasversale. La collaborazione con ensemble jazzistici, con orchestre sinfoniche e con interpreti provenienti da ambiti differenti testimonia una volontà di misurarsi con forme storicamente codificate senza rinunciare alla propria dimensione cantautorale. In questo periodo emergono con maggiore chiarezza le competenze compositive di Costello, la sua familiarità con la scrittura contrappuntistica e con l’organizzazione tematica, nonché una concezione della canzone come organismo mutevole, finalizzato ad adattarsi a modelli esecutivi differenti. Negli ultimi decenni, la sua attività prosegue secondo una logica di continuità critica, nella quale ogni nuovo progetto si conforma come episodio autonomo ma coerente all’interno di un disegno più ampio. La biografia artistica di Elvis Costello non si presenta come una successione lineare di fasi stilistiche, ma quale un percorso segnato da deviazioni consapevoli, ritorni selettivi e aperture controllate. In tale andamento, la tempra dell’autore viene fuori come quella di un musicista di solida formazione culturale, per il quale la scrittura rimane il luogo privilegiato di confronto tra memoria, invenzione e responsabilità formale.

Il legame tra Elvis Costello e il jazz si delinea lungo una direttrice obliqua, estranea tanto all’adesione programmatica quanto alla fascinazione ornamentale. Già nelle prime fasi della sua attività, una dimestichezza non superficiale con quel linguaggio emerge come competenza interna alla scrittura, riconoscibile nella mobilità delle progressioni, nella tendenza a spostare dalle consuetudini funzionali e in una concezione della forma-canzone pronta ad accogliere irregolarità metriche e scarti sintattici. Tale prossimità non nasce da intenti allusivi, ma da una consuetudine con un modo di organizzare l’intreccio tematico in cui l’armonia assume un ruolo strutturante, in grado di orientare il discorso e di sostenerne le ambiguità semantiche. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, questa inclinazione trova una manifestazione più riconoscibile grazie a collaborazioni mirate e a progetti nei quali il confronto con l’universo jazzistico avviene su un piano di piena responsabilità linguistica. L’incontro con figure come Bill Frisell o il lavoro condiviso con Burt Bacharach mettono in luce una qualità centrale della arte di Costello, vale a dire la versatilità a reggere ambientazioni dove la canzone viene sottoposta a una pressione armonica più esigente. In tali circostanze, il suo apporto non tende alla mimetizzazione, ma all’assimilazione di alcune logiche interne, quali la duttilità delle strutture e la centralità della variazione, ricanalizzate entro un impianto tematico saldo e riconoscibile. Un passaggio particolarmente rivelatore si sostanzia in «The Juliet Letters», composizione per quartetto d’archi nella quale il rapporto con il jazz non affiora in superficie, ma opera come modello di pensiero, soprattutto nella gestione delle tensioni armoniche e nella collocazione della voce all’interno di una trama polifonica. Analogamente, in «North», realizzato con musicisti jazz dell’area europea, la partitura si misura con un habitat cameristico in cui l’improvvisazione viene ricondotta entro un quadro di controllo compositivo severo, lontano da qualsiasi compiacimento virtuosistico. Costello si attesta così in una posizione affine a quella di quegli autori della popular music che hanno riconosciuto nel jazz non un genere da praticare, ma una grammatica da scandagliare. Il suo interesse si concentra sulla predisposizione di quel linguaggio a sostenere doppiezze armoniche, ad accogliere testi complessi e di tollerare una certa instabilità sintattica senza compromettere la coesione dell’insieme. Ne scaturisce un rapporto fondato sulla selezione e sulla rielaborazione, in cui il jazz fornisce strumenti concettuali e procedurali, senza mai trasformarsi in etichetta identitaria.
