{"id":974,"date":"2023-03-23T11:36:09","date_gmt":"2023-03-23T10:36:09","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=974"},"modified":"2023-12-31T23:49:03","modified_gmt":"2023-12-31T22:49:03","slug":"invisibile-di-paolo-dinuzzi-gleam-records-2023","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2023\/03\/23\/invisibile-di-paolo-dinuzzi-gleam-records-2023\/","title":{"rendered":"\u00abINVISIBILE\u00bb DI PAOLO DINUZZI (GLEAM RECORDS, 2023)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong><em>UN CONFRONTO SERRATO CON LA CONTEMPORANEIT\u00c0, SENZA MAI TRALASCIARE LA VERA TRADIZIONE DEL LINGUAGGIO JAZZISTICO<\/em><\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Uno degli errori pi\u00f9 devastanti commessi da una certa discografia italiana consiste nella certezza di poter bypassare la tradizione africano-americana, da quando una serie di infausti profeti dell\u2019olocausto creativo, appartenenti alla stirpe di Cassandra, hanno cominciato a divulgare l\u2019idea di una possibile \u00abvia europea\u00bb di accesso al jazz. Per decenni, tutto ci\u00f2 non ha fatto altro che alimentare una produzione minimalista, squallida e provinciale, fatta di prodotti che si beavano della riscoperta di radici sonore e ritmiche indigene e locali, in grado di surrogare gli assunti basilari della sintassi jazzistica, invertendo il concetto di improvvisazione e basandolo pi\u00f9 su un criterio di diversit\u00e0 e di alterit\u00e0 che non di abilit\u00e0 creativa ed esecutiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Ascoltando le prime note di \u00abInvisibile\u00bb di Paolo Dinuzzi<\/strong>, pubblicato da GleAM Records, ci si accorge immediatamente che alcuni pericoli siano stati fugati. Sarebbe d\u2019uopo domandarsi: un bassista elettrico, che pratichi un certo tipo di sintassi sonora, quali modelli di riferimento potrebbe o doverebbe avere, se non rintracciabili nell\u2019ambito dell fusion-jazz degli anni Settanta? La mente corre a Jaco Pastorius, Marcus Miller, John Patitucci, Miroslav Vitou\u0161 o Stanley Clarke, perfino James Jamerson (nome spesso ignorato da molti bassisti elettrici moderni). Al netto di ogni improbabile accostamento, a mano a mano che ci si addentra nel parenchima sonoro del disco di Dinuzzi, ci si rende conto che il terreno di coltura \u00e8 quello di una fusion moderna narrata con il linguaggio immediato del modern-mainstream. Ma non stiamo cercando la macchinetta etichettatrice per mettere uno bollino e riporre l\u2019album in uno dato scaffale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Se si analizza rapidamente il quadro sintomatico del jazz italiano<\/strong>, ci sia accorge che le profezie germaniche e autonomistiche rispetto al \u00abpopolo del blues\u00bb di creare un simil-jazz europeo ha mandato in corto circuito i neuroni di una fitta schiera di critici e produttori discografici alla ricerca del vello d\u2019oro nelle gelide lande scandinave, in Cornovaglia, nelle terre di Dracula o, nello specifico italiano, andando a frugare nei meandri del patrimonio folklorico, al solo scopo di fregiarsi dell\u2019epiteto di jazz mediterraneo, che spesso fa molto \u00abpizza, spaghetti, tarantella e mandolino\u00bb. Paolo Dinuzzi, al netto delle origini pugliesi, non cerca spunti nella pizzica o, per aver vissuto in Germania, non si lascia condizionare da un wagnerismo elitario e finto-jazz alla ECM. Il fatto di aver avuto frequentazioni cosmopolite ed orientali gli ha consentito di usare con la medesima disinvoltura il sistema tonale e le scale modali facendone un sorta di codice sonoro personale, in grado di conferire alla sue composizioni o esecuzioni un carattere pi\u00f9 libero e giocato per vie laterali. Uscendo dal ristretto municipalismo del jazz italico e di una presunta superiorit\u00e0 melomaniacale, Paolo Dinuzzi (basso elettrico) e soci, Sabino Finon sassofono tenore, Giancarlo Pirro chitarra