Geometrie della rarefazione nella penombra newyorkese: «Secret Garden» di Bracco, Poeti e Sciommeri (A.MA Records, 2026)
«Secret Garden» sancisce una testimonianza significativa della vitalità del jazz italiano contemporaneo, incline ad assimilare modelli storici differenti e di rielaborarli con autorevolezza, misura e piena consapevolezza del proprio lessico compositivo.
// di Francesco Cataldo Verrina //
Dopo anni di collaborazioni condivise, Enrico Bracco, Francesco Poeti e Armando Sciommeri raccolgono la propria esperienza comune in «Secret Garden». La presenza del sassofonista statunitense Matt Renzi arricchisce ulteriormente la fisionomia espressiva della registrazione. La consolidata intesa maturata negli anni con i tre musicisti favorisce una naturale integrazione del suo linguaggio all’interno del progetto, senza alterarne gli equilibri. Il suo intervento solistico amplia la tavolozza espressiva dell’ensemble grazie a una dizione strumentale raffinata, in cui la qualità del fraseggio, la precisione dell’articolazione e il controllo delle dinamiche concorrono a definire una presenza riconoscibile, mai invasiva.
Le composizioni firmate da Enrico Bracco e Francesco Poeti condividono una medesima sensibilità nei confronti della costruzione melodica, pur lasciando affiorare personalità compositive ben riconoscibili. L’equilibrio tra cantabilità, ricerca armonica e articolazione ritmica alimenta un repertorio che evita deliberatamente gli automatismi della tradizione recente, preferendo uno sviluppo motivico fondato sulla trasfigurazione continua del materiale tematico. Ciascun episodio sviluppa così una propria identità, sostenuta da una scrittura consapevole che lascia all’improvvisazione il compito di ampliare la traiettoria narrativa senza compromettere la coerenza dell’impianto compositivo. Il trio si muove all’interno di un orizzonte linguistico ampio, nel quale convivono differenti matrici culturali. La modernità del jazz newyorkese riaffiora accanto a una sensibilità europea incline alla misura, alla trasparenza delle dinamiche e alla cura del colore sonoro, mentre la tradizione dello standard americano continua a rappresentare un riferimento imprescindibile. Non si tratta, tuttavia, di un semplice esercizio di citazione, poiché ogni elemento confluisce in una sintesi personale che valorizza il fraseggio, il controllo delle relazioni armoniche e una gestione dello spazio musicale sempre accuratamente ponderata. Particolarmente significativa risulta la presenza di due contrafact costruiti sulla scorta delle progressioni armoniche di «Stella by Starlight» e «All the Things You Are». Tale scelta rimanda a una pratica storicamente radicata nella cultura del jazz moderno, all’interno della quale una struttura preesistente diviene occasione per elaborare nuove idee melodiche e nuove prospettive improvvisative. L’inserimento di «How Deep Is the Ocean» di Irving Berlin amplia ulteriormente questo dialogo con la tradizione, offrendo un punto di equilibrio fra memoria storica e ricerca contemporanea. In filigrana affiorano richiami all’estetica di Lennie Tristano, riconoscibili non tanto nella riproposizione di formule stilistiche quanto nell’attenzione rivolta alla linearità contrappuntistica, alla continuità del discorso melodico e all’autonomia delle singole voci.
La successione delle composizioni lascia affiorare un’unica traiettoria espressiva, quasi che ogni brano custodisca una diversa prospettiva dello stesso paesaggio interiore. «Finestrelle» lascia filtrare una luminosità discreta, trattenuta, affidata a cellule melodiche che sembrano cercarsi senza mai esaurire la propria capacità di trasformazione; il fraseggio procede con naturalezza, sostenuto da un equilibrio armonico che preferisce le sfumature alle affermazioni perentorie. Poco dopo «Stellar Variation» prende le mosse dal patrimonio di «Stella by Starlight», senza indulgere nel gioco della citazione. La matrice armonica rimane una presenza silenziosa, mentre la scrittura sceglie un’altra direzione, fatta di deviazioni intervallari, linee oblique e continue ridefinizioni del centro tonale. Anche «How Deep Is the Ocean» rinuncia deliberatamente a qualsiasi enfasi nostalgica. Irving Berlin rimane sullo sfondo come memoria condivisa, mentre il trio preferisce soffermarsi sulle possibilità offerte dalla melodia, lasciando che il respiro della frase trovi il proprio equilibrio nella sottrazione e nella misura. «Blue Surf» sposta impercettibilmente il baricentro verso colori ancora più scuri, quasi bruniti, dove la chitarra diffonde una luce opaca e il basso dialoga con la batteria secondo una scansione elastica che richiama certi notturni della downtown newyorkese, lontani dall’immagine stereotipata della metropoli e più vicini a quella dimensione raccolta che appartiene alla migliore tradizione cameristica del jazz. La stessa continuità percorre «Flow», il cui andamento non ricerca episodi culminanti né contrasti marcati. Tutto sembra modificarsi per minimi scarti, come accade in certa pittura tonale, quando una variazione quasi impercettibile della luce trasforma la percezione dell’intera superficie. «All Intervals You Are» mantiene saldo il legame con «All the Things You Are», lasciando tuttavia che la costruzione melodica trovi autonomia nella qualità delle relazioni intervallari e nella libertà con cui le voci si rincorrono, si sfiorano e si allontanano senza perdere la coerenza dell’insieme. «Durante» non rappresenta una conclusione nel senso tradizionale del termine. Nessun compiacimento atmosferico, nessuna ricerca dell’effetto contemplativo; soltanto una scrittura di rara misura che guarda alla New York di Lennie Tristano, Lee Konitz e Warne Marsh come a un orizzonte culturale assimilato con naturalezza, lasciando che la rarefazione divenga una conseguenza del pensiero musicale e non un semplice espediente estetico.
L’intero lavoro restituisce l’immagine di tre musicisti impegnati nella costruzione di un linguaggio che privilegia la continuità del dialogo rispetto all’esibizione virtuosistica. La prassi procedurale mantiene costantemente una salda coerenza formale, mentre l’interplay lascia emergere una concezione collettiva della fase estemporanea, dove ciascun intervento trova collocazione secondo un equilibrio sintattico accuratamente calibrato. «Secret Garden» sancisce una testimonianza significativa della vitalità del jazz italiano contemporaneo, incline ad assimilare modelli storici differenti e di rielaborarli con autorevolezza, misura e piena consapevolezza del proprio lessico compositivo.

