{"id":4834,"date":"2024-03-02T18:17:31","date_gmt":"2024-03-02T17:17:31","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=4834"},"modified":"2024-03-03T12:21:56","modified_gmt":"2024-03-03T11:21:56","slug":"gato-an-evolving-idea-di-germano-zenga-sulle-tracce-del-pampero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2024\/03\/02\/gato-an-evolving-idea-di-germano-zenga-sulle-tracce-del-pampero\/","title":{"rendered":"\u00abGato! An Evolving Idea\u00bb di Germano Zenga, sulle tracce del Pampero"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Zenga sonda e bonifica il terreno seguendo un differente indicatore di marcia; evita cos\u00ec di dare adito a sterili confronti sparigliando le carte del suo paradigma ispirativo e ricomponendole secondo un visuale pi\u00f9 adattiva ad un concetto di jazz contemporaneo.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Ci siamo sempre chiesti se Gato Barbieri sia stato un apolide, musicalmente parlando, o un cosmopolita. Di certo, la sua fama planetaria ne fa una delle figure pi\u00f9 apprezzate nell&#8217;ambito della cosiddetta \u00abmusica di confine\u00bb del &#8216;900, una sorta di world-music ante-litteram e non semplicemente nell&#8217;universo jazzistico. Fino a un preciso momento, l&#8217;estro musicale di Gato Barbieri, sassofonista dai notevoli talenti, era sempre stato lontano dal mondo del jazz tout-court. Determinante e fatale fu l&#8217;incontro romano con Don Cherry, il quale lo instrad\u00f2 alle regole d&#8217;ingaggio di una jazz polimorfico e di rottura, quella nuova \u00abforma del jazz in divenire\u00bb di matrice Ornettiana, ma che da Coleman attingeva solo i primi rudimenti. Analizzando la discografia di Gato ci rende conto che, in verit\u00e0, egli non abbia mai suonato jazz, secondo le regole d&#8217;ingaggio tradizionali. Lo sa bene chi conosce la sua opera meritoria per antonomasia, ossia la quadrilogia dedicata all&#8217;America Latina.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>In \u00abGato! An Evolving Idea\u00bb di Germano Zenga<\/strong> emerge tutta la consapevolezza di aver bussato alla porta di un personaggio non facilmente circoscrivibile, ma soprattutto non rivisitabile o ricalcabile in maniera pedissequa.Gato Barbieri \u00e8 stata una figura anomala, una sorta di outsider accettato dal Ghota afro-americano e divenuto, pur nella sua diversit\u00e0, cittadino onorario del jazz di stampo nordamericano. Non a caso Germano Zenga tenta una reinvenzione e una dilatazione dello scibile sonoro del sassofonista argentino, innestando all&#8217;interno del progetto nuove composizioni, farina del suo sacco, che si adattano perfettamente allo spirito creativo del tributato. La forza di Germano Zenga consiste nell&#8217;aver compreso la doppia dinamica presente nell&#8217;esperienza del Gato Barbieri negli anni &#8217;60 e &#8217;70, il quale, da Don Cherry, aveva appreso il metodo per incorporare elementi musicali di varia provenienza nelle tematiche free jazz. Nel frattempo, l&#8217;argentino era diventato uno specialista nelle improvvisazioni a volo libero, tipiche dell&#8217;ultimo Coltrane e dei sui discepoli come Pharoah Sanders. Suonando nella Liberation Music Orchestra di Charlie Haden, egli aveva capito come l&#8217;estetica del free-jazz potesse essere sfruttata anche per la configurazione di una sorta di musica terzomondista, che portasse un chiaro messaggio politico antagonista. Spiega Germano Zenga: \u00ab<em>La figura di Gato Barbieri mi ha inseguito per decenni nel mio percorso di formazione. Gato \u00e8 uno dei rari artisti che ha attraversato la musica trasversalmente ed \u00e8 per questo che non \u00e8 mai stato considerato dai puristi un sassofonista jazz. Nonostante ci\u00f2, quello che mi ha catturato di lui \u00e8 sempre stato il grande senso lirico e il suo suono riconoscibile. Cos\u00ec, dopo anni trascorsi a studiare i pi\u00f9 grandi jazzisti di ogni epoca, ho pensato di approfondire anche il suo mondo, scoprendo di lui, ad esempio, molti punti in comune con John Coltrane, tra cui la spiritualit\u00e0 e la concezione di musica nello spazio. Questo progetto non \u00e8 un classico tributo, quanto piuttosto lo sviluppo dell\u2019idea musicale che Gato Barbieri ci ha lasciato in eredit\u00e0<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Tutto ci\u00f2 per dire che, avvicinarsi a Gato Barbieri<\/strong>, senza averne preso le misure, sarebbe stato come andare a dormire nei pressi di una polveriera con un fuoco acceso: un minimo di distrazione sarebbe bastato a far saltare tutto in aria. Zenga, con molta abilita e mestiere, si guarda bene, innanzitutto, dal calibrare il proprio sassofono sulle timbriche dell&#8217;argentino e di riproporre un surrogato di quel suono scorticato, graffiante sofferente ed asimmetrico; per contro, il sassofonista milanese agisce secondo