{"id":2964,"date":"2023-10-03T23:17:00","date_gmt":"2023-10-03T21:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=2964"},"modified":"2024-07-10T23:26:37","modified_gmt":"2024-07-10T21:26:37","slug":"lee-morgan-con-search-for-the-new-land-del-1966-oltre-le-convenzioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2023\/10\/03\/lee-morgan-con-search-for-the-new-land-del-1966-oltre-le-convenzioni\/","title":{"rendered":"Lee Morgan con \u00abSearch For The New Land\u00bb del 1966, oltre le convenzioni"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Nella prima met\u00e0 degli anni &#8217;60, il desiderio d&#8217;innovazione in casa Blue Note divenne non tanto un grido di battaglia troppo conclamato o strombazzato, ma una vera e propria esigenza dello spirito. L&#8217;idea di innovazione \u00e8 una manifestazione basata sempre su polarit\u00e0 contrastanti e che si completano a vicenda. In altri termini, le idee lungimiranti e all&#8217;avanguardia possono essere apprezzate solo se paragonate a quelle tradizionali. L&#8217;idea di innovazione rende \u00abSearch For The New Land\u00bb ancora pi\u00f9 interessante, poich\u00e9 in contrasto con un capolavoro commerciale come \u00abThe Sidewinder\u00bb, che costituisce l&#8217;emblema dell&#8217;hard bop in tutto il suo splendore, ma sigillato in un involucro sonoro pi\u00f9 conservativo. Per esempio, una qualsivoglia forma di espressione artistica tesa all&#8217;innovazione non potrebbe essere apprezzata e compresa pienamente senza un termine di paragone o un punto di riferimento, quale una cornice storico-ambientale preesistente o uno stile precedentemente praticato dall&#8217;autore o dai suoi simili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Ad un certo punto il free jazz sfond\u00f2 il muro delle convenzioni<\/strong>, ma gi\u00e0 dalla met\u00e0 degli anni &#8217;50 in poi si poteva intuire un desiderio di liberazione leggendo i titoli di alcune composizioni. In precedenza, i musicisti jazz al massimo dedicavano un pezzo ad una donna o ad un collega scomparso, progressivamente cominciarono ad intitolarli alle nuove nazioni africane indipendenti, per decretare i loro sentimenti afro-centrici, oppure a localit\u00e0 dell&#8217;Estremo Oriente, al fine di sottolineare un crescente interesse per certe filosofie, le problematiche politico-religiose medio-orientali ed i sistemi ritmici latino-americani. \u00abSearch For The New Land\u00bb potrebbe essere letto come l&#8217;inno generico ad una terra ideale; un titolo che, in maniera implicita, si lega ai concetti del movimento di liberazione gi\u00e0 presenti in \u00abIndia\u00bb e \u00abAfrica\u00bb di John Coltrane, mentre la struttura ritmico-armonica aperta tenta di svecchiare il vernacolo jazzistico in maniera radicale come \u00abAscension\u00bb di Coltrane o \u00abFree Jazz\u00bb di Ornette Coleman, pur usando concetti e lemmi sonori differenti. Diceva Sun Ra: \u00ab<em>Ci sono altri mondi (di cui non vi hanno mai parlato)<\/em>\u00bb. A parte il riferimento del Santone ad altre galassie, il jazz di quegli anni tentava di scoprire soprattutto altri universi sonori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00c8 difficile immaginare un sestetto pi\u00f9 coeso<\/strong> ed adatto per il costrutto sonoro di \u00abSearch For The New Land\u00bb: Lee Morgan tromba, Wayne Shorter sax, Grant Green chitarra, Herbie Hancock piano, Reggie Workman basso e Billy Higgins batteria, i quali misero in scena una delle performance pi\u00f9 riuscite della loro carriera. L&#8217;album evidenzia, in primis, un&#8217;impeccabile sincronizzazione come ensemble, attraverso la caparbia esplorazione di concetti armonici e ritmici senza soluzione di continuit\u00e0 e l&#8217;invenzione di frasi melodiche che si riversano come oro colato nei solchi, in ogni momento e in tutte le tracce. \u00abSearch For The New Land\u00bb fu tenuto in naftalina per due anni. La Blue Note era in cerca d&#8217;altro per assecondare i distributori ed i negozi di dischi che chiedevano il <em>follow-up <\/em>di \u00abThe Sidewinder\u00bb, tentando di reiterare la formula hard bop a presa rapida di Morgan, dando cos\u00ec la precedenza alla pubblicazione di altri