{"id":53,"date":"2024-07-28T11:47:21","date_gmt":"2024-07-28T09:47:21","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=53"},"modified":"2024-07-28T21:26:06","modified_gmt":"2024-07-28T19:26:06","slug":"albert-ayler-in-greenwich-village-linizio-della-fine-di-un-enigma-sonoro-mai-del-tutto-risolto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2024\/07\/28\/albert-ayler-in-greenwich-village-linizio-della-fine-di-un-enigma-sonoro-mai-del-tutto-risolto\/","title":{"rendered":"\u00abAlbert Ayler In Greenwich Village\u00bb, l\u2019inizio della fine di un enigma sonoro, mai del tutto risolto"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>\u00abNon sentirete mai questa musica in un ascensore o in una sala d\u2019attesa per la semplice ragione che indurrebbe gli uomini d\u2019affari a strapparsi la cravatta, a piangere come bambini, a inginocchiarsi ed a pregare confessando i loro innumerevoli peccati di mediocrit\u00e0 e codardia\u00bb.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Si dice che Albert Ayler suonasse come un bambino felice. In verit\u00e0 l\u2019aggettivo infantile viene spesso associato alla sua musica, al quel dissonante frastuono, espressivamente grezzo e rudimentale, da cui emergono allegre marcette militaresche e reminiscenze di fanfare circensi, che attirano l\u2019ascoltatore in una spirale vischiosa da cui difficilmente riesce a liberarsi. Questo \u00e8 il free jazz, o sedicente tale, potrebbe dire qualcuno. Albert Ayler era semplicemente un misto di passione, grinta e creativit\u00e0 strampalata, poco ossequiosa delle regole del sistema accordale euro-dotto, portatore sano di un eterno conflitto tra sistema armonico e sviluppo melodico. Una tecnica rudimentale, a met\u00e0 strada fra un Coltrane su di giri ed un Sonny Rollins senza freni inibitori. Di certo Ayler non ebbe mai la tecnica dei suoi illustri colleghi, ma riusc\u00ec a ritagliarsi un posto nella storia, nonostante l\u2019atto conclusivo della sua breve vita fin\u00ec per essere avvolto in un alone di mistero: il sassofonista di Cleveland scomparve senza lasciare traccia il 5 novembre 1970, per essere rinvenuto cadavere nell\u2019East River di New York una ventina di giorni dopo, esattamente il 25 novembre: aveva 34 anni. La causa del decesso venne imputata ad un presunto suicidio, ma non fu mai del tutto chiarita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Si parl\u00f2 di depressione e di desiderio da parte del sassofonista di farla finita.<\/strong>&nbsp;Si racconta che fosse molto preoccupato per il fortissimo esaurimento nervoso del fratello Donald, trombettista e suo braccio destro, ma soprattutto per la mancanza di un vero riscontro commerciale da parte dei suoi dischi, tanto che, gia dal 1967, anch\u2019egli cominci\u00f2 a manifestare qualche segno di squilibrio. In una lettera a The Cricket, rivista musicale di Newark nel New Jersey, pubblicata da Amiri Baraka e Larry Neal, Ayler raccont\u00f2 di avere visto \u00ab<em>la spada di Ges\u00f9 e dischi volanti multicolori e di avere udito l\u2019Arcangelo Gabriele<\/em>\u00bb. La gavetta era stata lunga, l\u2019ascesa difficile ed il suo periodo di massima espressione creativa concentrato in pochissimi dischi di culto e di interesse storico. Solo quattro anni di intensa attivit\u00e0: gi\u00e0 con \u00abThe Last Album\u00bb del 1969, l\u2019ultimo per la Impulse! Records, la sua carriera era giunta ad un vicolo cieco, cosi come i suoi primi lavori, sette per la precisione, pubblicati prima di \u00abSpiritual Unity\u00bb, avevano fatto emergere poco e niente del personaggio che gli annali del jazz moderno raccontano, tenendolo troppo a lungo nell\u2019ombra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>In effetti dopo la pubblicazione di \u00abSpiritual Unity\u00bb<\/strong>, oggi si direbbe un album seminale, registrato con mezzi quasi di fortuna, in tanti si avvidero della presenza di questo fenomeno di non facile catalogazione, il quale cavalcava le istanze dell\u2019ornettismo nel segno dello spiritualismo coltraniano, ribaltandone taluni assunti basilari ed esacerbandone i moduli espressivi: i suoi assoli erano violenti, urticanti, spinosi ed incontrollabili, ma diluiti a tratti da melodie orecchiabili e