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Questo percorso discografico s’impone come una riflessione matura sulla composizione contemporanea, in cui il riferimento al cinema immaginario cessa di figurare come mero pretesto programmatico ma sostanzia un codice linguistico autonomo, coerente ed interamente compiuto.

// di Francesco Cataldo Verrina //

All’interno dell’attuale scenario jazzistico, incline perlopiù a formulazioni contratte o a riesumazioni di maniera, l’emergere di un’opera di tale respiro concettuale ed estensione temporale s’evidenzia quale rarità di assoluto rilievo. La pubblicazione di un lavoro monumentale articolato su triplo CD travalica la semplice contingenza discografica, presentandosi piuttosto come un’esigenza teorica ed esecutiva volta a tracciare una summa espressiva di eccezionale densità. Non a caso, la prassi interpretativa e concettuale declinata da Adriano Clemente nel triplo album «Kaleidoscope: Music for imaginary films» (Dodicilune, 2026) s’affranca dalle consuete catalogazioni di genere per approdare a un impianto compositivo di spiccata ambizione strutturale. L’opera raccoglie trentotto pagine musicali composte in oltre mezzo secolo di ricerca, condensando il percorso dell’autore in un flusso discorsivo di oltre due ore ed eccedendo la semplice dimensione cronologica per farsi compendio sintattico.

Clemente in doppia veste di esecutore e compositore, coordinando la vasta compagine della Akashmani Ensemble insieme a un qualificato nucleo di ospiti, gestisce il materiale sonoro senza mai cedere al mero sfoggio enciclopedico. Nel primo volume, intitolato anch’esso «Kaleidoscope», la scrittura s’impernia su un raffinato contrappunto timbrico in cui i frammenti eponimi – da «Kaleidoscope I» fino a «Kaleidoscope V» – fungono da perni modulari. Si segnala in particolare «Slow, Intense, Blueness», all’interno della quale le estensioni cromatiche dei legni affidati ad Alessandra D’Andrea e Marco Guidolotti s’accordano ai registri gravi del pianoforte di Lucio Perotti ed al violoncello di Bernardino Penazzi. La trama fonica non cerca mai una facile risoluzione, ma trattiene la materia in un equilibrio instabile che evoca le soluzioni strutturali di Igor Stravinsky, allorché la polisemia armonica prevale sulla spinta orizzontale.

Sulla scorta di tale nitidezza di scrittura, il secondo disco, «Akashmani», orienta la fisionomia sonora verso una rilettura non convenzionale del minimalismo ed ai codici della tradizione classica indiana. L’episodio «Old Dreams (For Terry Riley)» manifesta la propria pregnanza attraverso un disegno elastico di marimba e vibrafono, curato da Gianluca Manfredonia, sul quale smeandrizzano le figurazioni degli ottoni di Sergio Vitale e Massimo Pirone. In questa sezione, la citazione del maestro americano s’emancipa dall’atto mimetico: il movimento ostinato si scoglie in micro-variazioni dinamiche che richiamano la trasparenza e le geometrie visive del costruttivismo di Naum Gabo. La presenza di Arturo Stalteri al pianoforte aggiunge velature d’estrazione colta, integrando l’asse ritmico guidato da Francesco De Rubeis e Francesco Pierotti.

Nel terzo capitolo, «Children Of Africa», l’organico s’amplia a includere le percussioni latine di Fabrizio Aiello, Eduardo Silveira e Deivyis Rubalcaba, affiancate al cuatro di Emilio Jimenez. Composizioni come «Deconstructing The Blues», «Arimacoa» e «Pictures Of La Habana» mostrano un assetto narrativo polimetrico dove il linguaggio afro-cubano s’innesta su spunti d’avanguardia ed umori del rock progressivo della scuola di Canterbury, evocando la libertà combinatoria di Frank Zappa. Clemente, impegnato in prima persona al trombone, all’oboe, all’arpa venezuelana ed alla tromba tascabile, s’astiene da un protagonismo solistico prevaricante ed agisce piuttosto quale regista armonico. L’impiego degli ottoni integrati da Federico Manini ed Alberto Solari, unitamente alle campiture d’ance gestite da Massimiliano Filosi ed Aldo Milani, conferisce all’intera produzione una velatura acustica cangiante. Questo percorso discografico s’impone come una riflessione matura sulla composizione contemporanea, in cui il riferimento al cinema immaginario cessa di figurare come mero pretesto programmatico ma sostanzia un codice linguistico autonomo, coerente ed interamente compiuto.

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