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Stefania Tallini

Un profilo autorale coerente, in grado di far dialogare memoria colta e linguaggio jazzistico contemporaneo senza forzature stilistiche.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Nel percorso artistico di Stefania Tallini affiora una concezione del pianoforte quale fucina di pensiero armonico, non semplice veicolo esecutivo ma luogo di elaborazione strutturale. La sua formazione, nutrita di disciplina classica e di consuetudine con l’improvvisazione, le ha consentito di maturare un controllo espositivo saldo, grazie al quale la pagina scritta e l’estemporaneità trovano un equilibrio vigile, sorretto da una coscienza timbrica – o, meglio, da una consapevolezza del colore sonoro – che non indulge mai a effetti ornamentali.

Nel suo lavoro compositivo la progressione accordale raramente si appoggia su soluzioni prevedibili; predilige piuttosto campi tonali mobili, nei quali modulazioni oblique e scarti modali producono una tensione misurata, sempre governata da una logica interna. L’andamento fraseologico si dipana con naturalezza, e l’articolazione rivela una cura quasi cameristica nella distribuzione degli intervalli, come se ogni progressione melodica fosse pensata in funzione contrappuntistica, secondo un principio di responsabilità reciproca tra le parti. Le incisioni pubblicate sotto il suo nome mostrano un profilo autorale coerente, in grado di interfacciare memoria colta e linguaggio jazzistico contemporaneo senza forzature stilistiche. L’idea tematica tradizionale viene sottoposta a un processo di divergenza accordale che ne altera l’assetto percettivo, mentre la partitura acquista, talvolta, un maggiore assottigliamento, con spazi meditati che consentono alla risonanza dello strumento di espandersi in un ambiente sonoro calibrato con attenzione quasi pittorica. L’attività concertistica e le collaborazioni con figure di primo piano del jazz italiano e internazionale hanno ulteriormente affinato la sua attitudine all’ascolto, qualità che in ambito jazzistico assume valore fondativo. Tallini dimostra una sensibilità singolare nel reagire alle proposte altrui, modulando dinamica, registro e ricchezza accordale in funzione del contesto esecutivo, cosicché l’interazione non si riduce a mera alternanza di interventi solistici, ma si evolve alla stregua di un discorso collettivo sorretto da coerenza sintattica. L’aspetto forse più significativo del suo itinerario risiede nella saldatura tra il rigore dell’impianto e lo slancio lirico. Qualora si osservi con attenzione l’implementazione delle sue composizioni, si noterà come la linea melodica tenda ad emergere da un substrato armonico mai decorativo, ma pensato piuttosto come matrice generativa. In tale prospettiva, il pianoforte diviene strumento di indagine, superficie sulla quale si inscrivono relazioni intervallari, simmetrie ritmiche e scarti improvvisi che, lungi dal produrre fratture, concorrono a delineare una fisionomia sonora riconoscibile. La sua cifra espressiva, interiormente variegata e musicalmente eloquente, suggerisce una visione della musica quale spazio critico, dove memoria e invenzione non si oppongono, ma si richiamano secondo una prassi che richiede ascolto attento e partecipazione consapevole. Stefania Tallini nasce a Catanzaro, diplomandosi in pianoforte nel 1990 al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e nel 2001 in jazz (Arrangiamento e Composizione per Big Band) al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone. L’incontro con la musica improvvisata non rappresenta una frattura ma un ampliamento dell’orizzonte linguistico.

Il rapporto di Stefania Tallini con il pianismo europeo non può ridursi a una semplice collocazione geografica; riguarda piuttosto un’attitudine estetica, una concezione dello spazio sonoro e una disciplina dell’imbastitura armonica che, nel continente, hanno assunto tratti specifici, spesso differenti rispetto alla matrice afro-americana. Nel suo disegno musicale affiora una preferenza per la chiarezza della linea, per la distribuzione ponderata delle risonanze, per un uso del pedale che non saturi l’ambiente acustico, ma lo moduli con misura. Certe caratteristiche la avvicinano a una sensibilità affine a quella di Bobo Stenson, nel quale l’attenzione alla trasparenza intervallare e alla sospensione modale genera un clima raccolto, sostenuto da una dinamica sorvegliata. Analoga prossimità si può cogliere, pur con differenti esiti espressivi, rispetto a Enrico Pieranunzi, soprattutto nella cura delle voci interne e nella tendenza a far emergere la melodia quale asse portante dell’architettura armonica. Una certa affinità si manifesta altresì con John Taylor, il cui modulo espressivo prediligeva campi tonali mobili e sovrapposizioni accordali di sottile ambiguità; in Tallini tale ambiguità non si traduce mai in frammentazione, piuttosto in una progressione che conserva la quadratura narrativa. L’elemento europeo, nel suo caso, non coincide con rarefazione ascetica o con minimalismo atmosferico, quanto piuttosto con una disciplina che trae alimento dalla tradizione colta, dalla pratica contrappuntistica e da un senso della forma ciclica interiorizzato durante gli studi accademici. Maggiore distanza si riscontra rispetto a pianisti che abbiano fatto della radicalità timbrica e dell’esplorazione materica il fulcro della propria poetica, come Alexander von Schlippenbach, la cui concezione del pianoforte privilegia l’opulenza gestuale, la frattura e l’accumulo sonoro. Tallini non persegue la disgregazione del tessuto armonico, né indulge a un uso percussivo estremo dello strumento; la sua ricerca tende piuttosto alla coerenza sintattica, a un equilibrio tra impulso improvvisativo e controllo strutturale. Nel contesto italiano, accanto alla già menzionata prossimità con Pieranunzi, si può osservare una distanza rispetto all’energia ritmica e alla teatralità espressiva di Stefano Bollani, la cui cifra ludica e citazionistica segue traiettorie differenti. Tallini predilige un andamento più raccolto, meno incline alla frammentazione ironica, orientato verso una continuità del discorso che eviti brusche cesure. La sua compliance con il pianismo europeo non si traduce in adesione a una scuola determinata, ma in una consonanza di metodo e di postura estetica. Il controllo dell’intelaiatura, la modulazione attenta delle dinamiche, la predilezione per un fraseggio cantabile e per una tessitura armonica sorvegliata la collocano in un’area di affinità con quei musicisti che abbiano concepito il jazz come linguaggio in grado di connettersi con la tradizione eurodotta, senza rinunciare alla propria natura improvvisativa. In tale orizzonte, Tallini sviluppa un iter personale, dove la misura formale e la sensibilità lirica convivono senza attriti, delineando un profilo riconoscibile all’interno del panorama pianistico continentale.

