«Sulo» di Max Puglia: jazz elettrico e genealogie iberiche nell’omaggio a Miles Davis
Il disco propone una riflessione sulla possibilità di rendere attuale una lezione storica mediante scelte armoniche, timbriche e formali coerenti, restituendo al jazz elettrico una funzione di ricerca e di apertura che ne costituisce, ancora oggi, la ragione più profonda.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Il progetto «Sulo» prende forma come atto critico prima ancora che celebrativo, poiché Max Puglia sceglie di misurarsi con Miles Davis evitando tanto la reverenza museale quanto la citazione ornamentale. Il centenario della nascita del trombettista americano diventa così un’occasione per interrogare una specifica stagione della sua produzione, quella nella quale il jazz elettrico si apre a una dimensione timbrica e culturale più porosa, lasciando filtrare elementi iberici, mediterranei e cinematografici. Il riferimento a «Sketches Of Spain» rimane sullo sfondo come antecedente storico inevitabile, ma il vero asse concettuale del lavoro si colloca in prossimità di «Siesta», partitura laterale e meno frequentata, nella quale Davis sperimenta una scrittura atmosferica, obliqua, lontana dalla forma-canzone e più vicina a un’idea di paesaggio sonoro.
Puglia muove da questa matrice per elaborare sei composizioni originali che non si limitano a rielaborare materiali preesistenti, ma ne assorbono le implicazioni armoniche e il clima espressivo. Il ricorso ai giri andalusi, filtrati da una sensibilità jazzistica contemporanea, introduce una dimensione modale che orienta l’intero impianto del disco, consentendo alle parti improvvisative di svilupparsi all’interno di campi tonali flessibili, privi di una funzione risolutiva tradizionale. La chitarra elettrica, scelta in luogo dello strumento classico, diviene il fulcro di questa operazione, con interventi nervosi e taglienti che rimandano a una stagione del jazz-rock segnata dall’urgenza e dalla frizione timbrica, più che dalla brillantezza virtuosistica.
Il contributo degli interpreti rafforza la coerenza del progetto. La presenza di Vito Ranucci, nella sua ultima testimonianza discografica, introduce una dimensione visionaria e notturna che permea l’intero lavoro, mentre Giulio Martino offre una voce sassofonistica scura e stratificata, capace di inserirsi nel tessuto armonico senza sovraccaricarlo. Luigi Di Nunzio, con una linea melodica compatta e luminosa, funge da elemento di equilibrio interno, garantendo continuità e chiarezza al discorso collettivo. Mario Nappi, affidatario della componente armonica, impiega colori elettronici che richiamano l’estetica degli anni Ottanta, non come citazione nostalgica, ma quale scelta funzionale a una precisa grana sonora.
L’uso dei campionamenti vocali contribuisce a definire un ulteriore livello semantico. L’incipit, tratto da un’intervista di Miles Davis, agisce come dichiarazione di intenti più che come omaggio esplicito, mentre la voce di Enzo Di Domenico, innestata sui giri andalusi, introduce una stratificazione linguistica che riconduce il progetto a una dimensione mediterranea ampia, non localistica. Il monologo di Toni Servillo da «L’uomo in più», rielaborato in napoletano da Mc Mariotto in un’unica presa, inserisce una componente narrativa ruvida e non addomesticata, che si colloca in tensione con la struttura musicale. Nell’epilogo, la voce di Paco de Lucía, tratta dal DVD omonimo, chiude idealmente il cerchio, richiamando una genealogia iberica che attraversa l’intero lavoro senza mai trasformarsi in citazione didascalica.
«Sulo» si presenta dunque come un progetto di scrittura consapevole, nel quale l’omaggio a Miles Davis passa attraverso una rielaborazione critica della sua eredità più laterale e meno codificata. Lontano da ogni retorica commemorativa, il disco propone una riflessione sulla possibilità di rendere attuale una lezione storica mediante scelte armoniche, timbriche e formali coerenti, restituendo al jazz elettrico una funzione di ricerca e di apertura che ne costituisce, ancora oggi, la ragione più profonda.

