{"id":6350,"date":"2024-06-29T01:28:39","date_gmt":"2024-06-28T23:28:39","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=6350"},"modified":"2024-06-29T01:49:10","modified_gmt":"2024-06-28T23:49:10","slug":"inside-del-venanzio-venditti-quintet-quando-il-jazz-ritrova-la-via-di-casa-alfa-music-2024","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2024\/06\/29\/inside-del-venanzio-venditti-quintet-quando-il-jazz-ritrova-la-via-di-casa-alfa-music-2024\/","title":{"rendered":"\u00abInside\u00bb del Venanzio Venditti Quintet, quando il jazz ritrova la via di casa (Alfa Music, 2024)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>&#8230;pur non essendo un disco votato all&#8217;antropofagia culturale e deviante del jazz contemporaneo, riesce ad attualizzare il passato rinnovando il passaporto al tipico linguaggio dei \u00abmaestri\u00bb, viaggiando nel tempo e nello spazio senza difficolt\u00e0 alcuna, ma soprattutto senza fare compromessi, dover pagare dazi o affrontare barriere doganali<\/strong><\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Non appena partono le prime note di \u00abInside\u00bb, nuovo album di Venanzio Venditti, edito da Alfa Music, si ha come l&#8217;idea che il jazz italiano abbia ritrovato la via di casa. Non \u00e8 una <em>boutade<\/em> o una forzatura sostenere che il critico musicale, sovente, si trovi stordito e spaesato all&#8217;interno di una \u00abschizzofonia\u00bb sonora fatta di situazioni centrifughe, dilatorie ed aberranti, talvolta completamente avulse dall&#8217;idioma jazzistico: nello specifico, passo in rassegna almeno un migliaio di produzioni discografiche all&#8217;anno. L&#8217;impatto con il CD del sassofonista abruzzese mi concilia immediatamente con Euterpe, che non un discografico ma, nella mitologia greca, impersona la musa ispiratrice dei cantori e dei musici, nonch\u00e9 la protettrice degli strumenti a fiato: per volere degli Dei e degli uomini, il sassofono di Venanzio Venditti, capitano di lungo corso con un curriculum multistrato, di storie ne ha sciorinate&#8230; e quante ne scioriner\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Nelle liner notes il sassofonista si premura immediatamente di precisare:<\/strong> \u00ab<em>Come se fosse la prefazione di un libro, altrettanto dovrei poter dire per questo nuovo Album, ma non so davvero come iniziare e con esattezza cosa dire, e forse non lo sapr\u00f2 mai<\/em>\u00bb. La risposta pu\u00f2 essere rinvenuta nella tipologia di scelta interpretativa e compositiva operata da Venditti e compagni, in quel loro essere consapevoli di sfidare le forze del tempo, di attingere dal passato e di trovare una piena assonanza con il presente: \u00ab<em>Le idee che motivano e spingono, al fine di realizzare progetti di questo genere, sono diverse, ma innanzitutto \u00e8 il sentirsi fuori luogo, ed \u00e8 meraviglioso (\u2026<\/em>) <em>\u00e8 meraviglioso sentirsi fuori luogo all&#8217;interno di una societ\u00e0 che spesso \u00e8 distratta e confusa, dove sovente la mediocrit\u00e0 \u00e8 padrona<\/em>\u00bb. Di certo, ogni dubbio viene dissipato dall&#8217;<em>opener<\/em> di Cedar Walton, \u00abOjos de Rojo\u00bb, dove tutto sembra essere giustapposto ed allineato per fissare le regole d&#8217;ingaggio di un progetto che lambisce il nucleo gravitazionale della tradizione dei giganti del passato, senza mai sprofondarci o restarci impantanato, poich\u00e9  \u00abOjo de Rojo\u00bb, pur rispettando il dettato costituzionale dell&#8217;hard bop, viene rigenerato e riportato in superficie con un&#8217;aura di contemporaneit\u00e0 vivida e palpabile. Perch\u00e9 come sostiene lo stesso Venanzio: \u00ab<em>L&#8217;idea trainante rimane sempre la stessa e legata indissolubilmente all&#8217;affetto e alla grande ammirazione dei musicisti del passato, per la loro umanit\u00e0, le loro accattivanti prospettive e per i loro superbi modelli stilistici\u00bb. <\/em>Ammirazione che, per\u00f2, non viene tradotta sistematicamente in ricalco o manierismo imitativo, ma sfruttata come incentivo all&#8217;evoluzione dinamica dell&#8217;ispirazione, tanto che al terzo step arrivano i componimenti originali ed il gioco di squadra cambia obiettivo, pur senza mutare metrica e metodologia espressiva. Il passaggio \u00e8 indolore ed avviene subito dopo lo sfogo tributaristico di \u00abA Night In Tunisia\u00bb di Gillespie &#8211; ben ricontestualizzata a sua immagine e somiglianza &#8211; in cui il sassofonista sembra dire: \u00ab<em>Non potr\u00e0 mai esistere nell&#8217;arte una vera e consapevole \u00abmodernit\u00e0\u00bb senza la conoscenza della tradizione<\/em>\u00bb. A questo punto emerge tutta la tempra compositiva ed espressiva dei cinque sodali: oltre a Venanzio Venditti