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Dell’Anna propone un lavoro che richiede concentrazione e restituisce, in cambio, una percezione più acuta dell’equilibrio tra forma e libertà, tra disciplina e immaginazione.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Luca Dell’Anna affida a «Shōjin (精進)» un progetto che trae alimento da un’esperienza biografica e culturale sedimentata nel tempo, maturata tra Ferrara, Udine e il Giappone, e consolidata grazie a una pratica compositiva di solida formazione. Il titolo, ripreso dalla tradizione Zen, rinvia a un’idea di disciplina interiore e di perfezionamento continuo che non si traduce in programma extramusicale, quanto piuttosto in criterio ordinatore dell’impianto compositivo. Dedizione e concentrazione, nel lessico filosofico orientale, coincidono con un esercizio quotidiano di consapevolezza; tale orientamento permea l’intero lavoro, suggerendo che l’equilibrio non si dia come dato acquisito, ma venga perseguito tramite un confronto costante con la complessità.

La pubblicazione per l’etichetta Artesuono reca la produzione di Stefano Amerio, figura che nel panorama italiano ha spesso coniugato rigore tecnico ed attenzione alla resa spaziale del suono. Dell’Anna firma tutte le nove composizioni, delineando un corpus unitario in cui la scrittura pianistica non funge da mero supporto armonico, piuttosto assume il ruolo di regista armonico e disegnatore di spazi acustici. L’organico, composto da pianoforte, basso elettrico, batteria e sassofono, favorisce una tessitura nella quale la componente ritmica acquisisce rilievo procedurale. Alessandro Fedrigo e Luca Colussi sostengono l’impianto con una scansione elastica che alterna segmentazioni irregolari e zone di maggiore distensione metrica; Ryoma Mano, al sax, apporta un fraseggio talora obliquo, talora cantabile, secondo una logica di scarto e ricomposizione. La prassi adottata non indulge in accumuli sonori, preferisce piuttosto una stratificazione controllata, nella quale cellule tematiche brevi vengono sottoposte a variazione intervallare, retrogradazione ritmica ed espansione modale.

L’immaginario urbano evocato dall’autore, con richiami a Tokyo ed Osaka, non si traduce in mera descrizione ambientale, ma informa l’andamento sintattico dei vari episodi musicali. Poliritmie accatastate, ostinati spezzati, rapide sospensioni cadenzali suggeriscono il dinamismo di metropoli nelle quali il flusso non conosce stasi, pur mantenendo un congruo disegno accordale. In tale prospettiva, la città diviene paradigma di complessità organizzata, analogamente a certe architetture contemporanee nelle quali la molteplicità dei piani visivi concorre a un equilibrio superiore. Le composizioni, da «Yin-Yang» a «Then Tuesday It Is», evidenziano una varietà di soluzioni formali meritevole di attenzione analitica. In «Yin-Yang» il materiale tematico si fonda su una polarità intervallare di quarta eccedente e quinta giusta, la cui alternanza genera un campo tonale ambiguo, oscillante tra centro e periferia armonica. «This Means That» predilige invece una progressione ciclica su accordi quartali, con un basso che articola figure sincopate in dialogo serrato con la batteria; qui la scrittura pianistica adotta voicing aperti, talvolta privi della terza, così da lasciare indeterminato il colore modale. «Mall Stop» e «Warning: Vitals» mostrano un impianto ritmico più frastagliato, con cambi di metro che non cercano l’effetto virtuosistico, quanto una respirazione irregolare, quasi architettonica. Il pianoforte distribuisce accordi spezzati lungo registri distanti, creando una geometria timbrica che richiama certe soluzioni della pittura informale giapponese, nella quale il vuoto assume valore strutturale. In «Crackling Hue» la scrittura si fa più raccolta, con linee melodiche brevi, intervallate da pause calcolate, lasciano emergere un’aura fonica di sottile inquietudine, sostenuta da un lavoro per sottrazione sul basso elettrico.

La genesi del progetto – risalente a un soggiorno a Nagoya nel 2012 e rinnovata dall’incontro con Ryoma Mano al Blue Note di Tokyo nel 2022 – illumina la natura dialogica dell’opera. Non si tratta di semplice sovrapposizione di tradizioni, quanto di un confronto che, sulla scorta di un linguaggio jazzistico maturo, assorbe elementi ritmici, scale pentatoniche, inflessioni melodiche orientali e procedure improvvisative occidentali. Tale assimilazione avviene senza esotismi superficiali, tanto che l’autore filtra ogni suggestione secondo un criterio di coerenza formale. «Shōjin (精進)» rivela così un percorso di ricerca che privilegia l’approfondimento rispetto all’effetto immediato. L’ascoltatore attento coglierà una costruzione modulare nella quale ogni episodio sonoro partecipa a un disegno complessivo, governato da relazioni intervallari ricorrenti, da simmetrie ritmiche e da un controllo rigoroso delle dinamiche. A conti fatti, Dell’Anna propone un lavoro che richiede concentrazione e restituisce, in cambio, una percezione più acuta dell’equilibrio tra forma e libertà, tra disciplina e immaginazione.

Luca Dell’Anna

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