{"id":6972,"date":"2024-08-16T18:46:17","date_gmt":"2024-08-16T16:46:17","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=6972"},"modified":"2024-08-16T18:46:37","modified_gmt":"2024-08-16T16:46:37","slug":"oggi-bill-evans-avrebbe-compiuto-95-anni-portrait-in-jazz-1959-riverside","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2024\/08\/16\/oggi-bill-evans-avrebbe-compiuto-95-anni-portrait-in-jazz-1959-riverside\/","title":{"rendered":"Oggi, Bill Evans avrebbe compiuto 95 anni. \u00abPortrait in Jazz\u00bb, 1959 (Riverside)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Musicista di estrazione borghese, sin da piccolo Bill Evans fu avviato allo studio del violino, quindi del flauto, ma presto cap\u00ec di essere tagliato soprattutto per il pianoforte. \u00abPortrait in Jazz\u00bb \u00e8 stato il suo terzo album come leader, dopo \u00abNew Jazz Conceptions\u00bb del 1956 ed \u00abEverybody Digs Bill Evans\u00bb del 1958. \u00abPortrait in Jazz\u00bb fu anche il primo LP di Evans in collaborazione con il bassista Scott LaFaro. Entrambi avevano partecipato all\u2019album \u00abSung Heroes\u00bb di Tony Scott registrato nell\u2019ottobre del 1959, ma suonando su tracce separate. Era stato proprio Tony Scott ad introdurre il pianista nel giro newyorchese, affascinato dal quel particolare tocco strumentale, e dalle sue ariose escursioni armoniche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Proprio in quell\u2019anno Scott LaFaro aveva proposto a Evans <\/strong>di creare un trio stabile con Paul Motian. Il pianista accett\u00f2 subito e di buon grado. In \u00abPortrait in Jazz\u00bb, registrato il 28 dicembre del 1959, l\u2019affiatata interazione con Scott LaFaro risulta mercuriale fin dal primo brano. Soprattutto si avverte subito che la loro empatia \u00e8 fuori dal comune. Il modulo espressivo di Bill, a met\u00e0 tra il cool e il modal jazz, si mostra calmo e rilassante: \u00abWhen I Fall In Love\u00bb \u00e8 un perfetto esempio del suo tocco delicato ed signorile. Il ruolo di LaFaro nell\u2019album appare decisivo, non solo in fase di accompagnamento ma anche di suggerimento ed in qualit\u00e0 di centro propulsore di idee come in \u00abSomeday My Prince Will Come\u00bb. Al contrario dei precedenti album di Evans, non vennero scelte tracce adatte al solo pianoforte, ma il trio lavor\u00f2 in sincrono per tutta la durata del set e ciascuno dei tre attanti ebbe un ruolo decisivo. La collaborazione fra Evans, LaFaro e Motian raggiunse il culmine con le registrazioni del 1961 al Vanguard Village di New York. Il contrabbassista italo-americano sarebbe morto in un incidente d\u2019auto il 6 luglio 1961 all\u2019et\u00e0 di 25 anni. Evans fu cos\u00ec colpito dall\u2019improvvisa morte del bassista che attese a lungo prima di formare un altro trio. Il repertorio di \u00abPortrait in Jazz\u00bb si basa essenzialmente sullo stile molto personale di Evans, l\u2019impeccabile accompagnamento del contrabbasso di Scott LaFaro e la batteria quasi spensierata di Paul Motian. Dolci ballate suonate con tocco aristocratico da Evans, non una prorompente energia tipica di un album bebop. Una \u00abforza tranquilla\u00bb emerge da \u00abAutumn Leaves\u00bb e \u00abWhat Is This Thing Called Love?