{"id":303,"date":"2023-05-18T16:16:02","date_gmt":"2023-05-18T14:16:02","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=303"},"modified":"2023-05-18T16:22:31","modified_gmt":"2023-05-18T14:22:31","slug":"doussoun-gouni-di-roberto-ottaviano-tra-africa-europa-e-america-le-tante-genialita-di-un-artista-proteiforme","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2023\/05\/18\/doussoun-gouni-di-roberto-ottaviano-tra-africa-europa-e-america-le-tante-genialita-di-un-artista-proteiforme\/","title":{"rendered":"\u00abDOUSSOUN\u2019 GOUNI\u00bb DI ROBERTO OTTAVIANO, TRA AFRICA, EUROPA E AMERICA, LE TANTE GENIALIT\u00c0 DI UN ARTISTA PROTEIFORME"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Volendo usare un&#8217;espressione omerica, Roberto Ottaviano \u00e8 un \u00abuomo di multiforme ingegno\u00bb, una sorta di (artisticamente) irrequieto ed insaziabile Ulisse, sempre proteso verso nuovi territori e linguaggi sonori da esplorare. Non a caso Roberto, nel 2022, \u00e8 stato eletto da una giuria Top Jazz quale musicista dell&#8217;anno con la seguente motivazione: \u00ab<em>Con grande tenacia e lungimiranza prosegue nella sua fervida attivit\u00e0 di ricerca<\/em>\u00bb. Da lungo tempo il musicista-docente barese \u00e8 uno dei protagonisti assoluti della scena contemporanea italiana ed europea, propugnando una personalissima visione del jazz e della musica quale terreno di libert\u00e0, di impegno e sperimentazione senza confini. Scorrendo la discografia di Ottaviano si apprende che il sassofonista \u00e8 dotato di un eclettismo e di un nomadismo esplorativo e compositivo senza eguali, ma soprattutto di una forma mentis ad ampio spettro che ha progressivamente intercettato ed incorporato innumerevoli moduli espressivi, grazie anche alle collaborazioni e agli scambi osmotici con numerosi jazzisti di fama mondiale. Ci sono artisti che nella lunga storia della musica improvvisata, difficilmente hanno fatto un disco che sia la copia speculare del precedente, e costoro sono tutti nel Pantheon del jazz. Senza tentare una beatificazione in vita: Roberto Ottaviano appartiene a questa categoria di musicisti alimentati da una dinamo creativa che si autorigenera spingendolo sempre altrove per mezzo di un costante mutatis mutandis.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>L&#8217;album \u00abDoussoun\u2019 Gouni\u00bb del 2021 si traduce nello stretto legame con l&#8217;Africa<\/strong> che la ricerca sonora di Roberto Ottaviano ha da tempo stabilito ed esperito, spesso sotto forme ritmiche, cromatiche, armoniche e narrative differenti. \u00ab<em>Il Dousson\u2019gouni<\/em> \u2013 spiega il sassofonista \u2013 <em>\u00e8 lo strumento africano dei cantastorie, i Gri\u00f2ts, che custodiscono e trasmettono antiche storie. L\u2019ispirazione deriva dal mondo dei fumetti del disegnatore Jacopo Starace. Le otto \u00abcanzoni non cantate\u00bb, parlano di amore, vulnerabilit\u00e0, incertezza, solitudine, filtrate da un lieve distacco. Otto brani che, pur rimandando ad ispirazioni popolari in una sorta di folk immaginario sospeso tra tradizione e sperimentazione, trovano una difficile collocazione di genere in quanto non legate a un tempo, a una moda. Gli equilibri compositivi tendono a volte verso il blues, ma rappresentano una miscela irresistibile tra l\u2019intelligenza e l\u2019anima dei quattro musicisti coinvolti<\/em>\u00bb. Aggiungo che l&#8217;africanismo di Roberto Ottaviano non \u00e8 di tipo idiomatico, accademico o manieristico, quindi scontato, ma come ogni sua produzione, subisce il filtro di una conoscenza e di una cultura legata anche alla visione che tutti i jazzisti di rilievo hanno avuto della Grande Madre Africa. Nel parenchima sonoro di \u00abDoussoun\u2019 Gouni\u00bb, corroborato attraverso sei composizioni originali, ci sono tracce di un Mediterraneo