{"id":5212,"date":"2024-04-01T20:57:16","date_gmt":"2024-04-01T18:57:16","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=5212"},"modified":"2024-04-01T22:18:53","modified_gmt":"2024-04-01T20:18:53","slug":"ristampato-in-vinile-dionysius-del-batterista-dannie-richmond-in-quintetto-un-perfetto-esempio-di-scuola-mingusiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2024\/04\/01\/ristampato-in-vinile-dionysius-del-batterista-dannie-richmond-in-quintetto-un-perfetto-esempio-di-scuola-mingusiana\/","title":{"rendered":"Ristampato in vinile \u00abDionysius\u00bb del batterista Dannie Richmond in quintetto, un perfetto esempio di scuola mingusiana (Red Records, 2024)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Dannie Richmond \u00e8 stato un ingranaggio fondamentale nelle dinamiche mingusiane, ma non solo come sideman di lusso e \u00abuomo di spogliatoio\u00bb. Il batterista newyorkese fu per il burbero Mingus un amico sincero e fidato, colui che lo seguiva anche nelle scorribande private e che ne stemperava gli eccessi caratteriali e gastronomici, sovente con ironia, ne attutiva l&#8217;irascibilit\u00e0 facendo da cuscinetto tra il contrabbassista e gli altri componenti della band quando gli animi si surriscaldavano. Con un passato da sassofonista ed una militanza negli ambienti R&amp;B, Richmond aveva un modo tutto suo di suonare la batteria, che andava oltre le dinamiche del jazz. Tutto ci\u00f2 aveva sedotto Mingus, non tanto perch\u00e9 il fido Dannie fosse in possesso di una tecnica impeccabile ma per via della sua innata capacit\u00e0 adattiva: bastava uno sguardo, un cenno e i due si capivano al volo, mentre il tempo ed il groove mutavano repentinamente. Dannie pi\u00f9 che un sostegno ritmico, diventava un perfetto mediatore in grado di trascinare il line-up verso un&#8217;unit\u00e0 compatta, raffreddando i bollori delle primedonne con il suo modo di suonare fermo ed ostinato. Richmond, insieme a Dolphy, \u00e8 stato il miglior alleato del genio di Nogales, con il vantaggio di essergli rimasto al fianco dall&#8217;inizio alla fine. Il suo sodalizio con Charles Mingus dur\u00f2 oltre vent&#8217;anni. Nessuno meglio di lui aveva appreso e metabolizzato la lezione del maestro, tanto che alla morte del contrabbassista, il Nostro era convinto, che sarebbe stato lui il designato successore dell&#8217;amico \u00abCharlie\u00bb. In effetti, Mingus non amava essere chiamato cos\u00ec, lo consentiva solo a lui e pochi altri. Le cose non andarono purtroppo, come raccontato su indicazione degli uffici stampa, quando fu allestita la prima Mingus Dinasty (band), nome mutuato dall&#8217;omonimo album del 1959. Dannie Richmond lasci\u00f2 subito l&#8217;organico, gestito quasi dittatorialmente dalla seconda moglie del contrabbassista, Sue Ungaro, donna ambiziosa ed accentratrice che, per una sorta di gelosia inconscia, tendeva a limitare le ambizioni del batterista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Al netto delle delle note ufficiali, i fatti andarono molto diversamente<\/strong>. Un mese dopo la morte di Charles Mingus, Dannie Richmond, si rec\u00f2 a chiedere a Max Gordon del Village Vanguard se poteva organizzare qualche serata con la vecchia band rimasta senza capo e senza lavoro. <em>\u00abCredo che, adesso che Charlie se n&#8217;\u00e8 andato, il leader sono io\u00bb, <\/em>disse Dannie a Gordon<em>. \u00abGli ultimi tempi avevo parlato a Charlie dicendogli che mi frullava in mente di venire, un giorno o l&#8217;altro, da te in cerca di lavoro. <\/em>Qualche tempo prima<em>, \u00abLa musica la conosci\u00bb, <\/em>gli aveva detto Mingus<em>. \u00abL&#8217;hai suonata con me per vent&#8217;anni. E so che i nostri hanno bisogno di lavorare\u00bb. <\/em>In quel periodo il contrabbassista abitava al quarantatreesimo piano di un grattacielo della Decima Avenue; l&#8217;infermiera che l&#8217;accudiva gli aveva acceso un sigaro, cos\u00ec dopo aver tirato qualche boccata, il contrabbassista aveva espresso parere favorevole<em>: \u00abSe c&#8217;\u00e8 qualcuno che possa suonare la mia musica, Dannie, quello sei tu\u00bb. <\/em>Il batterista era rimasto entusiasta dell&#8217;assenso del vecchio capo malato, proponendogli di mettere al basso Eddie Gomez e di chiamare l&#8217;ensemble Dannie Richmond con il Charlie Mingus Jazz Workshop Quintet. <em>\u00abPer me \u00e8 Ok\u00bb,<\/em> gli aveva ribadito Mingus, per il quale poteva andar bene, in fondo lasciava la sua eredit\u00e0 musicale a Dannie Richmond, da sempre, il pi\u00f9 affezionato dei suoi collaboratori, ma per Gordon, che per il suo locale era portato a valutare sempre i costi ed i benefici, le cose stavano diversamente. I due erano seduti alla scrivania, nel retro del Vanguard, quando Richmond cerc\u00f2 di andare al sodo e definire l&#8217;ingaggio: <em>\u00abSenza Charlie sul palco, chi vuoi che venga a sentirvi?