fanciullesche, tanto che Ayler apparve con un genio incontrollabile, un bambino che si divertiva a smontare il giocattolo del formalismo jazz per poi ricostruirlo in maniera sconclusionata ed attrattiva al contempo, un talento fuori dal comune, idiomaticamente libero da ogni vincolo rispetto a qualunque normativa ritmico-armonica vigente in quegli anni. Per molti ascoltare Ayler era come assistere ad una rivelazione dell\u2019Antico Testamento. Di lui si disse che \u00ab<em>suonava con l\u2019ebbrezza ispirata e la furia santificata di un uomo che non solo era stato in cima alla montagna sacra ed aveva visto la Terra Promessa, ma che c\u2019avesse gi\u00e0 messo un piede<\/em>\u00bb. Metafore belle ed ardite: certe forme di free jazz inducevano i seguaci dei vari sacerdoti (come Ayler) del volo libero a delle autentiche trance ultraterrene. A volte bastava un po\u2019 di fumo in pi\u00f9 e qualche allucinogeno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Di Coltrane si potrebbe pensare, usando un gioco di parole<\/strong>, che non suonasse tanto la musica quanto \u00absuonasse attraverso di essa\u00bb. Trane veniva totalmente risucchiato da un gorgo fatto di note a spirale che s\u2019involvano in altezza, alle quali egli si abbandonava per raggiungere un eremo spirituale o un punto pi\u00f9 elevato che lo legasse alla trascendenza. Una sensazione similare \u00e8 percepibile perfino nel modo di suonare di Eric Dolphy che, pur essendo a volte pi\u00f9 tecnico, sembrava essere costantemente in esplorazione, alla ricerca di quel luogo incontaminato dell\u2019anima dove immergersi in un una lavacro purificatore. Pharoah Sanders rivela la stessa lotta tra il bene ed il male, forze contrastanti che lo spingevano verso le proprie radici africani, mentre demoni irrequieti lo proiettavano in universo parallelo di divinit\u00e0 pagane, ma nell\u2019esecuzione di Albert Ayler si trova l\u2019apoteosi di questo approccio, tanto che il brodo primordiale da cui emergeva il suo squinternato costrutto melodico diventava per il sassofonista dell\u2019Ohio una catarsi rigenerante. Nel periodo 1967-69 Albert Ayler registr\u00f2 una serie di album per la Impulse! che, partendo da un livello elevato di invenzione e di esecuzione, decaddero gradualmente verso un modulo logoro e ripetitivo. \u00abAyler Ayler In Greenwich Village\u00bb fu il primo della serie, ma anche il pi\u00f9 riuscito. L\u2019album contiene quattro lunghe esecuzioni registrate l\u20198 dicembre del 1966 al Village Vanguard ed \u00e8 frutto di due differenti set caratterizzati da un forte contrasto tra le semplici melodie infantili e gli intensi assoli dei vari protagonisti: nel primo set il sassofonista \u00e8 supportato dal violoncellista Joel Friedman, da Alan Silva e Bill Folwell ai bassi e dal batterista Beaver Harris, mentre nel un secondo si avvale del sostegno del fratello Donald alla tromba, del violinista Michel Sampson, Bill Folwell e Henry Grimes ai bassi e Beaver Harris alla batteria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Rispetto al celebrato \u00abSpiritual Unity\u00bb, l\u2019ascoltatore esperto<\/strong>, affinato e con capacit\u00e0 di discernimento si trova di fronte ad un Ayler completamente diverso: persino la sua tecnica, che era forma e sostanza di quell\u2019album, qui diventa un elemento di contorno. La sua visione, o per meglio dire visionariet\u00e0, diviene pi\u00f9 ampia, pi\u00f9 calda, meno astratta, pi\u00f9 varia, organica e pi\u00f9 direttamente connessa all\u2019emotiva; le esplorazioni sono affidate meno al sassofono di Ayler e pi\u00f9 spesso all\u2019intero line-up. Secondo i canoni del free jazz dilagante in quei giorni si pu\u00f2 affermare senza tema di smentita che \u00abAyler Ayler In Greenwich Village\u00bb, come album, sia meno radicale, poco esplorativo, pi\u00f9 collegiale e decisamente pi\u00f9 spirituale. Va segnalata subito una rara uscita al contralto di Ayler nell\u2019emotiva \u00abFor John Coltrane\u00bb e nella pi\u00f9 virulenta \u00abChange Has Come\u00bb, che presidiano l\u2019intera facciata A dell\u2019album. \u00abFor John Coltrane\u00bb apre il set con una soffocante astrazione di tonalit\u00e0 da parte degli archi e degli ottoni. La mossa vincente da