La relazione con Diana Krall introduce nel percorso di Elvis Costello una fase di maggiore prossimità operativa al jazz, non nel senso di una svolta linguistica improvvisa, ma come intensificazione di un confronto già sedimentato. La presenza di una musicista pienamente inscritta nella tradizione jazzistica nordamericana, fondata su una conoscenza rigorosa del repertorio, sulla padronanza dell’armonia funzionale e su una concezione severa della forma, colloca Costello in un panorama dove la scrittura viene costantemente sottoposta a un vaglio di precisione e di misura. La collaborazione più diretta prende corpo in «The Girl In The Other Room», album nel quale Costello interviene come coautore dei testi, adattando la propria scrittura a un impianto musicale che gravita attorno a ballad e tempi medi di ascendenza jazzistica. In questo contesto, la parola rinuncia a molte delle asperità ironiche e delle torsioni teatrali che caratterizzano la sua produzione solista, orientandosi verso una sintassi più raccolta, calibrata sulle esigenze della cantabilità e sulla scansione armonica. Il risultato mette in luce una capacità di controllo raro, poiché il testo non cerca di dominare la musica, ma vi si dispone secondo una logica di adesione consapevole. Un’ulteriore conferma giunge con «Quiet Nights», progetto in cui Costello firma alcuni brani originali inseriti accanto a riletture del repertorio brasiliano e jazz. Qui la sua produzione si posiziona entro un quadro di estrema sobrietà, sostenuta da arrangiamenti che privilegiano chiarezza e continuità, imponendo una riduzione drastica di ogni eccesso espressivo. Costello accetta questo vincolo senza attenuare la propria identità, dimostrando come il suo linguaggio sappia rimodularsi all’uopo. L’influenza di Diana Krall, in definitiva, non agisce come causa originaria del suo interesse per il jazz, ma quale fattore di chiarificazione. La frequentazione di un ambito musicale governato da regole stringenti rafforza in Costello una disposizione già presente, spingendolo verso un’azione più vigilata, nella quale l’armonia e la forma diventano criteri decisivi di orientamento. Il jazz, in questo rapporto, non viene assunto come etichetta né come territorio da conquistare, ma come spazio di verifica continua, entro cui la canzone viene messa alla prova nella sua tenuta strutturale e nella sua capacità di sostenere complessità senza esibizione.
Nella carriera di Costello, un primo snodo decisivo coincide con «This Year’s Model» (1978), lavoro che definisce con nettezza la fisionomia iniziale di Costello come autore capace di tenere insieme asperità verbale e disciplina costruttiva. Il modulo espressivo avanza per condensazione, sostenuta da architetture rapide e da un andamento incalzante che incrina la linearità del pop britannico di fine anni Settanta. Le progressioni armoniche, tutt’altro che elementari, sorreggono testi nei quali invettiva e autoanalisi convivono in una forma di drammaturgia tesa, già distante dall’estetica più evanescente della new wave ortodossa. Con «Imperial Bedroom» (1982) la sua poetica subisce una svolta significativa, poiché il modello canzone si espande e accoglie un grado di complessità fino ad allora inedito. L’album si fonda su contenuti, dove le strutture si articolano, i piani armonici si annodano e la voce assume una funzione quasi narrativa, più che dichiarativa. La produzione di Geoff Emerick incoraggia un trattamento estremamente accurato degli arrangiamenti, mettendo in evidenza una concezione quasi cameristica della forma, dove ogni dettaglio concorre a un disegno complessivo di rara ambizione. «King Of America» (1986) stabilisce un altro passaggio cardine, con l’album che sancisce un riposizionamento radicale sul piano espressivo. Costello abbandona l’assetto elettrico più compatto per muoversi entro un territorio acustico e introverso, nel quale la scrittura si confronta con la tradizione americana del folk e della ballad senza cedere all’imitazione. Le progressioni accordali si fanno più essenziali, ma non impoverite, al fine di sostenere testi attraversati da una vulnerabilità controllata, in cui l’autore rinuncia alla maschera dell’ironia per esplorare una dimensione più esposta. Con «Blood & Chocolate» (1986) riaffiora una tensione aspra e irrisolta, filtrata però attraverso una consapevolezza formale ormai pienamente acquisita. L’energia che percorre il concept non ha più il carattere impulsivo degli esordi, tanto che ciascun episodio mette in luce una gestione sorvegliata della materia sonora e una strutturazione atta ad alternare compressione e apertura con estrema lucidità. Le impalcature, spesso oblique, sorreggono testi di notevole opulenza emotiva, nei quali rabbia, disincanto e desiderio si organizzano secondo un ordine interno severo. Un ultimo riferimento imprescindibile riguarda «All This Useless Beauty» (1996), lavoro che riassume e rielabora molte delle direttrici precedenti. Costello affida la propria scrittura a un contesto sonoro ampio, nel quale la forma-canzone viene distesa e calibrata con una cura quasi orchestrale. Il portato armonico, fitto di digressioni e variazioni inattese, fanno da cornice a liriche di grande precisione linguistica, dove la maturità dell’autore si estrinseca come attitudine al controllo e alla selezione. Il disco restituisce l’immagine di un musicista che, senza rinnegare le proprie fratture originarie, ha tradotto l’instabilità in principio compositivo duraturo. Nel panorama contemporaneo, Elvis Costello appare dunque come una figura di cerniera, non tanto tra generi quanto tra modalità di pensiero musicale. La sua opera testimonia come la canzone possa ancora funzionare come spazio di complessità, luogo in cui rigore formale, intelligenza armonica e scrittura verbale trovano una sintesi non pacificata. Proprio in questa irresolutezza controllata risiede la sua persistenza critica, atta ad oltrepassare epoche e contesti senza cristallizzarsi in uno stile riconoscibile, ma conservando una fisionomia autoriale immediatamente identificabile.