\u00bb, come un piccolo fuoco che riesce a scaldare, alimentato da un flusso continuo di idee, senza essere mai costretti a sentire due volte la stessa frase o il medesimo giro armonico. Oltre agli evergreen sono presenti due originali, \u00abPeri\u2019s Scope\u00bb, presentato in anteprima e che Evans non registrer\u00e0 mai pi\u00f9 fino al 1967 e \u00abBlue in Green\u00bb composto insieme a Miles Davis. Bill registr\u00f2 per la prima volta quest\u2019ultima traccia nel marzo 1959 con il trombettista in occasione di \u00abKind of Blue\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Alla Riverside erano stati piuttosto fiduciosi su Bill Evans <\/strong>nella convinzione che il pianista fosse un artista non solo preparato, ma che possedesse anche un forte appeal. Molti suoi colleghi condividevano questa opinione e perfino un numero sempre crescente di critici. L\u2019unica dubbio dei maggiorenti dell\u2019etichetta era: quanto tempo avrebbe impiegato il grande pubblico del jazz a percepirne la bravura ed a rispondere al richiamo evansiano, lasciandosi sedurre dalla magia, dell\u2019inventiva profonda, lirica e non comune del giovane pianista. Alla fine del 1959, quando fu registrato \u00abPortrait in Jazz\u00bb, la domanda stava iniziando a ricevere una risposta abbastanza chiara e ogni dubbio cominciava ad essere dissipato. Come indicazione, Evans era stato nominato due volte pianista \u00abNew Star\u00bb nel <em>Critics Poll di Down Beat <\/em>e catapultato oltre un certo numero di \u00abnomi\u00bb gi\u00e0 affermati, salendo dal ventesimo posto del 1958 al sesto nel sondaggio del 1959 effettuato fra i lettori della rivista. Altrettanto impressionante fu il rapido successo del trio nel tour del 1960. Fu come se nell\u2019aria aleggiasse un preciso sentimento: quell\u2019aura quasi mistica che segna l\u2019arrivo di un artista messianico che presto tutti avrebbero apprezzato. Qualora persistessero ancora dubbi sulla sua statura o qualsiasi altro ostacolo alla generale accettazione e al riconoscimento di Evans, questo album forn\u00ec una sorta di bollino di qualit\u00e0, divenendo un viatico per le stelle. Il 1960 fu l\u2019anno di Bill Evans, il quale era sempre stato convinto che per poter \u00abcantare\u00bb, la musica dovesse avere caratteristiche di purezza, coniugando l\u2019espressivit\u00e0 con la bellezza della forma.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Molte prove del crescente interesse nei confronti di Evans<\/strong> vanno ricercate gi\u00e0 nelle positive reazioni al precedente album, pubblicato sempre dalla Riverside: \u00abEverybody Digs Bill Evans\u00bb, pi\u00f9 o meno \u00abTutti apprezzano Bill Evans\u00bb. Guardando indietro, avrebbe potuto essere pretenzioso usare un titolo cos\u00ec stravagante per il disco di un artista allora relativamente sconosciuto. In realt\u00e0, il titolo si basava una valida motivazione; la copertina dell\u2019album presentava una serie di lusinghieri commenti pro-Evans da parte di Miles Davis, Cannonball Adderley, Ahmad Jamal e George Shearing, tanto che il diffidente e schivo Bill, forse un po\u2019 imbarazzato per la spavalderia della casa discografica, aveva commentato: \u00ab<em>Perch\u00e9 non siete andati anche da mia madre a chiedere una sua testimonianza da usare come citazione?<\/em>\u00bb. Alla Riverside c\u2019avevano visto bene: il talento di Evans era riuscito a scongiurare ogni pericolo e non era emersa una sola reazione sfavorevole. Secondo il comune sentire l\u2019affermazione \u00abtutti apprezzano\u00bb non era stata del tutto fuori luogo. Come scrisse in una recensione il Kansas City Star: \u00ab<em>L\u2019affermazione immodesta \u00e8 giustificata\u00bb. Sono molte le affermazioni autorevoli disponibili: \u00abbrillante\u2026uno dei pianisti pi\u00f9 interessanti da molti anni a questa parte\u00bb, scriveva Ralph Gleason; \u00abimportante\u2026 il pi\u00f9 inventivo<\/em>\u00bb le parole di Nat Hentoff. Tutto ci\u00f2 non dovrebbe indurre nessuno a pensare di trovare in questo album un delirio sonoro tale da infiammare le folle. Evans era soprattutto un artista melodico, attento e ricco di sfumature; il suo modo di suonare risultava decisamente calmo e affascinante. Tutte