// di Francesco Cataldo Verrina //

L’Europa rappresenta la più estesa colonia del jazz americano. Per la prima volta con il jazz, sin dalla sua prima diffusione mondiale, l’America, colonia d’eccellenza del vecchio continente Nord-Settentrionale, ha finito per diventare essa stessa colonizzatrice. L’America, intesa, come USA aveva subito ed inglobato, nel corso di almeno tre secoli, tutte le forme di cultura europea, musica compresa. Per la prima volta nella sua millenaria storia, l’Europa viene colonizzata culturalmente. Il processo di sottomissione musicale si ripeterà più volte nel corso dei decenni successivi attraverso vari linguaggi sonori legati in massima parte al risveglio e all’affermazione degli Afro-Americani. Il nuovo libro di Guido Michelone, «Il Jazz e l’Europa», edito in questi giorni da Arcana, traccia ed analizza con dovizia di particolare tutti gli aspetti del jazz europeo nelle sue molteplici sfumature e diramazioni.

Per lungo tempo, si era cercato di semplificare l’idea di un jazz europeo, suddiviso in quattro macro-aree geografiche: una Nord-Continentale, legata ad alcune espressioni germanico-scandinave, eccezione fatta per il territorio inglese, abbastanza autonomo e caratterizzato, una Centro-Mediterranea, tra Francia, Spagna e Italia, una Sud-Mediterranea con lo sguardo puntato verso l’Africa ed una Est-Balcanica con il baricentro spostato verso l’Oriente. Per contro Guido Michelone va oltre, suddividendo e spacchettando il concetto e la territorialità di un «presunto» jazz europeo, attraverso tante micro-aree, legate perlopiù alle singole nazioni. Essendo il jazz europeo, nell’accezione più larga del termine, un fenomeno derivativo, si è arricchito nel corso dei decenni di elementi indigeni e sonorità autoctone, inglobando componenti del folklore locale, ritmi arcaici e danze popolari.

Nell’opera di Michelone, le differenze fra le varie culture jazzistiche sviluppatesi nel Vecchio Continente, vengono sviscerate sulla scorta di una capillare indagine storica, di fatti e personaggi, e di un’esaustiva selezione discografica, che funge da indicatore di marcia per districarsi tra le innumerevoli produzioni di quei luoghi e di quei paesi. Sono circa trentatré le zone indicate, in cui il jazz Nord-Americano è allignato assorbendo l’humus locale: dall’Albania, alla Lituania, dalla Grecia alla Norvegia, dalla Svizzera alla Russia, dal Portogallo alla Finlandia, dall’Italia al Belgio, dalla Polonia (già piuttosto nota alle cronache jazzistiche) all’Ucraina, e molte altre ancora, passando per alcune città che diventano, nel corso della narrazione, come veri punti cardine del jazz europeo: Barcellona, Madrid, Londra, Parigi per giungere fino al Vaticano in Jazz, in riferimento ad alcuni componimenti jazz di tipo religioso, puntualmente ignorati dalla critica Americana.

«Il Jazz e l’Europa» è un tomo di quasi 500 pagine che rende giustizia, soprattutto per l’unicità dell’analisi storiografica, ad un fenomeno «imponente» come il jazz europeo, che pur rimasto legato, ma non sempre, alla sintassi originaria, ha saputo rigenerarsi all’interno delle varie realtà territoriali, apportando fertilizzanti creativi che hanno contribuito alla diffusione capillare del jazz tout-court. Il lavoro di Michelone conferma appieno il sincretismo tipico del costrutto jazzistico, da sempre permeabile ed aperto al mondo circostante; soprattutto mette in risalto la capacità di adattamento di un «genere-non genere» che, nell’arco cento e più anni, è passato dall’essere un’espressione settoriale legata ad alcuni stili sonori di derivazione popolare, nata dal melting-pot americano, ad un modulo espressivo ecumenico, circoscrivibile, trascrivibile ed omologato per importanza compositiva alla musica eurocolta.

Pur nelle sue molteplici sfaccettature, il jazz europeo non è una Babele di lingue incomprensibili fatta di lemmi nazionalistici e di sovranismi culturali. Fortuna vuole che musicisti e strumenti si comprendano, riuscendo a dialogare, qualunque sia la loro provenienza. Per questo e molto altro ancora, il libro di Michelone è consigliato a tutti gli appassionati di jazz, ma soprattutto a quanti cercano di comprendere l’unicità di un fenomeno «globale», il solo in cui quai tutti i musicisti parlano la stessa lingua, pur combinandola con il vernacolo locale. Esaminando le varie discografie proposte dall’autore, si capisce che esistano molte differenze a livello di costruzione melodico-armonica, ma il linguaggio di base è lo stesso. Il tutto va calato nei vari contesti sociali, storici ed ambientali. Non tutte le nazioni europee, specie ad Est, nel corso de Novecento, hanno usufruito di una libertà espressiva totale, simile a quella di paesi come la Francia o la Gran Bretagna, o hanno subito fenomeni di censura parziale, durante le dittature, come l’Italia, la Germania, la Spagna; non tutti i musicisti europei hanno usufruito dell’apertura mentale di democrazie avanzate come quelle scandinave, eppure il comune denominatore è lo stesso. La lettura del libro consentirà a chiunque, (lo consiglio anche a molti critici e studiosi), di approfondire la conoscenza storica del jazz su vasta scala, non semplicemente legata al modello americano ed africano-americano e, perché no, di addentarsi nei meandri di una discografia, spesso reietta e bistrattata dai libri di storia generale (e per sommi capi) del jazz.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *