{"id":6688,"date":"2024-07-15T16:28:51","date_gmt":"2024-07-15T14:28:51","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=6688"},"modified":"2024-07-15T16:29:24","modified_gmt":"2024-07-15T14:29:24","slug":"chi-e-il-chris-potter-che-vedremo-a-umbria-jazz-scopriamolo-attraverso-lultimo-disco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2024\/07\/15\/chi-e-il-chris-potter-che-vedremo-a-umbria-jazz-scopriamolo-attraverso-lultimo-disco\/","title":{"rendered":"Chi \u00e8 il Chris Potter che vedremo a Umbria Jazz. Scopriamolo attraverso l&#8217;ultimo disco"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Qualche decennio addietro Chris Potter veniva descritto come uno dei giovani jazzisti pi\u00f9 talentuosi e promettenti della scena insieme a Brad Mehldau. Mentre Mehldau ha avuto subito la sua \u00abgrande occasione\u00bb, sfruttandola con profitto, Potter \u00e8 rimasto per lungo tempo inchiodato al palo ed il suo cammino verso la notoriet\u00e0 sembrerebbe ancora incompiuto, non essendo mai arrivato al grosso pubblico. Dopo molti anni di apprendistato e di sudditanza<strong>&nbsp;<\/strong>alla corte Marian McPartlands, sopraffina pianista inglese, nonch\u00e9 moglie del trombettista Jimmy McPartlands, Potter riusc\u00ec ad avere il suo spazio come band-leader, pubblicando diversi album, molti dei quali sono rimasti, per\u00f2, a mezz&#8217;aria o passati del tutto inosservati: buone critiche, ma il pubblico non ha mai risposto con numeri importanti. Si ha ancora la sensazione che Chris Potter sia un musicista riservato ad una nicchia di intenditori e di palati sopraffini. Fortunatamente in un&#8217;epoca, di <em>vacatio legis<\/em> e di carenza cronica di talenti, il sassofonista sembrerebbe arrivato ad punto in cui il doppio salto mortale con piroette non sia pi\u00f9 possibile, ma dove  si possa almeno  ottenere la giusta collocazione, per meriti, nell&#8217;ambito del jazz moderno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Il nuovo album di Chris Potter ha prodotto notevole entusiasmo <\/strong>a vari livelli, specie fra gli addetti ai lavori. Basta un fugace ascolto per comprenderne l\u2019importanza di un progetto, covato da tempo, e mai realizzato prima, almeno fin quando la congiuntura astrale non ha determinato l\u2019allineamento di quattro importanti pianeti della costellazione jazz. Fuori di metafora, suddetti fenomeni non si ripetono con frequenza nell\u2019ambito del jazz contemporaneo, dove spesso \u00able stelle stanno a guardare\u00bb in attesa di tempi migliori. Brad Mehldau al pianoforte, John Patitucci al contrabbasso e Brian Blade alla batteria accompagnano Chris Potter, sax tenore, soprano e clarinetto basso, in quella che potremmo definire la rinascita di un artista, amato dai colleghi e dalla critica, ma da molti ignorato e rimasto sempre a mezz\u2019aria, nonostante fosse in possesso di un armamentario espressivo ed esecutivo in grado di porlo sul&nbsp;<em>lineage<\/em>&nbsp;evolutivo dei grandi sassofonisti jazz: da Dexter Gordon a Sonny Rollins, da John Coltrane a Wayne Shorter.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Pubblicato dalla Edition Records, \u00abEagle\u2019s Point\u00bb,&nbsp;<\/strong>basato su una notevole intraprendenza creativa, cadenzale e armonica, contiene otto originali di Potter, in cui il Nostro dimostra ancora una volta di essere un autore raffinato, mai banale ed altamente convincente. Il multistrumentista chicagoano da fondo al proprio arsenale presentandosi sul set armato di sassofoni tenore e soprano e di clarinetto basso<strong>,&nbsp;<\/strong>offrendo cos\u00ec al mondo la visione nitida di un musicista ultracinquantenne alla ricerca del tempo perduto. Un incontro al vertice fra titani che si sviluppa sul filo di uno spirito fortemente collaborativo ed&nbsp;<em>inter pares<\/em>, dove