queste doti sono piuttosto evidenti in \u00abPortrait in Jazz\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Come nei precedenti album, Bill fu assai soddisfatto<\/strong> di rielaborare materiale a lui familiare e congeniale al suo progetto. Pur avendo utilizzato una serie di standard, si capisce immediatamente che nulla di pi\u00f9 innovativo avrebbe potuto essere ricavato da brani gi\u00e0 alquanto sfruttati. Il sonoro tocco di piano, le linee melodiche<strong> l<\/strong>unghe ed elastiche, la rara capacit\u00e0 di rendere unica ogni interpretazione e quel modo non comune di suonare forniscono a \u00abCome Rain or Come Shine\u00bb e \u00abWhat Is This Thing Called Love?\u00bb un\u2019inedita e affascinante vitalit\u00e0 e ricchezza. C\u2019\u00e8 anche qualcosa di imprevedibile, come l\u2019interpretazione di un valzer, \u00abSome Day My Prince Will Come\u00bb, tratto da Biancaneve di Disney; nonch\u00e9 esempi di abilit\u00e0 compositiva come il vivace \u00abPeri\u2019s Scope\u00bb e il lunatico \u00abBlue in Green\u00bb, accreditato congiuntamente a Bill e al suo ex-leader, Miles Davis. La sensazione generale \u00e8 di estrema fluidit\u00e0 e di una vasta possibilit\u00e0 cromatica, sia a livello armonico che ritmico. La musica di Evans, pur essendo molto calata nelle strutture jazzistiche, sembra sfuggire al jazz e viaggiare verso un altro livello di espressione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Gli altri membri del trio gli offrono un supporto efficace<\/strong>, affidabile e comprensivo, non sempre limitato all\u2019accompagnamento ritmico convenzionale. Degno di particolare attenzione a questo riguardo \u00e8 \u00abAutumn Leaves\u00bb, in cui Evans e Scott LaFaro, con la complicit\u00e0 di Paul Motian, puntano verso un\u2019innovazione basata su una sorta di interplay costante, dove spesso \u00e8 la retroguardia a suggerire le idee. \u00ab<em>Spero che il trio cresca nella direzione dell\u2019improvvisazione simultanea, piuttosto che\u2026 uno suona, e l\u2019altro che risponde a sua volta in solitudine<\/em>\u00bb. Queste le parole di Evans, \u00ab<em>Se il bassista, ad esempio, sente la voglia di rispondere simultaneamente, perch\u00e9 dovrebbe rimanere sullo sfondo?<\/em>\u00bb. \u00abAutumn Leaves\u00bb \u00e8 una song in Sol minore. Nell\u2019intro, basso e batteria suonano a tempo dimezzato muovendosi omoritmicamente, con il basso che tocca esclusivamente le toniche degli accordi. \u00c8 un suono fatto di timbri e dinamiche, seppur all\u2019interno di improvvisazioni sempre chiaramente idiomatiche. \u00abHo raggiunto il punto\u00bb, diceva Bill, \u00ab<em>in cui di rado ho la percezione dell\u2019effetto fisico di suonare. Penso e basta, e non c\u2019\u00e8 una trasmissione consapevole dalla mente alle dita<\/em>\u00bb. A proposito di Bill Evans, Warren Bernhardt nel 1963 ebbe a dire: \u00ab<em>Tutto ci\u00f2 che suona Bill sembra un distillato di musica. In \u00abHow Deep Is The Ocean\u00bb non esegue mai la melodia originale, tuttavia il risultato \u00e8 una sorta di quintessenza. Su \u00abMy Foolish Heart\u00bb non esegue altro che la melodia, ma \u00e8 pi\u00f9 che sufficiente a farti percepire l\u2019essenza della cosa. Da un punto di vista pianistico, Evans \u00e8 fantastico. Non sembra mai affannarsi nello sviluppare quanto si \u00e8 prefissato, sia dal punto di vista tecnico sia da quello armonico. Quando deve affrontare una scelta nell\u2019improvvisazione, non ha bisogno di chiedersi quale rivolto dell\u2019accordo sia il migliore. Gi\u00e0 lo sa. Un rivolto specifico avr\u00e0 effetti diversi in registri diversi, specialmente in posizione stretta come nel suo caso. In tal modo pu\u00f2 cambiare sempre la fisionomia dell\u2019accordo a