Extra Sauce con «The Untold Story Of»: una grammatica del groove oltre il virtuale (Emme Record Label, 2026)
L’aspetto più riuscito del progetto nasce proprio dalla questa capacità di evitare l’effetto-catalogo, facendo convivere linguaggi differenti senza che la varietà delle fonti comprometta l’identità dell’ensemble. «The Untold Story Of» acquista così il proprio interesse nella misura in cui riesce a trasformare un tema contemporaneo largamente frequentato in una materia musicale concreta.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Otto composizioni costruiscono «The Untold Story Of», seconda prova discografica degli Extra Sauce dopo «Extravaganza» del 2023, affidando alla sola materia strumentale una vicenda che riguarda una delle contraddizioni più riconoscibili della contemporaneità. Il rapporto fra individuo e universo digitale non compare come semplice tema narrativo, né come pretesto concettuale sovrapposto alla musica, ma viene tradotto in una successione di situazioni sonore nelle quali pulsazione, scrittura, improvvisazione e variazione degli assetti acustici seguono il progressivo distacco di un protagonista dalla dimensione virtuale. La vicenda procede dunque senza voce narrante e senza necessità di un apparato verbale esplicativo, lasciando alle scelte compositive il compito di suggerire mutamenti percettivi, alterazioni della prospettiva e successive aperture verso una relazione meno mediata con la realtà.
La band, nata nel 2020 nell’Italia centrale, aveva già delineato con «Extravaganza» una precisa inclinazione verso una musica strumentale nutrita di jazz, funk, soul e rock. «The Untold Story Of» amplia quelle coordinate mediante una scrittura più consapevole della continuità narrativa dell’insieme. Le otto pagine non procedono secondo una semplice successione di episodi autonomi, poiché ciascuna conserva una funzione riconducibile al percorso complessivo. L’elemento unificante non deriva soltanto dalla ricorrenza del groove, componente fondamentale del linguaggio degli Extra Sauce, quanto dalla capacità di modulare la densità dell’arrangiamento, la pressione ritmica e il rapporto fra parti scritte e interventi improvvisativi. Proprio il groove costituisce uno degli elementi più interessanti della loro ricerca. La pulsazione non viene utilizzata come semplice dispositivo propulsivo, destinato a sostenere una successione di assoli, ma assume una funzione sintattica. Batteria, percussioni e basso stabiliscono un campo mobile in cui la ripetizione ritmica può acquistare significati differenti a seconda delle sovrapposizioni, delle aperture armoniche e della presenza dei fiati. Alessio Lucaroni, Simone Chiavini e Ruggero Bonucci lavorano quindi su una base che conserva la concretezza del funk senza rinunciare alla possibilità di dilatarne le coordinate. Le cellule ritmiche possono irrigidirsi oppure allentarsi, sostenere passaggi di maggiore immediatezza oppure lasciare spazio a episodi nei quali l’attenzione si sposta dal movimento corporeo alla percezione dello spazio sonoro. Su questo fondamento intervengono le tastiere di Santiago Fernandez e la chitarra di Federico Papaianni. Fernandez amplia la gamma delle possibilità armoniche mediante un impiego delle tastiere che consente di passare da aggregazioni accordali più nette a superfici sonore meno definite, mentre Papaianni alterna fraseggi incisivi e interventi maggiormente allusivi. La chitarra non occupa stabilmente una posizione gerarchica rispetto agli altri strumenti, ma partecipa alla costruzione dell’equilibrio complessivo, ora rafforzando il profilo ritmico, ora assumendo una funzione melodica, ora lasciando emergere una componente più atmosferica. Ne deriva un rapporto fra strumenti nel quale l’arrangiamento conserva una certa elasticità e permette alle singole voci di acquisire rilievo senza trasformare ogni episodio in una vetrina solistica. Particolarmente significativo risulta il trattamento dei fiati. La tromba di Davide Zucchini, il sax tenore di Emanuele Caporali e il sax baritono di Emanuele Burnelli ampliano la fisionomia acustica dell’ensemble mediante registri assai differenti, dal fraseggio più penetrante della tromba alla maggiore gravità del baritono, passando per la duttilità del tenore. Il loro rapporto non si limita alla successione degli interventi individuali, poiché le tre voci possono assumere una funzione collettiva, sostenendo nuclei melodici, rafforzando l’incidenza ritmica delle sezioni oppure generando contrasti di registro. La scrittura per fiati contribuisce così a una sorta di policromia orchestrale nella quale il materiale melodico acquista rilievo anche per effetto delle diverse collocazioni nello spettro acustico.
