«Cantares» di Mariapia Gobbi & Gabriele Zanchini Trio: un dialogo tra voce, poesia e ordine armonico (Dodicilune, 2026)
«Cantares» si sostanzia dunque come un progetto che unisce poesia e musica in un equilibrio raro, frutto di un lavoro collettivo che valorizza le competenze di ciascun interprete e la loro attitudine all’ascolto reciproco.
// di Irma Sanders //
La voce di Mariapia Gobbi s’innesta in «Cantares» con una consapevolezza interpretativa che affonda le radici in una formazione articolata e in un percorso di ricerca che non smette di rinnovarsi. La collaborazione con il trio guidato da Gabriele Zanchini si dipana come un laboratorio di forme, un luogo in cui la parola poetica e la costruzione musicale s’incontrano in un dialogo che non mira alla semplice trasposizione sonora dei testi, ma alla loro rifrazione in un impianto compositivo che ne amplifica la forza semantica. L’album nasce da un lungo processo di sedimentazione, avviato nel 2019 all’interno di un contesto teatrale, trovando ora una sua compiutezza grazie alla convergenza di sensibilità affini e complementari.
La scelta dei testi – Dante, Pascoli, Montale, Machado e la penna contemporanea di Maria Concetta Giorgi – non risponde a un intento antologico, ma piuttosto alla volontà di esplorare la parola poetica come matrice generativa. Ogni componimento viene sottratto al proprio contesto originario e ricollocato in un ambiente sonoro che ne mette in rilievo la struttura interna, le immagini, le tensioni semantiche e le zone d’ombra. La musica di Gobbi, modellata con cura e poi rielaborata da Zanchini per mezzo di un lavoro di arrangiamento di rara finezza, non accompagna i versi, ma li interroga, li attraversa e li fa risuonare in una dimensione che oscilla tra la riflessione lirica e la ricerca timbrica. Il pianoforte di Zanchini agisce come un regista armonico, dotato nel delineare spazi acustici in cui la voce può muoversi con libertà, mentre il contrabbasso di Milko Merloni e la batteria di Manuel Giovannetti costruiscono un ordine interno che sostiene la narrazione senza mai irrigidirla.
In «Venimmo poi», la presenza dantesca non viene trattata come citazione colta, ma quale materiale vivo, atto a generare un ambiente sonoro che alterna rarefazioni e improvvise aperture. Il pianoforte delinea un disegno armonico che suggerisce un percorso ascensionale, mentre la voce si muove con un controllo espressivo che evita ogni enfasi, preferendo una narrazione vocale che privilegia la chiarezza del testo e la sua indole interiore. La sezione ritmica interviene con discrezione, quasi a suggerire un passo che avanza senza ostentazione, individuando nella parola poetica la propria direzione. «Mondo» e «In una stella» mostrano la capacità del trio di modulare il colore sonoro con una varietà di sfumature che testimoniano una profonda attenzione alla dimensione timbrica. Le composizioni di Gobbi e Zanchini si evolvono in virtù di una logica di microvariazioni, in cui ciascun elemento – un accento, una sospensione, un cambio di registro – contribuisce a conformare un ambiente sonoro coerente e stratificato. La voce si fa ora luminosa, ora introspettiva, ora quasi sussurrata, sempre sostenuta da un impianto armonico che privilegia la fluidità e la continuità del discorso musicale. La title track, «Cantares», assume un ruolo centrale non per gerarchia, ma per la sua attitudine a far venire fuori il nucleo concettuale dell’intero progetto. I versi di Machado, con la loro meditazione sul passaggio e sulla traccia che resta, trovano una corrispondenza nell’impalcatura musicale, che procede per accumuli sottili, variazioni minime e slittamenti armonici che evocano il fluire del tempo. La voce di Gobbi non interpreta il testo, lo abita, ne segue il ritmo interno, ne coglie le inflessioni e le pause, configurando un profilo acustico che si muove tra trasparenza e intensità emotiva. La scelta di evitare ogni retorica melodica permette alla composizione di respirare e di lasciare emergere la parola nella sua nudità e nella sua forza evocativa.
«Tentazione (Canto di sirena)» presenta una dimensione più teatrale, non nel senso della mimesi, ma in quello della costruzione di un’immagine sonora che allude a un altrove mitologico. La scrittura vocale si muove su intervalli che suggeriscono un richiamo, un’attrazione e un movimento circolare che trova nel pianoforte un contrappunto sottile e nelle percussioni una trama espressiva che richiama un’energia primordiale. La presenza di Dante e della sua immaginazione visionaria si riflette in un impianto musicale che non cerca di illustrare il testo, ma di far emergere la sua potenza simbolica. «A galla» e «Ma poi (Dove vanno gli angeli?)» portano in auge un’altra sfaccettatura del progetto: la capacità di tradurre il testo poetico in un tracciato emotivo che non rinuncia alla complessità, ma la rende accessibile sulla scorta di un equilibrio tra rigore formale e libertà interpretativa. La voce di Gobbi si muove con una naturalezza che deriva da una solida formazione e da una sensibilità che sa cogliere le sfumature più sottili del testo. Il trio la sostiene con un ascolto reciproco che si traduce in un interplay misurato, mai esibito, sempre funzionale all’implementazione dell’ordito tematico. La rilettura di «Amore che vieni, amore che vai» di Fabrizio De André rappresenta un momento di particolare intensità. Lontana da ogni intento imitativo, la versione proposta da Gobbi e Zanchini si concentra sulla struttura elegiaca del testo e sulla sua attitudine a generare un clima brunito che oscilla tra malinconia e lucidità. Il pianoforte disegna un paesaggio armonico che illumina le pieghe del testo, mentre l’ugola ne mette in rilievo la dimensione narrativa con un controllo espressivo che evita ogni sentimentalismo. La sezione ritmica interviene con un passo leggero, quasi a suggerire un movimento che procede senza voltarsi indietro.
L’intero album sancisce un percorso che connette rigore e immaginazione, radicamento nella tradizione poetica e apertura verso una scrittura musicale che non teme la contaminazione, purché essa sia motivata da una necessità esecutiva. La presenza di Merloni e Giovannetti contribuisce in modo decisivo alla costruzione di un ordine intrinseco che sorregge il canto e il pianoforte senza mai sovraccaricare l’intelaiatura sonora. Il contrabbasso dispensa un fondamento elastico, versato nel modulare il proprio ruolo tra sostegno e intervento melodico, mentre la batteria lavora su una gamma di colori che arricchisce l’aura fonica con una varietà di sfumature. In sintesi «Cantares» si sostanzia dunque come un progetto che unisce poesia e musica in un equilibrio raro, frutto di un lavoro collettivo che valorizza le competenze di ciascun interprete e la loro attitudine all’ascolto reciproco. La voce di Mariapia Gobbi emerge come un centro espressivo che non domina, ma guida; il pianoforte di Zanchini costruisce spazi in cui la parola può risuonare; la sezione ritmica offre un terreno fertile su cui la musica può svilupparsi con naturalezza. Ne nasce un’opera che non cerca l’effetto, ma la profondità del gesto artistico, e che invita l’ascoltatore a un viaggio in cui la poesia diventa suono e il suono diventa pensiero.