elettrica e Riccardo Gambatesa batteria, riescono a riportare in auge, con un piglio del tutto personale, talune sonorit\u00e0 che richiamano pi\u00f9 i Weather Report o gli Steps Ahead che non il folklore celtico, il melodramma verdiano, i saltelli nell\u2019aia o violini gitani. Va da s\u00e9 che un bassista elettrico, che scelga come strumento accordale una chitarra elettrica, sta sicuramente guardando e puntando in una determinata direzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abInvisibile\u00bb di Paolo Dinuzzi ha tutti gli attributi ed il perfetto quadro ormonale<\/strong>&nbsp;di un disco jazz contemporaneo, senza lasciare possibili fraintendimenti o letture tra le righe. Il quadro emotivo, certamente ambientale ed esperienziale, che stimola l\u2019autore o l\u2019esecutore \u00e8 cosa ben diversa dalla sintassi usata descrivere quel genere di emozione o per sviluppare quel dato tipo di narrazione. Dinuzzi ha riversato nelle sette composizioni presenti nell\u2019album, tutta farina del suo sacco, le esperienze di una vita vissuta in giro per il mondo, che lo legano a fatti e persone, usando un specifico metro ritmico-melodico-armonico a seconda del clima sonoro che intendeva creare intorno a quel ricordo o quella suggestione. Nell\u2019opener dell\u2019album, rappresentato dal brano eponimo, \u00abInvisibile\u00bb, l\u2019idea del conflitto viene esemplificata da una dissonanza costante che sembra delineare due rette parallele che non si sfiorano mai, a tratti costituite da un fraseggio chitarristico introspettivo che s\u2019interfaccia con un sax quasi sofferente, mentre la retroguardia ritmica, basso e batteria, creano una sorta di impalpabile sospensione e di distacco dal tangibile. L\u2019autore lo descrive cos\u00ec: \u00ab<em>Meno riusciamo ad accettarci, pi\u00f9 si inasprisce il conflitto. Il ritmo \u00e8 sghembo (7\/8), come se mancasse sempre un pezzo, il tema si presenta con due linee che si intersecano e si interscambiano, incontrandosi sempre in dissonanza, quasi a rappresentare questi due aspetti della personalit\u00e0, tra loro in conflitto perenne. Questo brano \u00e8 dedicato alla mia compagna di vita Annamaria<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abTalking With Nina\u00bb \u00e8 implementato su backbeat vagamente funkified&nbsp;<\/strong>immerso in un tema melodico dal flavour latino. A detta di Dinuzzi, l\u2019andamento dinoccolato del brano sarebbe stato ispirato dal battito degli occhi della sua gatta Nina. \u00abSkin\u00bb, nonostante il movimento irregolare ed i cambi di mood, si materializza attraverso una melodia facilmente cantabile ed immediata. Il compositore pugliese ne offre questa spiegazione: \u00ab<em>Molto spesso ho avuto collaborazioni con danzatrici e danzatori. Immaginate i movimenti frenetici, compulsivi, gli improvvisi stop, trattenendo il fiato, per poi ripartire rincorrendo l\u2019 idea di s\u00e9 stessi. La fatica, il ritmo, il sudore, lo scavarsi dentro nel profondo e la pelle che a stento trattiene tutto questo<\/em>\u00bb. \u00abQuattro\u00bb \u00e8 dedicata al sassofonista ucraino Dimitrij Markitantov; introdotto dal basso, il tema sembra incunearsi sul tracciato di un\u2019evidente imprevedibilit\u00e0 esecutiva; in particolare l\u2019ensemble ama guardare verso i quattro punti cardinali della musica con i suoi umori cangianti e meticci, dove la dissonanza diventa una sorta di narrazione multietnica. C\u2019\u00e8 perfino una fuga del chitarrista, invasato da un impeto del tipo&nbsp;<em>rock-hero<\/em>&nbsp;alle prese con un assolo blues-psichedelico alla Jimi Hendrix, sostenuto da una sezione ritmica imponente e da un sax che taglia l\u2019aria come una furia. \u00abQuattro\u00bb \u00e8 brano pi\u00f9 fusion nel senso letterale del termine, dove elementi molteplici confluiscono verso un nucleo centrale; soprattutto \u00e8 il perno che regge l\u2019idea complessiva