La componente cinematografica richiamata dal progetto trova proprio in questa capacità di distribuire le voci una delle sue realizzazioni più convincenti. Non occorrono riferimenti espliciti a una colonna sonora per riconoscere una concezione narrativa affidata alla successione delle scene musicali. «The Untold Story Of» procede per cambiamenti di prospettiva, alternando episodi di forte propulsione ritmica a zone maggiormente introspettive, senza affidare tale contrasto a una formula ripetuta. L’improvvisazione conserva il proprio margine di libertà, mentre gli arrangiamenti impediscono che l’elasticità dell’esecuzione disperda il filo conduttore dell’opera. La scrittura lascia spazio all’invenzione individuale, purché questa rimanga riconducibile a un disegno musicale più ampio. L’esordio con «93rd Floor» introduce immediatamente una dimensione dove la pulsazione e la disposizione delle parti suggeriscono una situazione percettiva non ancora definita. «Breathing Djently» e «O.B.E.» proseguono il racconto spostando gradualmente l’attenzione verso una percezione alterata, coerente con la vicenda concettuale sottesa all’album. I titoli stessi contribuiscono a suggerire un universo nel quale la percezione ordinaria subisce deviazioni, mentre la musica lavora sulle conseguenze di tale mutamento senza tradurle in un programma narrativo rigidamente descrittivo. Con «Videogame Party» il riferimento alla dimensione digitale diventa più esplicito. Qui l’energia ritmica acquista un significato particolare, poiché il mondo virtuale non viene rappresentato soltanto come ambiente tecnologico, ma quale spazio di stimolazione continua, di ripetizione e di sollecitazione percettiva. La musica può quindi assumere una componente quasi ludica senza perdere la propria complessità, facendo del groove uno strumento narrativo coerente con l’idea di una realtà regolata da impulsi, codici e risposte immediate. «Insomnia» apporta una diversa qualità percettiva. L’insonnia interrompe il naturale succedersi delle fasi del percorso e porta in primo piano una condizione in cui il rapporto con il tempo quotidiano subisce una deformazione. La composizione acquista pertanto un valore di cesura all’interno della sequenza, preparando il passaggio verso la seconda parte del racconto. Da quel momento la musica sembra progressivamente sottrarsi alla centralità dell’universo digitale per rivolgersi a una dimensione nella quale l’esperienza individuale torna ad assumere maggiore rilievo. «Anthropogenesis» suggerisce già dal titolo un processo di riappropriazione dell’umano. L’interesse della composizione non deriva tanto dal significato letterale del termine, quanto dalla sua collocazione nella successione dell’album. Dopo l’esperienza della sovrastimolazione digitale e la frattura rappresentata da «Insomnia», il riferimento all’origine dell’umano assume una funzione quasi speculare rispetto al percorso precedente. La musica può così ricondurre il racconto dalla moltiplicazione degli stimoli a una dimensione maggiormente essenziale, senza rinunciare alla ricchezza dell’organico. «Peeking Through Colored Lenses» introduce un’altra variazione percettiva. L’immagine delle lenti colorate suggerisce una realtà osservata mediante un filtro, dunque non semplicemente riconquistata dopo l’abbandono del virtuale, bensì sottoposta a una nuova modalità di interpretazione. La scelta appare particolarmente coerente con un album che non propone una contrapposizione semplicistica fra tecnologia e autenticità. Il problema riguarda piuttosto il modo in cui l’individuo guarda il mondo e costruisce la propria esperienza. La musica traduce questa ambivalenza mediante una scrittura nella quale le diverse componenti dell’ensemble possono modificare continuamente la prospettiva dell’ascolto. La conclusiva «Beyond the Curtain» porta il racconto verso una soglia che rimane volutamente aperta. Il sipario richiama il confine fra ciò che appare e ciò che rimane nascosto, fra rappresentazione e realtà, fra superficie e ciò che la sostiene. Superare quella barriera non significa semplicemente abbandonare lo schermo, poiché il percorso degli Extra Sauce sembra suggerire una questione più complessa, legata alla necessità di recuperare una relazione diretta con l’esperienza senza rinunciare agli strumenti tecnologici che appartengono alla contemporaneità. L’epilogo, dunque, non chiude la vicenda mediante una soluzione definitiva, ma lascia in sospeso la possibilità di una diversa consapevolezza.
Rispetto a «Extravaganza», «The Untold Story Of» mostra soprattutto una maggiore attenzione alla continuità fra composizione ed esecuzione. Il gruppo non sembra interessato a esibire la quantità delle proprie ascendenze musicali, quanto a trasformarle in un vocabolario personale. Jazz, funk, soul, rock progressivo ed elettronica non compaiono come compartimenti separati, ma vengono sottoposti a una selezione funzionale alle esigenze della scrittura. L’aspetto più riuscito del progetto nasce proprio da questa capacità di evitare l’effetto-catalogo, facendo convivere linguaggi differenti senza che la varietà delle fonti comprometta l’identità dell’ensemble. «The Untold Story Of» acquista così il proprio interesse nella misura in cui riesce a trasformare un tema contemporaneo largamente frequentato in una materia musicale concreta. Il rapporto con il digitale non rimane sul piano dell’enunciazione concettuale, poiché viene affidato alla pulsazione, alla ripetizione, alla variazione, alla disposizione delle voci e alla successione delle otto composizioni.