Il rapporto di Stefania Tallini con la musica brasiliana non si risolve in un’adesione superficiale a stilemi riconoscibili, bensì si radica in un’assimilazione strutturale di principi ritmici e armonici che hanno segnato in profondità il suo lessico pianistico. La tradizione della bossa nova e del samba jazz, così come delineata da figure quali Antônio Carlos Jobim, Hermeto Pascoal e Egberto Gismonti, offre un campo di riferimento nel quale melodia, sofisticazione accordale e flessibilità metrica convivono secondo un equilibrio di rara finezza. Tallini dimostra particolare sensibilità nei confronti della cadenza armonica tipica della bossa nova, con progressioni che impiegano estensioni, rivolti e sostituzioni tritoniche in modo non ornamentale, bensì generativo. L’uso delle tensioni superiori non produce sovraccarico, piuttosto amplia il respiro della linea melodica, consentendole di distendersi su un tappeto armonico elastico. L’influenza brasiliana si coglie anche nella concezione del tempo, che non procede per accentuazioni marcate, bensì per oscillazioni morbide, per micro-spostamenti che rendano la scansione meno rigida e più respirata. Questo atteggiamento richiama quella pratica per cui la melodia sembra scivolare sopra l’accompagnamento, pur restando saldamente ancorata al substrato metrico. In Tallini questa qualità s’integra con la cultura europea, generando un equilibrio tra controllo performativo ed abbandono lirico che evita tanto l’esotismo quanto la citazione di maniera. Ne deriva un raffronto rispettoso e consapevole con la musica brasiliana, non imitazione né semplice omaggio, ma rielaborazione critica di un patrimonio che, grazie alla sua naturale affinità con l’armonia jazzistica, trova nel pianoforte di Tallini un terreno fertile per nuove declinazioni espressive.

La scelta di cinque lavori distribuiti sull’intero arco della carriera consente di cogliere l’evoluzione del linguaggio senza privilegiare soltanto le incisioni più recenti, che certo rappresentano fasi di maturazione ma non esauriscono la traiettoria creativa. «Etoile», pubblicato nel 2002, appartiene alla fase iniziale e merita attenzione proprio perché documenta l’esordio in veste di leader. La formazione a trio e l’orientamento post-bop mostrano un’articolazione ancora legata a modelli riconoscibili, ma già attraversata da una sensibilità armonica personale. La progressione degli accordi e la cura della distribuzione delle voci indicano un approccio consapevole alla forma, nel quale la melodia assume centralità senza rinunciare al dialogo con la ritmica. «Dreams», del 2005, segna un passaggio verso una dimensione più riflessiva. Le composizioni privilegiano atmosfere meditative e un andamento discorsivo che evita soluzioni eccessivamente percussive. L’interplay con gli altri strumenti si sviluppa secondo un principio cameristico, con attenzione alla qualità del suono e alla respirazione del fraseggio. L’armonia si muove attraverso modulazioni che ampliano il campo tonale, conferendo al lavoro un carattere lirico e interiormente articolato. «Maresìa», datato 2007, introduce con maggiore evidenza suggestioni della musica brasiliana. La bossa nova e il samba jazz forniscono materiali ritmici e armonici che vengono rielaborati in chiave personale, senza citazioni esteriori. La sincope assume funzione generativa, la pulsazione si distende e le progressioni accordali impiegano estensioni tipiche del linguaggio brasiliano. Tale integrazione amplia la tavolozza espressiva e testimonia la capacità della pianista di far dialogare tradizioni diverse in un impianto coeso. Salto in avanti di oltre un decennio con «Uneven», pubblicato nel 2020. L’incisione riflette una fase di ulteriore maturazione, nella quale il linguaggio jazzistico si apre a contaminazioni e a soluzioni ritmiche diversificate. La formazione strumentale sostiene un discorso che alterna lirismo e tensione controllata, con progressioni armoniche che evitano prevedibilità. L’ascolto evidenzia una capacità di sintesi tra esperienze pregresse e nuove esplorazioni, confermando la coerenza evolutiva del percorso. Infine «E se domani», del 2023, rappresenta una delle testimonianze più recenti. L’album dialoga con repertori eterogenei, includendo riletture e materiali originali, e mette in luce una scrittura capace di coniugare rigore formale e apertura interpretativa. La formazione e gli arrangiamenti privilegiano la chiarezza della linea melodica e una distribuzione equilibrata delle voci, evitando accumuli superflui. Ne risulta un lavoro che testimonia la continuità della ricerca e la volontà di confrontarsi con nuovi contesti espressivi.

Stefania Tallini

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