\u00bb, <\/em>aveva sogghignato il gestore del locale.<em> \u00abMolti, vedrai\u00bb, <\/em>aveva assicur\u00f2 Dannie<em>. \u00abLa musica sar\u00e0 la stessa di prima. Gli strumentisti saranno gli stessi che lavoravano con Charlie. Con Eddie Gomez al basso, la musica sar\u00e0 di prim&#8217;ordine.\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>In quell&#8217;occasione Gordon si premur\u00f2 di sottolineare che Richmond<\/strong> non era Mingus e che la gente non andava al Village soltanto per sentirne la musica, ma anche per vederlo in azione. In genere, stavano l\u00ec seduti in attesa che gli venisse uno dei suoi accessi di furore, quando fermava la band di botto, nel bel mezzo di un pezzo, per mettersi a inveire contro i membri del gruppo perch\u00e9 aveva sentito qualcosa che non gli andava a genio. Il pubblico restava affascinato. Max Gordon, titubante all&#8217;inizio, aveva deciso, per\u00f2, di concedere un&#8217;opportunit\u00e0 al vecchio amico Dannie, uomo di fiducia di Mingus, batterista di pregio, persona garbata e, certamente, non insistente o arrogante. Le cose, presto, si complicarono. Un paio di settimane dopo, il telefono di Gordon squill\u00f2. All&#8217;altro capo del filo, una voce di donna si present\u00f2 come la segretaria della signora Mingus: <em>\u00abHo sentito che lei ha in mente di scritturare Dannie Richmond per il Vanguard utilizzando il nome di Mingus, se lo far\u00e0, la signora Mingus si aspetta che il venticinque per cento del compenso che lei dar\u00e0 a Richmond sia tenuto da parte e messo a sua disposizione, se non vuole che chieda l&#8217;annullamento del contratto. Ha capito? Diversamente, la signora Mingus si rivolger\u00e0 ad un avvocato\u00bb. <\/em>Appresa la notizia, Richmond rimase perplesso dicendo: \u00ab<em>\u00c8 tipico di Sue! Non sapevo che Charlie l&#8217;avesse sposata<\/em>\u00bb. Dannie aveva appena esordito al Village Vanguard il 6 febbraio del 1979, quando Sue comunic\u00f2 che non avrebbe tollerato di essere lasciata fuori, poich\u00e9 la legge era dalla sua parte; soprattutto, facendo sapere che anche lei era in procinto di mettere insieme alcuni membri del workshop mingusiano, tanto che presto avrebbe costituito una nuova formazione chiamata Mingus Dynasty Band, magari con Richmond alla batteria, ma tenendo per s\u00e9 la direzione dell&#8217;organico. Le due parti giunsero ad un accordo ma i dissapori iniziarono quasi subito, soprattutto a Dannie non andava bene proprio quel 25% che lei pretendeva di diritto, soprattutto non tollerava di essere comandato da una donna che non conosceva una riga del repertorio di Mingus.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Chiusa la parentesi con la Mingus Dynasty, Richmond prosegu\u00ec per la sua strada<\/strong>, scrivendo alcune delle pagine pi\u00f9 belle della storia del jazz post-mingusiano, di cui \u00abDionysius\u00bb, recentemente ristampato dalla nuova Red Records di Marco Pennisi, insieme a \u00abOde To Mingus\u00bb del 1979, resta uno dei momenti pi\u00f9 alti della sua discografia. Siamo nel maggio del 1983, ed approfittando di un passaggio in Italia del Dannie Richmond Quintet, Alberto Alberti e Sergio Veschi proposero al batterista ed al suo line-up di registrare per la loro etichetta. I musicisti si ritrovarono allo studio Cavalieri Bari, dando vita ad una sessione memorabile. Ricky Ford sassofono tenore, Jack Walrath tromba, Bob Neloms pianoforte e Cameron Brown basso sotto l&#8217;egida di Dannie Richmond alla batteria, pur non utilizzando il repertorio del contrabbassista tout-court, riuscirono a farne rivivere lo stesso mood e la medesima magnificenza orchestrale. \u00abDionysius\u00bb, titolo emblematico riferito al dio greco Dioniso, chiamato Bacco dai Romani, legato alla linfa vitale che scorre nelle piante, ma identificato soprattutto come dio dell&#8217;estasi, del vino, dell&#8217;ebbrezza e della liberazione dei sensi, divinit\u00e0 rappresentativa dell&#8217;essenza creativa nel suo perenne e selvaggio fluire, nonch\u00e9 spirito divino di una realt\u00e0 smisurata. Somaticamente