al sax tenore, Francesco Lento tromba, Roberto Tarenzi piano, Francesco Puglisi contrabbasso e Marco Valeri batteria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Un sorta di <\/strong><em><strong>fil rouge<\/strong><\/em><strong> sembra legare idealmente il passato ed il presente<\/strong>, tra cool, bop e post-bop trasformando tale legame di sangue nel pi\u00f9 adattivo e moderno jazz mainstream, facilmente metabolizzabile ed a presa rapida. Perfino la nona traccia \u00abSeven Steps To Heaven\u00bb, uno arcinoto standard di Miles Davis, riceve un accurato trattamento di bellezza ed un nuovo anelito di giovent\u00f9, poich\u00e9 rispetto all&#8217;illustre precedente sono mutate le terapie d&#8217;urto e l&#8217;interattivit\u00e0 tra gli strumentisti che, in tale circostanza, risultano meno stazionarie, intercambiabili e non sempre centrate sulla figura del band-leder. Le ponderate parole di Venditti, fungono solo da <em>disclaimer:<\/em> \u00ab<em>In questo Album si racchiude e spero si percepisca quella meravigliosa e ostinata idea, con tre composizioni classiche del jazz e con altre composizioni originali, ma intimamente caratterizzate da tali modelli stilistici<\/em>\u00bb. Giunti cos\u00ec al capitolo tre del racconto, \u00abRisonanza (MRI Magnetic Resonance Imaging)\u00bb con i suoi quasi otto minuti di esplorazione sonora diventa un collettore e uno stacco al contempo, ma non un distacco, mentre Venditti rispolvera tutta la sua arte di perfetto <em>balladeer<\/em> richiamando al proscenio celebri figure del passato quali paradigmi ispirativi, ma soprattutto condividendo una lezione di stile, dalle <em>nuances<\/em> vagamente cool, con la tromba di Francesco Lento. \u00abBardo Thodol\u00bb \u00e8 un perfetto esempio di hard bop post-moderno, in cui il line-up opera in maniera sinergica, consentendo ai fiati di prima linee fughe improvvisative calibrate, mentre l&#8217;arcuato zampillare del pianoforte funge da collante e da rampa di lancio per il sax e la tromba. \u00abChick\u00bb, presumibilmente Corea, \u00e8 un veloce post-bop declinato fra linee fluenti e progressive, dove la trama tematica sembra dipanarsi all&#8217;infinito. \u00abThe Last Coffee\u00bb, presente in una variazione sul tema anche come bonus-track, ha le sembianze di un hard bop dalla melodia immediatamente spendibile ed avvolta una fine confezione di latin-tinge. \u00abBurn\u00bb \u00e8 un bop facilmente infiammabile, caratterizzato da rapidi cambi di tempo e di mood, quasi sezionato in pi\u00f9 parti, in cui il pianoforte fa da intercalare ai due fiati, sostenuto dalla forza dirompente della retroguardia ritmica, con Puglisi e Valeri sempre allo stato di veglia, i quali innescano le veloci divagazioni, quasi a schema libero, di Venditti e Lento, a cui nell&#8217;atto conclusivo si accoda anche il pianoforte di Terenzi. \u00abSomething Else&#8230;\u00bb fa leva sulle medesime corde creative ed espressive, a met\u00e0 strada fra Gillespie e Parker. A conti fatti, \u00abInside\u00bb del Venanzio Venditti Quintet, pur non essendo un disco votato antropofagia culturale e deviante del jazz contemporaneo, riesce ad attualizzare il passato rinnovando il passaporto al tipico linguaggio dei \u00abmaestri\u00bb, viaggiando nel tempo e nello spazio senza difficolt\u00e0 alcuna, ma soprattutto senza fare compromessi, dover pagare dazi o affrontare barriere doganali.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"916\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venditti2-1024x916.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-6352\"\/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8230;pur non essendo un disco votato all&#8217;antropofagia culturale e deviante del jazz contemporaneo, riesce ad&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":6351,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[9,26,22,2,3,6,28],"tags":[],"class_list":["post-6350","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-editoriale","category-italian-jazz","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-swing"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venanzio-e1719617108332.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6350","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6350"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6350\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6357,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6350\/revisions\/6357"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6351"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6350"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6350"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6350"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}