ciascuno degli artisti coinvolti \u00e8 una fortezza con le sue torri svettanti, i suoi trofei, i suoi traguardi, la sua storia, ma dove il singolo genio affluisce al nucleo gravitazionale della medesima idea progettuale evidenziando una sonorit\u00e0 che nasce da una reale coesione di gruppo, superiore a quella che potrebbe essere la somma di singole parti durante un elaborato momentaneo e occasionale. Il salace e scolarizzato pianoforte di Mehldau bilancia con sobriet\u00e0 e finezza, l\u2019irruenza e l\u2019opulenza del sassofono, mentre le spiraliche linee di basso di Patitucci e l\u2019estro ritmico multidirezionale di Blade forniscono una rampa di lancio ideale per il decollo in grande stile Chris Potter. L\u2019excursus sonoro si svolge fra cambi di mood e di modulo passando da una sovraeccedenza energetica giovanilistica ad una pi\u00f9 matura e ponderata introspezione con accenni alla classicit\u00e0, ma soprattutto riverberando elementi dinamici provenienti da varie epoche dello scibile jazzistico. Il quartetto si muove in punta di fioretto con grazia ed eleganza formale, ma non manieristica, mentre le prospettive e le aspettative dei singoli capitani di ventura incrociano la magniloquenza e l\u2019efficacia della forza d\u2019insieme. L\u2019album \u00e8 stato prodotto da Louise, figlia e manager di Dave Holland, in collaborazione con da John Davis, allievo degli Steely Dan, perfetto anfitrione in grado di canalizzare il \u00abformat\u00bb in un flusso agilmente fruibile e di facile presa mediatica. L\u2019ascoltatore si trova comodamente adagiato sul piano inclinato di un concept imperniato su riflessioni ed intuizioni sonore pi\u00f9 mature ed affinate rispetto agli standard odierni, sovente ondivaghi, dispersivi e calati in un caotico magma di ingorghi stilistici. Chiunque si trovi ad impattare con \u00abEagle\u2019s Point\u00bb viene risucchiato all\u2019interno di una cellula creativa ed esecutiva che sposta abilmente l\u2019asse del mainstream fuori dai binari del prevedibile e del deja-vu, senza precipitare, per\u00f2, nello sperimentalismo ostentato e finalizzato alla&nbsp;<em>captatio benevolentiae<\/em>&nbsp;di quella critica intellettualoide ma scarsamente intelligente. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>L\u2019opener, \u00abDream Of Home\u00bb, stabilisce in seduta stante il tono dell\u2019opera<\/strong>, mettendo in bella mostra le carte nautiche del viaggio attraverso ambientazioni sospese, un vivace modulo swing ed un fluido interplay, mentre il robusto ed energivoro tenore di Potter esce subito allo scoperto liberandosi in un movimento curvilineo che ricorda una fuga in crescendo fra gli angiporti di una metropoli, durante un film. L\u2019abbrivio \u00e8 quasi ingannevole, con un\u2019introduzione da sotterfugio perpetrata Mehldau, i cui accordi spingono il sax in una dimensione da film horror-noir che, ben presto, muta in una progressione melodica dettata dalle rapide corse di Potter, mentre il pianista l\u2019accompagna con tocco adamantino, sostenuto dall\u2019affiatato tandem ritmico, Patitucci e Blade, per lungo tempo compagni di merende alla corte di Wayne Shorter, capaci d\u2019intendersi con un battito di ciglia, i quali distillano un groove teso ed ansiogeno. Mehldau fa appello alla sua verve elargendo, senza badare a spese, un agile assolo nell\u2019intermedio che chiude con millimetrica perizia, per poi ritornare agli accordi sospesi che avevano caratterizzato l\u2019apertura del tema. \u00abCloud Message\u00bb esalta ulteriormente la gamma dinamica del quartetto, fra melodie contemplative e ritmi complessi, dove il tenore di Potter sembra assumere audacemente il comando fin dall\u2019inizio, costruendo il suo assolo in modo aggressivo mentre, dalla retroguardia, i compagni lo spintonano in avanti galvanizzandone