parte della Impulse! fu quella di far circondare l\u2019eccentrico Ayler da un gruppo di strumenti a corda, i quali fluttuarono nell\u2019etere come fantasmi. Ne scatur\u00ec un tipo di concept free diverso dal solito: esoterico, pi\u00f9 lento, sbandato, dissolvente, fissato su un unico tema e complesso nella sua espressione emotiva. In \u00abChange Has Come\u00bb l\u2019astrazione rimane, ma il campo espressivo si allarga attraverso un linguaggio pi\u00f9 profondo, pi\u00f9 denso, pi\u00f9 urgente, dove un fenomenale assolo di Ayler inizia a decostruire un tema primitivo e apocalittico con una marcia imperniata su tema distorto che ne diventa la forza rivelatrice. La B-Side si apre con \u00abTruth Is Marching In\u00bb, quasi una parodia cacofonica delle marching band che lancia un vortice belante dal sapore gospel su uno sfondo di frasi melodiche di tre e quattro note le quali vengono ripetute ostinatamente alla maniera di una giostra che gira senza sosta, prima di sfondare gli argini e lasciarsi andare per quasi tredici minuti. L\u2019arrivo della pi\u00f9 lenta e contemplativa \u00abOur Prayer\u00bb, avvolge il costrutto sonoro quasi in una nube di incoscienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Un fervente sostenitore di Ayler ha scritto:<\/strong>&nbsp;\u00ab<em>Non sentirete mai questa musica in un ascensore o in una sala d\u2019attesa per la semplice ragione che indurrebbe gli uomini d\u2019affari a strapparsi la cravatta, a piangere come bambini, a inginocchiarsi ed a pregare confessando i loro innumerevoli peccati di mediocrit\u00e0 e codardia<\/em>\u00bb. Nel complesso i concerti del Village rivelano l\u2019Ayler pi\u00f9 maturo, la cui musica incarnava audaci contraddizioni, un universo utopico e parallelo fascinosamente distorto, frantumato nel caos e punteggiato da assoli selvaggi. Ci sono le melodie dolci, infantili e cantilenanti in contrasto con le urla violente dell\u2019emozione, in lotta con le grida di giubilo del gospel e dell\u2019R&amp;B che si muovono l\u2019uno nell\u2019altro. In fondo, Ayler ricorda vagamente l\u2019action painting astratto di Jackson Pollock o le fotografie frammentate e caotiche, ma idiosincratiche e abilmente composte, di Lee Friedlander degli anni Sessanta e, pur non avendo mai prodotto dischi che abbiano modificato le sorti del jazz moderno, soprattutto per diffusione quantitativa, il sassofonista di Cleveland in un breve lasso di tempo riusc\u00ec a santificare un suo modulo espressivo legato al free-jazz, assolutamente inconfondibile e considerato da studiosi ed appassionati uno dei pilastri del genere.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"936\" height=\"562\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Ayler_Albert.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-55\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Ayler_Albert.jpg 936w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Ayler_Albert-300x180.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Ayler_Albert-768x461.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 936px) 100vw, 936px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Albert Ayler<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abNon sentirete mai questa musica in un ascensore o in una sala d\u2019attesa per la&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":54,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,9,2,3,6,8],"tags":[],"class_list":["post-53","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-cultura","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-storia-del-jazz"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Denon_Ayler_Village.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/53","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=53"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/53\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6891,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/53\/revisions\/6891"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/54"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=53"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=53"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=53"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}