dell\u2019album e del suo concept sonoro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abSouth\u00bb si basa su una progressione armonica<\/strong>&nbsp;che consente la sax di intessere una melodia crepuscolare e brunita, pur sotto la scansione ritmica di una retroguardia che cammina spedita e non concede aria ferma. Dinuzzi la rappresenta cos\u00ec: \u00ab<em>Avendo vissuto vent\u2019anni in Germania, ho sperimentato sulla mia pelle quella sensazione (la malinconia) che ti porta a rimpiangere romanticamente, un\u2019idea, che poi con la realt\u00e0 ha poco o niente a che fare<\/em>\u00bb. \u00abI\u2019m Back\u00bb si basa sul contrasto creato da una ritmica metronomica su cui danza una melodia festosa, allegra e scanzonata che consente al sax e alla chitarra di attingere a qualche antica suggestione, come chi assapora un qualcosa dopo anni di lontananza. Dice l\u2019autore: \u00ab<em>Ho scritto questo brano nel momento in cui sono tornato in Italia, nella mia citt\u00e0, Barletta. Gi\u00e0 dalle prime note del tema si pu\u00f2 notare una baldanza e un ottimismo ingiustificati, tipici di chi torna al Sud con mille idee da realizzare, per poi scontrarsi con una realt\u00e0 fatta di clientelismo e piccoli feudi. Durante il solo di batteria, si fa strada un loop, che \u00e8 quasi un mantra, una voce fuori campo, che recita pressapoco cos\u00ec: chi te l\u2019ha fatto fare, chi te l\u2019ha fatto fare\u2026)<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abEmergency\u00bb, per la natura dell\u2019argomento cui fa riferimento,<\/strong>&nbsp;si srotola su un mood meditabondo, pieno di dubbiosit\u00e0 e di ipotetiche domande. Conferma Dinuzzi: \u00ab<em>Questo brano \u00e8 dedicato alla memoria di una persona che avrei visto utopicamente come presidente di questo paese: Gino Strada. E\u2019 un brano delicato, come chi si prende cura di qualcuno, per poi chiudersi con un solo di basso in totale solitudine, come soli sono quelli che non rientrano nelle logiche malate di questo mondo<\/em>\u00bb. \u00abInvisibile\u00bb di Paolo Dinuzzi, fuori da ogni metafora, si candida a diventare uno dei pi\u00f9 riusciti album di jazz italiano usciti in questo primo scorcio del 2023, dimostrando che \u00e8 ancora possibile trovare forti suggestioni, stimoli creativi e idee compositive capaci di confrontarsi con la contemporaneit\u00e0, senza per questo dimenticare la vera tradizione del linguaggio jazzistico.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"923\" height=\"730\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Dinuzzi2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-976\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Dinuzzi2.jpg 923w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Dinuzzi2-300x237.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Dinuzzi2-768x607.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 923px) 100vw, 923px\" \/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ UN CONFRONTO SERRATO CON LA CONTEMPORANEIT\u00c0, SENZA MAI TRALASCIARE&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":975,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[9,22,2,3,6],"tags":[],"class_list":["post-974","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-italian-jazz","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Dinuzzi1.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/974","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=974"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/974\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4124,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/974\/revisions\/4124"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/975"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=974"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=974"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=974"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}