la propulsione. Dal canto suo, Mehldau s\u2019infila abilmente nel contesto in modo scintillante, con Blade che gli serve \u00abpiatti\u00bb da chef stellato e Patitucci che pizzica il suo mammut a quattro corde con enfasi ritagliandosi uno spazio espositivo. A questo punto, Potter irrompe nuovamente sulla scena, mentre sul finale l\u2019amalgama con i compagni di cordata raggiunge il climax. Alcuni segmenti dell\u2019album sembrano scaturire da un immaginario esotico: Potter brandisce il suo clarinetto basso, con intro a cappella, nella sdrucciolevole \u00abIndigo Ildiko\u00bb, dove Patitucci ottiene il suo primo vero momento di gloria da solista con la complicit\u00e0 di un reattivo Brian Blade. \u00abIndigo Ildiko\u00bb viene incapsulata in un\u2019aura brunita e malinconica dal clarone di Potter che porta ad una virata minimalista, leggermente monkiana, da parte di Mehldau. Per il secondo assolo Potter agguanta nuovamente il tenore ravvivando il costrutto ritmico-armonico con una serie di corse a spirale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>La title-track, incarna l\u2019essenza estetica, formale e sostanziale<\/strong>&nbsp;del disco fondendo groove attenuati ed audaci improvvisazioni sulla scorta di un\u2019esplorazione musicale che diventa un&nbsp;<em>hub<\/em>&nbsp;di collegamento interattivo fra i sodali. \u00abEagle\u2019s Point\u00bb possiede la sagoma di un hard bop diretto, segnato dai colpi insistenti di Blade e dal&nbsp;<em>comping&nbsp;<\/em>costante del pianista. Entrambi innescano una catena a reazione a pi\u00f9 riprese da parte del tenorista, il quale si placa agevolando una levitazione pindarica di Mehldau, che passa le consegne al turbinio del batterista. \u00abAria For Anna\u00bb si sostanzia come una moderata escursione intrisa di sfumature soulful e di cromatismi attenuati, in cui tutti i membri del quartetto contribuiscono all\u2019emanazione di un\u2019aura poetica ed evocativa, mentre Potter, sfoderando il sax soprano, innalza un peana notturno alla bellezza degno dei migliori balladeer, locupletato dall\u2019intrigante gioco contrappuntistico del double bass di Patitucci. Da parte sua, Mehldau impone un\u2019atmosfera policroma, attraverso una dichiarazione d\u2019intenti che tradisce qualche rimembranza evansiana, mentre Blade gode di intermittenti sprazzi di libert\u00e0. Nella magnetica \u00abOther Plans\u00bb, Mehldau raggiunge un elevato gradiente di rapsodicit\u00e0, quasi commovente, erigendo una serie di scale ascendenti prima che Potter entri in scena mescolando ancora una volta il lirismo ai suoi veloci e vaporosi cluster. A questo punto il sassofonista alterna emotivi e vibranti cambi di passo, fino a planare su una morbida dichiarazione finale. Patitucci \u00e8 di nuovo primo attore a cominciare dall\u2019intro di \u00abMalaga Moon\u00bb, in cui, all\u2019interno di un humus \u00abtanghero\u00bb, egli impianta e mescola tecniche ad arco e pizzicato, le quali creano un\u2019atmosfera sofferente, alleggerita dai mutevoli accordi di Mehldau e da un assolo fibrillante e intricato di Blade. Alla sua maniera, Potter entra in picchiata secernendo una serie di appassionate asserzioni che portano il plot narrativo fuori dalle secche di uno sterile e pericoloso gioco di alternanze virtuosistiche. In chiusura, un tocco esotico con \u00abHorizon Dance\u00bb, energia allo stato dell\u2019arte, con un Potter in modalit\u00e0&nbsp;<em>free-blowing,<\/em>&nbsp;corazzato ed atletico, ancora una volta sospinto da un groove cinetico ed espansivo che consente a ciascuno dei sodali di esprimersi senza freni inibitori. Unica nota dolente, a mio avviso, la copertina dell\u2019album, poco originale: pensate che ci sono molti soggetti simili perfino nell\u2019ambito della disco-funk e della fusion anni Settanta, ma l\u2019involucro non toglie nulla alla sostanza del disco.