intriso di suoni e culture che guarda ad Oriente, fino a giungere in un fumosa Grande Mela contaminata delle musiche del Sud del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Nell&#8217;album c&#8217;\u00e8 quasi la speranza e la voglia di riscatto del genere umano<\/strong> o come dice lo stesso Ottaviano \u00ab<em>\u00e8 metafora e spirito propiziatorio della convivenza e del passaggio di testimone tra vecchie e nuove generazioni<\/em>\u00bb. Il musicista barese diventa, metaforicamente complice il percussionista Cesare Pastanella, il \u00absaggio della trib\u00f9\u00bb, il cerimoniere che racconta le sue parabole in musica \u00absenza parole\u00bb, accompagnato da un collettivo di ottimo livello, in cui compaiono anche dei suoi giovani ex-studenti: Giuseppe Todisco (tromba e flicorno) Francesco Schepisi (tastiere), Gianluca Aceto (basso elettrico), Dario Riccardo (batteria). Chi ama il jazz, anche nell&#8217;accezione pi\u00f9 larga del termine, quando si affaccia all&#8217;Africa subisce una sorta di fascinazione, che si traduce in un&#8217;immersione ancestrale in un bagno mistico, dove le poliritmie e i tempi multipli nella loro pi\u00f9 naturale essenza tornano a incarnare quello spirito di \u00abmusica totale\u00bb che spesso sembra smarrito o occultato dal fragore della civilt\u00e0 Nord-Occidentale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>\u00c8 piuttosto interessante il ghiribizzo letterario che Ottaviano si concede <\/strong>nella titolazione delle varie composizioni, che diventano i capitoli di una novella che musicalmente non \u00e8 proprio fedele a certi linguaggi primitivi del \u00abtriangolo nero\u00bb, ma si sostanzia attraverso un costrutto fusion-jazz a larghe maglie, il quale ne incorpora gli umori e talune modalit\u00e0 ritmiche. L&#8217;opener \u00abWadud\u00bb, ricrea l&#8217;atmosfera di una danza propiziatoria inizialmente lenta e progressiva, che cambia di umore e di latitudine man mano che emerge. Gli strumenti a fiato si liberano verso latitudini molteplici, specie quando entrano in ballo le ance del capo clan, il quale viaggia con disinvoltura verso i quattro punti cardinali della musica. \u00abJoy\u00bb ha una struttura afro-fusion bene evidenziata che riporta alla mente le atmosfere di \u00abBlack Market\u00bb dei Weather Report, con il basso elettrico che diventa dominante insieme alle percussioni, mentre Ottaviano versa qualche tributo nelle casse di Wayne Shorter con tanto di ritenuta d&#8217;acconto. \u00abOde\u00bb \u00e8 una ballata soulful, piuttosto descrittiva e dai contrafforti documentaristici. Si ha l&#8217;impressione di sorvolare le sconfinate terre africane, mentre gli strumenti a fiato diventano l&#8217;io-narrante come una voce fuoricampo. \u00abWights Waits For Wheights\u00bb, uno dei dee brani non originali contenuti nel album, appartiene a Steve Coleman e si sostanzia come un incisivo afro-funk, caratterizzato da un riff ostinato che diviene propedeutico a una danza iniziatica. \u00abRiver Of Our Ancestors\u00bb \u00e8 un \u00abcanto\u00bb ricco di pathos, dove il lirismo strumentale risulta rappresentativo di un sentimento che alimenta paure e conflitti: il sax di Ottaviano descrive alla perfezione il lento fluire dell&#8217;esistenza umana. \u00abBebey\u00bb, dedicata ad un vero Griots, Francis Bebey, sostiene l&#8217;idea di un&#8217;Africa traslata in un contesto metropolitano, alimentato da atmosfere funkified alla Curtis Mayfield, da angiporti newyorkesi e da telefilm modello Blaxploitation. \u00abBlack Train\u00bb ha i tratti somatici del tipico modello di fusion-jazz sostenibile divisa tra Africa Europa ed America con l&#8217;aggiunta di un tema melodico vagamente arabescato. In conclusione, \u00ab I Got Rock\u00bb di Massimo Urbani, che riproposta con impianto free form procede per vie oblique ed