ibrido e dalla multiforme natura maschile e femminile, animalesca e divina, tragica e comica, Dioniso incarna, nel suo delirio mistico, la scintilla primordiale e istintuale presente in ogni essere vivente. Una descrizione mitico-epica che corrisponde quasi alla lettera all&#8217;essenza del jazz di scuola mingusiana, di cui il disco in oggetto diventa la perfetta epitome. Gi\u00e0 dalle prime note dell&#8217;opener, s&#8217;intuisce che il quintetto non avrebbe lasciato aria ferma. \u00abFlyng Colors\u00bb, a firma Ricky Ford, mette in evidenza un fertilizzato humus mingusiano con i fiati all&#8217;unisono che entrano ed escono, per poi dipanarsi singolarmente in brevi fughe improvvisative, sostenuti da un possente groove che non fa prigionieri, tra cambi di tempo e passaggi di consegne che si dilatano in una sonorit\u00e0 da big band. La seconda traccia, nonch\u00e9 title-track, \u00abDionysius\u00bb, scritta dallo stesso Richmond secondo gli insegnamenti del mentore, mostra subito un afflato melodico pi\u00f9 diretto e coinvolgente, ma le regole d&#8217;ingaggio non mutano: i fiati giocano a tutto campo, si stuzzicano, si scontrano frontalmente e lateralmente, talvolta con uno schema abrasivo e <em>free form<\/em>, senza perdere mai, per\u00f2, le coordinate del tracciato accordale o le linee guida dettate dalla retroguardia ritmica, che richiama presto l&#8217;esuberante prima linea agli intendimenti melodici iniziali, con una girandola di cambi di passo impressionante.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>La prima facciata dell&#8217;album si chiude con \u00abHi Jinks\u00bb,<\/strong> firmata dal trombettista Jack Walrath, che irrompe subito con una fanfara infuocata a strappi quasi funkified, mentre Richmond usura oltremodo il kit percussivo: Il tutto si sviluppa sulla scorta di un inarrestabile <em>overclocking<\/em> attenuato per qualche secondo dall&#8217;effluvio pianistico di Bob Neloms, mentre i due ottoni suonano come se non ci fosse pi\u00f9 un domani. La B-Side si pregia di due classici del repertorio di Mingus. Il primo \u00e8 \u00abThree Or Four Shades Of Blues\u00bb, contenuto nell&#8217;omonimo album del 1977, composizione basata su tutte le modularit\u00e0 mingusiane, fitta di improvvisi avvallamenti e risalite veloci, arditi interscambi e complesse soluzioni ritmico-armoniche, ben metabolizzate dall&#8217;organico guidato da Richmond. Infine \u00abPeggy&#8217;s Blue Skylight\u00bb, da \u00abMingus Oh Yeah\u00bb, una struttura proteiforme dal complesso sistema orchestrale che si muove agilmente fra swing, reminiscenze bandistiche e tentazioni latine. Richmond e soci insanguano entrambe le composizioni del contrabbassista di Nogales di inediti spunti e di nuova linfa vitale. Ancora onore e gloria alla Red Records per aver riportato in auge un piccolo gioiello di jazz. Sono passati poco pi\u00f9 di quarant&#8217;anni, ma \u00abDionysius\u00bb del Dannie Richmond Quintet ci ricorda che ci fu un tempo in cui si poteva usare la parola jazz senza doverla giustificare o camuffare attraverso sofismi e artifici linguistici o concettuali di varia natura. Benvenuti al banchetto degli Dei dell&#8217;Olimpo!<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/DANNIE_RICHMOND1-1024x1024.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-5213\"\/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Dannie Richmond \u00e8 stato un ingranaggio fondamentale nelle dinamiche&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":5214,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,9,26,2,3,6,23,28],"tags":[],"class_list":["post-5212","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-cultura","category-editoriale","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-ristampa-vinile","category-swing"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Denon_Richmond-e1711997622348.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5212","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5212"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5212\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5225,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5212\/revisions\/5225"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/5214"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5212"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=5212"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=5212"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}