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Chris Potter aveva incrociato per la prima volta<\/strong>&nbsp;i membri della sezione ritmica di questo album negli anni Novanta, subito dopo essersi trasferito a New York in et\u00e0 post-adolescenziale. Mehldau \u00e8 apparso nell\u2019album del sassofonista, \u00abMoving In\u00bb, registrato a New York e pubblicato della Concord del 1996. In relazione a Mehldau e Blade, anch\u2019essi compagni di avventure negli anni \u201990, \u00e8 necessario riascoltare il classico \u00abMoodSwing\u00bb (1994), in cui entrambi erano al soldo di Joshua Redman e Christian McBride. Dal canto loro, John Patitucci e Brian Blade hanno suonato a lungo insieme nell\u2019organico di Shorter. Oggi, ognuno di loro \u00e8 un leader affermato o prossimo allo status di \u00abgran cavaliere\u00bb del jazz. Talvolta certe&nbsp;<em>reunion<\/em>&nbsp;tardive possono, per\u00f2, sortire effetti indesiderati a causa delle marcate personalit\u00e0 dei singoli. Invece in \u00abEagle\u2019s Point\u00bb Potter \u00e8 fluido come sempre, Mehldau si fonde con il leader senza sforzo divenendo all\u2019uopo l\u2019alter ego, Patitucci risulta piuttosto adattivo mostrando un\u2019intesa non comune ed aprendo una corsia preferenziale con il sassofonista, mentre Blade fornisce millimetricamente il suo affidabile e malleabile supporto percussivo. Pare che i quattro si siano incontrati in uno studio newyorkese alla fine del 2022 per concretizzare il progetto di Potter, ma che la Edition Records abbia aspettato fino alla primavera del 2024 prima di pubblicare la sessione in oggetto, intanto per non ostacolare i progetti gi\u00e0 in cantiere dei singoli e poi per dar loro il tempo di costituirsi come una band in pianta stabile che, durante la prossima estate, toccher\u00e0 molti eventi jazzistici internazionali. Un piccola curiosit\u00e0: rispetto al quartetto che ha realizzato l&#8217;album \u00abEagle\u2019s Point\u00bb, sullo stage dell&#8217;Arena Santa Giuliana di Perugia ci sar\u00e0 una variante, anche se i due nomi agli sprovveduti potrebbero sembrare simili. Brian Blade alla batteria sar\u00e0 rimpiazzato da Johnathan Blake, che non \u00e8 necessariamente una <em>deminutio capitis.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/PotterBand.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-6690\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/PotterBand.jpg 1024w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/PotterBand-300x169.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/PotterBand-768x432.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Mehldau, Potter, Patitucci, Blade<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Qualche decennio addietro Chris Potter veniva descritto come uno&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":6689,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[29,4,9,5,2,3,6,1],"tags":[],"class_list":["post-6688","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-bebop","category-concerti","category-cultura","category-eventi","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-spettacoli"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/07\/chris-potter.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6688","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6688"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6688\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6692,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6688\/revisions\/6692"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6689"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6688"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6688"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6688"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}