Osken_Ante

Un esordio che, già nella scelta del proprio immaginario, manifesta una precisa inclinazione verso l’indagine e lascia intravedere una concezione della musica come materia da interrogare, manipolare e nuovamente ascoltare.

// di Francesco Cataldo Verrina //

La scelta di chiamare «Baratri d’Azzurro e Pozzi di Fuoco» il primo album dei Gat Osken contiene già una precisa dichiarazione d’intenti. L’immagine proviene da «Enfance», una delle prose poetiche delle «Illuminations» di Arthur Rimbaud, dove il poeta sovrappone abissi d’azzurro e pozzi di fuoco, profondità terrestri e visioni cosmiche, materia e allucinazione. Non occorre tuttavia cercare una corrispondenza letterale fra la pagina rimbaudiana e la musica del duo. Più interessante appare la polarità contenuta nell’immagine, quella compresenza di rarefazione e combustione, verticalità e materia, che può fornire una chiave interpretativa per un progetto fondato proprio sulla continua oscillazione fra ambient, post-rock, math-noir, improvvisazione e ricerca d’avanguardia.

Andrea Donvito alla batteria e Costantino Temerario alla chitarra hanno scelto un organico ridotto all’essenziale, affidandogli però un compito tutt’altro che minimale. L’assenza di basso, tastiere o altri strumenti capaci di presidiare stabilmente il campo armonico lascia alla chitarra una funzione molteplice, mentre la batteria non deve limitarsi alla scansione metrica. La relazione fra i due strumenti può così fondarsi sulla distribuzione delle frequenze, sulla durata dei suoni, sulle risonanze, sulle pause e sulla reiterazione di nuclei ritmici o intervallari. Una simile economia favorisce una scrittura nella quale ogni elemento acquista un peso percettivo maggiore e nella quale l’improvvisazione può convivere con procedimenti compositivi accuratamente predisposti. La materia sonora non viene considerata soltanto in funzione della nota o della pulsazione, ma anche per le sue qualità fisiche. La chitarra può perdere la tradizionale funzione accordale per diventare superficie risonante, sorgente di armonici, successione di cellule reiterate o campo sul quale la batteria interviene con un linguaggio altrettanto lontano dalla semplice funzione ritmica. Ne deriva una concezione del duo nella quale il rapporto fra suono determinato e componente rumoristica acquista un valore compositivo.

Il titolo «Green Streams», uscito come singolo, offre un primo indizio sulla particolare sensibilità del progetto. Il titolo stesso allude alla metamorfosi di «Greensleeves», mentre la composizione viene collegata alla celebre interpretazione coltraniana del tema. Una simile derivazione assume interesse perché porta dentro il progetto una melodia appartenente alla memoria musicale occidentale e, insieme, la sottopone a una diversa prospettiva linguistica. La fonte non viene necessariamente esibita nella sua veste originaria, quanto piuttosto utilizzata come materiale suscettibile di deformazione, scomposizione e nuova disposizione. La pratica del duo sembra muoversi proprio in quella zona intermedia nella quale una cellula musicale può conservare la propria identità e, nello stesso tempo, perdere progressivamente il contorno originario. Il procedimento appartiene a una tradizione compositiva assai ampia, dal jazz modale alle esperienze post-minimaliste, fino alle forme più radicali dell’improvvisazione contemporanea. Ripetere una figura non significa infatti replicarla meccanicamente. Cambiandone accento, durata, registro, densità o rapporto con le altre voci, la medesima cellula può produrre una percezione differente del tempo e della forma. Anche gli altri titoli confermano una curiosità che non si accontenta di un’unica matrice culturale. «Milonga Nera» richiama la tradizione rioplatense, «Raga of the Indian Fantails» porta l’attenzione verso l’universo musicale indiano, «À la guerre comme à la guerre» ricorre a una locuzione francese dalla forte impronta teatrale, mentre «Fiore Metallurgico» accosta due immagini appartenenti a domini semantici lontani, la natura organica e la materia industriale. Persino «Terrain vague», oltre a coincidere con il nome dell’etichetta, possiede una valenza evocativa coerente con l’idea di uno spazio non definito, disponibile alla sperimentazione.

Non si tratta, con ogni evidenza, di una semplice raccolta di suggestioni esotiche o letterarie. I titoli sembrano piuttosto indicare una disposizione mentale, una propensione a mettere in relazione materiali differenti senza ricondurli necessariamente a una sintesi rassicurante. La milonga, il raga, la memoria melodica occidentale e l’immaginario industriale appartengono a mondi distinti, ma possono diventare altrettanti stimoli per una ricerca sul ritmo, sulla ripetizione, sulla materia sonora e sulle possibilità della forma. La stessa denominazione Gat Osken allude a un atteggiamento di ricerca. «Gat» rimanda al termine utilizzato nella tradizione improvvisativa di strumenti quali tabla e sitar, mentre «Osken» evoca ciò che rimane fuori scena. Il nome, dunque, sembra suggerire una musica interessata a ciò che normalmente rimane ai margini della percezione immediata, alle componenti laterali del suono e alle possibilità espressive che emergono quando gli strumenti vengono sottratti alle loro funzioni consuete. Da qui deriva anche l’interesse per la dimensione math-noir dichiarata dal duo. L’elemento matematico non va necessariamente inteso come esibizione di complessità ritmica, quanto come attenzione alla cellula, alla ripetizione, alla variazione minima e alla sfasatura degli accenti. Il carattere noir, invece, può trovare una corrispondenza nell’uso di registri scuri, di intervalli meno consonanti, di riverberi e di ambienti sonori nei quali la risoluzione armonica non costituisca sempre l’obiettivo principale. La musica può così conservare una componente melodica riconoscibile pur sottoponendola a una progressiva alterazione percettiva.

«Baratri d’Azzurro e Pozzi di Fuoco» nasce, in definitiva, da una contraddizione fertile. L’azzurro suggerisce distanza, apertura e rarefazione; il fuoco porta con sé calore, combustione e materia. Fra questi estremi la chitarra e la batteria cercano un proprio vocabolario, affidandosi alla reiterazione, alla preparazione strumentale, all’improvvisazione e alla sottrazione. L’album d’esordio dei Gat Osken acquista così il valore di una dichiarazione poetica prima ancora che di una semplice presentazione discografica, perché concentra in un organico esiguo una volontà di ricerca che guarda alla tradizione senza assoggettarsi ad essa e alla sperimentazione senza farne un esercizio autoreferenziale. Rimbaud immaginava abissi d’azzurro e pozzi di fuoco come elementi di una realtà liberata dalle coordinate ordinarie. I Gat Osken raccolgono quell’immagine e la trasferiscono, con strumenti assai più concreti, nel territorio della ricerca sonora. Chitarra e batteria diventano così i due poli di una pagina musicale nella quale la forma può nascere dalla ripetizione di una cellula, dalla sua alterazione, dal contrasto fra frequenze e dalla progressiva ridefinizione del rapporto fra ritmo e silenzio. Un esordio che, già nella scelta del proprio immaginario, manifesta una precisa inclinazione verso l’indagine e lascia intravedere una concezione della musica come materia da interrogare, manipolare e nuovamente ascoltare.

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