Alberto Olivieri con «What Became of the Light»: fisionomia dell’Hammond d’avanguardia e rigore costruttivo (Caligola Records, 2026)

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«What Became of the Light» si segnala in definitiva come una tra le testimonianze più felici della recente produzione jazzistica nazionale, un’opera in cui la coerenza formale sposa l’intuizione poetica per dare forma a un ambiente sonoro che sfugge a definizioni di genere immediate, imponendosi come un modello di intesa cameristica.

// di Francesco Cataldo Verrina //

L’adozione dell’organo Hammond all’interno di un impianto strumentale privo di elementi armonici tradizionali richiede una ridefinizione della sua fisionomia acustica, storicamente ancorata ai codici espressivi del soul-jazz e del blues. Se nella prassi esecutiva degli anni Sessanta lo strumento veniva impiegato principalmente per la robusta scansione dei bassi e per un fraseggio di matrice squisitamente pianistica, nel solco delle avanguardie europee e della New Thing americana esso assume un ruolo di radicale costruttore di forma. La condotta lineare impressa da Bruno Marini si ricongiunge idealmente a quelle esperienze storiche in cui l’organo smette di essere puro veicolo di saturazione armonica per tramutarsi in un modulatore di spazi acustici. Questa evoluzione morfologica richiama alla mente le intuizioni pionieristiche di Larry Young, il quale, in pagine epocali quali «Unity», scardinò il cliché dello strumento per integrarlo in un contesto modale e geometricamente stratificato, affine alle esplorazioni coltraniane. In seno a questa diversa logica compositiva, la tavolozza timbrica dell’Hammond viene manipolata attraverso un uso accorto dei drawbar e del selettore del vibrato, parcellizzando il suono in velature acustiche quasi orchestrali. Tale approccio permette alla formazione di fare a meno di uno strumento contrabbassistico, affidando alle frequenze gravi del pedale o della mano sinistra una funzione non soltanto metronomica, ma strutturale. Si stabilisce in questo modo un’interazione dialettica ravvisabile nel lavoro di Sun Ra con la sua Arkestra o nelle sperimentazioni europee di un caposcuola quale Giorgio Gaslini, contesti in cui lo strumento elettrofonico perde ogni residuo di sapore vernacolare per divenire generatore di tensioni astratte. Nel tracciato di «What Became of the Light», l’organo di Marini non si limita a sostenere il lirismo del violino o il rigore costruttivo della batteria, piuttosto agisce come un regista armonico capace di innescare mutazioni improvvise nel colore sonoro complessivo.

Il nuovo corso espressivo impresso da Alberto Olivieri comincia con «What Became of the Light», album registrata sotto l’egida di Caligola Records che sancisce il debutto del batterista veronese nella veste di leader. La lunga e autorevole militanza accumulata dal musicista in qualità di sideman, impreziosita da collaborazioni storiche che spaziano dall’apporto creativo fornito a Bruno Marini e Stefano Zeni fino all’epocale testimonianza di «Capriccio a Milano», si traduce oggi in una lucida maturità compositiva. Il batterista rinuncia alle formule consolidate della performance solistica per dare vita a una geometria timbrica inedita, coadiuvato dall’organo Hammond di Bruno Marini e dal violino di Stefano Zeni. L’architettura interna dell’album rifiuta programmaticamente i canoni del sodalizio didascalico tra parola e suono, optando piuttosto per una raffinata trasfigurazione estetica: i dieci componimenti in versi del poeta Eros Olivotto non vengono declamati, quanto interiorizzati dai tre esecutori, tramutandosi nel nucleo generativo da cui scaturiscono sia le strutture armoniche sia le traiettorie improvvisative. Il corpo risonante dei singoli episodi musicali, riprodotti fedelmente a livello letterario nel libretto d’accompagnamento, rivela un rigore costruttivo fondato su un costante dialogo interdisciplinare. In pagine musicali quali «A Dimension» e «Back Then», la trama espressiva si evolve sulla scorta di una logica strutturale che evoca la spazialità delle arti visive, dove il gesto percussivo di Olivieri definisce i volumi e i confini entro cui gli altri strumenti possono muoversi in contrappunto. L’assenza di uno strumento armonico convenzionale come il pianoforte o la chitarra permette all’organo Hammond di Marini di plasmare una velatura acustica mutevole, che spazia da soluzioni modali a repentine aperture blues. In virtù di questa scelta strumentale, la fisionomia del suono si connota per un equilibrio sintattico in cui il violino di Zeni traccia linee melodiche tese, in grado di alludere a suggestioni microtonali vicine ai raga della tradizione colta indiana.

Il nucleo del disco risiede nella capacità del trio di connettere linguaggi apparentemente distanti. All’interno di episodi come «The Way We Are» e «Yesterday», l’andamento sintattico mostra un impianto coesivo solido, che non cede mai alla frammentazione della pura avanguardia. La scrittura si muove nel solco di una sapiente stratificazione della materia musicale, manifestando un’organizzazione molecolare in cui i piccoli frammenti tematici si rigenerano senza sosta. Questa sensibilità permette alla formazione di mantenere un solido ancoraggio ritmico anche laddove il disegno musicale si spinge verso territori di assoluta libertà esecutiva. L’esperienza pluridecennale dei tre interpreti trasforma l’improvvisazione in una narrazione coerente, priva di quelle compiacenze virtuosistiche che spesso viziano le produzioni collettive. Le composizioni successive, da «Us» fino al conclusivo «Closeness», delineano un profilo espressivo in cui le tensioni nate dall’astrazione lirica trovano risoluzione in un disegno armonico dall’andamento circolare. Le progressioni modali adottate dal gruppo richiamano alla mente la densità ipnotica delle lunghe esplorazioni coltraniane, ma l’impianto generale preferisce declinare tali stimoli mediante una condotta esecutiva più accorta, attenta alle sfumature e ai pesi specifici dei singoli silenzi. Sulla base di questa impostazione, anche gli echi della psichedelia più dilatata di matrice americana vengono assorbiti all’interno di un rigido impianto formale. «What Became of the Light» si segnala in definitiva come una tra le testimonianze più felici della recente produzione jazzistica nazionale, un’opera in cui la coerenza formale sposa l’intuizione poetica per dare forma a un ambiente sonoro che sfugge a definizioni di genere immediate, imponendosi come un modello di intesa cameristica.

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