seconda del registro, ed \u00e8 perfettamente in grado di applicare all\u2019istante il suo pensiero. \u00c8 come se il collegamento tra il cervello e le dita seguisse una linea diretta<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Bill Evans, nato nel New Jersey nell\u2019agosto del 1929<\/strong>, era un musicista ben istruito (studio privato, Southeastern Louisiana College, Mannes School of Music di New York), la cui variegata esperienza jazzistica comprendeva soprattutto una permanenza nel sestetto di Miles Davis, nel corso del 1958. Il pianista attribuiva a quell\u2019esperienza un elemento determinante che gli aveva fatto accrescere la fiducia in s\u00e9 stesso; un punto che assume un ulteriore significato quando si considera che, tra i vari collaboratori, Bill Evans era il solo che Miles Davis non aveva \u00abinventato\u00bb e modellato a sua immagine e somiglianza. Intensamente autocritico e intransigente Bill lasci\u00f2 trascorrere due anni tra il primo e il secondo disco, perch\u00e9 sosteneva: \u00ab<em>Non avevo niente di particolarmente diverso da dire<\/em>\u00bb. Il successo come leader non tard\u00f2 ad arrivare ed il pianista regal\u00f2 al mondo il piacere di farsi ascoltare a intervalli pi\u00f9 regolari. Scriveva Down Beat: \u00ab<em>\u2026se c\u2019\u00e8 qualche dubbio sul fatto che Evans sia una delle cose pi\u00f9 \u00abfresche\u00bb degli ultimi anni legate al pianoforte jazz, questo album dovrebbe dissipare ogni perplessit\u00e0 in merito. Il trio \u00e8 un\u2019unit\u00e0 strettamente integrata. L\u2019interazione fra i tre uomini, meglio illustrata in \u00abAutumn Leaves\u00bb, \u00e8 una riuscita conversazione a tre<\/em>\u00bb. Nonostante una pressante dipendenza dalle droghe, Evans continu\u00f2 ad elaborare superbe composizioni e ad esibirsi come solista estremamente virtuoso sino alla scomparsa, riformando l\u2019armonia jazz ed influenzando molti giovani pianisti. Il suo fu un personalissimo microcosmo sonoro, esaltato sotto l\u2019aspetto melodico da una bellezza espressiva non comune.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1021\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/billevansc.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-6974\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/billevansc.jpg 1021w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/billevansc-300x300.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/billevansc-150x150.jpg 150w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/billevansc-768x770.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1021px) 100vw, 1021px\" \/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Musicista di estrazione borghese, sin da piccolo Bill Evans&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":6973,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[29,9,26,2,3,6,8],"tags":[],"class_list":["post-6972","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-bebop","category-cultura","category-editoriale","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-storia-del-jazz"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/08\/Bill-Evansx.webp","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6972","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6972"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6972\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6976,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6972\/revisions\/6976"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6973"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6972"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6972"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6972"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}