accidentate, mutando nell&#8217;epitome di un&#8217;Africa tormentata e lacerata dalle guerre intestine e sfruttata dal colonialismo finanziario. \u00abDoussoun\u2019 Gouni\u00bb, come tutte le opere di Ottaviano, pi\u00f9 che una genesi ed uno sviluppo del jazz e dei linguaggi affini, diventa una palingenesi, un completo rinnovamento ed ampliamento del modulo espressivo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>In un&#8217;intervista per Doppio Jazz Magazine, Guido Michelone<\/strong> ha chiesto a Roberto una definizione della sua musica: \u00ab<em>Forse non esiste operazione pi\u00f9 rischiosa e critica che \u00abdefinire\u00bb qualcosa. Gi\u00e0 faccio fatica a definire ci\u00f2 che fanno gli altri. Ma poi, ha un senso ? Guarda ci\u00f2 che \u00e8 avvenuto pi\u00f9 di recente con la questione BAM. Molti afroamericani hanno alzato una barricata su definizioni consolidate attribuendole ad un mercato controllato e manipolato dai bianchi, e del resto anche Ellington e pure Coltrane guardavano al termine Jazz con un certo sospetto. Non so, forse era giustificato creare delle distinzioni fino agli anni \u201950, ma poi il Jazz \u00e8 andato in pezzi e l\u2019evoluzione del linguaggio, pur nella convivenza con un regolare flusso mainstream, ha cominciato a polverizzarsi in una miriade di diverse entit\u00e0. Ancora per questioni di comodo per esempio si \u00e8 ficcato tutto ci\u00f2 che si faceva difficolt\u00e0 a catalogare, sotto l\u2019etichetta \u00abFree\u00bb. Ma poi, cosa c\u2019entra Ornette con Ayler, o Cecil Taylor con Trane ? Se parliamo di Bop, allora stilemi, stilisti, umori, strutture, riferimenti tecnico espressivi convergono, ma quando abbiamo cominciato a parlare di Fusion ? \u00c8 possibile associare la scrittura dei Weather Report a quella dei Return To Forever ? Io la sento come una semplificazione se non come una forzatura, per non parlare del panorama contemporaneo in cui tutto \u00e8 Jazz e niente \u00e8 Jazz. Steve Coleman e Samara Joy, il trio Tapestry di Lovano e Jakob Collier\u2026Non so, davvero \u00e8 un esercizio cui volentieri faccio a meno<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1000\" height=\"563\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Roberto-Ottaviano-con-il-progetto-Doussoun-Gouni.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-306\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Roberto-Ottaviano-con-il-progetto-Doussoun-Gouni.jpg 1000w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Roberto-Ottaviano-con-il-progetto-Doussoun-Gouni-300x169.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Roberto-Ottaviano-con-il-progetto-Doussoun-Gouni-768x432.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em><strong>Roberto Ottaviano con il progetto Doussoun&#8217; Gouni<\/strong><\/em><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Volendo usare un&#8217;espressione omerica, Roberto Ottaviano \u00e8 un \u00abuomo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":304,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[9,22,2,3,6],"tags":[],"class_list":["post-303","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-italian-jazz","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Ottaviano_Cover-e1684418310313.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/303","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=303"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/303\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":310,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/303\/revisions\/310"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/304"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=303"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=303"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=303"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}