una sua personale <em>forma mentis,<\/em> sia pure nel rispetto di quel modulo espressivo e del primigenio concepimento. Ne sono una dimostrazione lampante l&#8217;iniziale \u00abMerceditas\u00bb, contenuta nell&#8217;album \u00abBolivia\u00bb di Barbieri del 1973, ammorbidita nei contrafforti e \u00abAntonio das Mortes\u00bb componimento prelevato dall\u2019album pi\u00f9 \u00abamericano\u00bb del sassofonista argentino, \u00abThe Third World\u00bb. Germano sonda e bonifica il terreno seguendo un differente indicatore di marcia; evita cos\u00ec di dare adito a sterili confronti sparigliando le carte del suo paradigma ispirativo e ricomponendole secondo un visuale pi\u00f9 adattiva ad un concetto di jazz contemporaneo. Una conferma giunge da \u00abHamba Khale\u00bb del 1977, associato ad un progetto che Gato sviluppo insieme a Dollar Brand. Soprattutto il costrutto sonoro di Barbieri viene bonificato e liberato da quell&#8217;aura ieratica d&#8217;impegno politico. Perfino la scelta e la combinazione dei brani, tra cover e inediti, contribuisce a fluidificare tale meccanismo. Zenga, al sax tenore, \u00e8 supportato da ottimi musicisti Luca Gusella al vibrafono, Danilo Gallo al contrabbasso, Ferdinando Fara\u00f2 alla batteria e alle percussioni, non ultima la partecipazione in veste di special guest di Enrico Rava. Gli arrangiamenti a maglie larghe rispettano il senso armonico e melodico delle composizioni originali che vengono per\u00f2 rielaborate dalle peculiarit\u00e0 strumentali del quartetto in azione. Il costrutto del sassofonista argentino diventa un mero punto di partenza da cui muoversi in pi\u00f9 direzioni, in maniera libera e poco vincolata. Ad esempio, la celeberrima \u00abLost Tango\u00bb, a firma Zenga-Fara\u00f2, per quanto ispirato al celebre ultimo tango parigino, brilla di luce propria, intarsiato dal delicato soffio di Rava e dal cadenzato vibrafono di Gusella, mentre Zenga coglie l&#8217;occasione per involarsi in una dimensione decisamente free-form. \u00abSombra de Gato\u00bb, scritta da Zenga, \u00e8 un ponte tra il mood del suo ispiratore ed un tentativo di cristallizzarne lo stile in un eterno presente, grazie al perfetto sincronismo strumentale e al sostegno poliritmico di Fara\u00f2, il quale fa s\u00ec che il convoglio non deragli uscendo fuori tema. Brani come \u00abEl gato\u00bb e \u00abEl Pampero\u00bb, ai quali s&#8217;interpone una suadente ballata scritta da Zenga, \u00abMimi&#8217;s Dream\u00bb, vengono depurati della tipica riottosit\u00e0 del sassofonista argentino e collocati in dimensione pi\u00f9 fruibile e attuale. \u00abTupac Amaru\u00bb conserva in parte lo spirito dell&#8217;originale, imperniato su un roccioso impianto ritmico-armonico, ma viene diluito progressivamente in liquido di contrasto di differente sostanza strumentale. \u00abLa Musica No Se Puede Explicar \u00ab \u00e8 una breve digressione scandita dal vibrafono e dallo speech di Ferdinando Fara\u00f2. Nel complesso, \u00abGato! An Evolving Idea\u00bb di Germano Zenga travalica l&#8217;operazione di puro devozionismo tributaristico, dimostrando comunque la validit\u00e0 del musicista argentino, quale unicum nella storia del jazz moderno.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"915\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/gato-quartet.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-4836\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/gato-quartet.webp 1024w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/gato-quartet-300x268.webp 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/gato-quartet-768x686.webp 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Germano Zenga Quartet<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Zenga sonda e bonifica il terreno seguendo un differente indicatore di marcia; evita cos\u00ec di&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":4835,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[9,26,22,2,3,6,13],"tags":[],"class_list":["post-4834","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-editoriale","category-italian-jazz","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-world-music"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/Zenga_Gato-cover-e1709399762359.webp","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4834","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=4834"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4834\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4844,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4834\/revisions\/4844"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/4835"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=4834"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=4834"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=4834"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}