due album: \u00abThe Rumproller\u00bb e \u00abCornbread\u00bb, i quali non sortirono comunque l&#8217;effetto sperato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>La title-track, nonch\u00e9 brano di apertura, \u00e8 un&#8217;odissea di quindici minuti<\/strong> che viaggia sulla sospensione e imprevedibilit\u00e0, ma sorretta da un sostanzioso e stabile costrutto armonico, risucchiando continuamente l&#8217;ascoltatore in un&#8217;atmosfera introspettiva, con paesaggi sonori mutevoli che alimentano la riflessione. Il line-up sembra inizialmente trattenuto come un cavallo che si muove agilmente al passo, ma con le redini corte, progressivamente gli strumenti iniziano a liberarsi dall&#8217;imbrigliatura, eseguendo dapprima un piccolo trotto, per poi giungere ad un elegante galoppo: si parte da una vibrazione di basso di Reggie Workman che si fonde al tintinnio dei piatti di Billy Higgins, mentre Herbie Hancock tesse un ordito di trame modali. Tra un assolo e l&#8217;altro il tema ritorna al punto di partenza, lasciandosi alle spalle la pulsazione complessiva, come se l&#8217;ensemble tentasse di dilatare il tempo e lo spazio. In fondo \u00abSearch For The New Land\u00bb \u00e8 imperniato su pochi semplici cambi di accordi, sui quali gli strumentisti improvvisano modalizzando le melodie, mentre l&#8217;arrangiamento a maglie larghe fornisce loro la licenza di esplorare in maniera radicale. Ad esempio, il chitarrista Grant Green si sofferma su piccole figure e le ripete ossessivamente e, quando enuncia il tema principale, si allontana dalle sue note come se fosse alla ricerca di un altrove. Le soluzioni musicali proposte, se pur coperte da una patina di hard bop tradizionale, presentano una fioritura di elementi pi\u00f9 evoluti e di trame pi\u00f9 ricche di dettagli. L&#8217;incedere quasi divertito di \u00abThe Joker\u00bb, l&#8217;aura afro-cubana di \u00abMr. Kenyatta\u00bb, il nostalgismo cinematografico di \u00abMelancholee\u00bb e lo spirito avventuroso di \u00abMorgan The Pirate\u00bb nascono tutti da una forma di emotivit\u00e0 pi\u00f9 cruda e diretta, quasi alternativa alla prosopopea tipica dell&#8217;hard bop, sempre molto ludico, trionfale ed autocelebrativo. Morgan ed il suo ensemble tentano di lasciarsi alle spalle i cambi di accordo e la melodia con la stessa determinazione dei propugnatori del free jazz. La \u00abnuova terra\u00bb che creano diventa un enclave democratica, dove ciascuno ha diritto di parola e nessuno resta ingabbiato nei limiti del tempo e dello spazio, ma il ruolo di ogni strumento \u00e8 fluido e costantemente in lizza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>A quel tempo Lee Morgan era il pi\u00f9 incensato trombettista dell&#8217;era post-davisiana<\/strong>, ma la sua esistenza ed il suo operato avevano brutalmente deragliato sul binario della droga. Per far fronte alle proprie esigenze il trombettista, tra la fine degli anni &#8217;50 e la met\u00e0 degli anni &#8217;60, si guadagnava da vivere registrando a getto continuo, anche come sideman. Si racconta che sbattendosi da una sessione all&#8217;altra, spesso dimenticava gli spartiti sul sedile di un taxi o lo strumento in qualche studio. Come accaduto anche ad altri suoi colleghi hard bop: si potrebbe pensare a Jackie McLean, Joe Henderson e Wayne Shorter, i cui lavori pi\u00f9 spinti in avanti e moderni, vennero congelati, rispetto ad altri che sembravano tenere vivo il fuoco dell&#8217;hard bop. I pi\u00f9 cattivi sostengono che alla Blue Note, la quale soffocava nei debiti, non si facessero scrupolo nel consentire, ai tanti musicisti tossicodipendenti o con impellenti esigenze di denaro, di sfornare <em>instant album,<\/em> veloci e ricavati con lo stampino, al fine di trarne un profitto reciproco, sia pur modesto. Tom Perchard, nel suo saggio su Lee Morgan, \u00abHis Life, Music And Culture\u00bb, racconta: \u00ab<em>L&#8217;aria filtrava intorno al bordo del suono come un gas blu, non acceso. Alla fine del suo assolo Morgan ripet\u00e9 due volte il tema principale, la prima volta cos\u00ec delicatamente che l&#8217;aria sembrava fuoriuscire dalla tromba e trascinare il tono verso il basso, la seconda volta soffiando in modo eccessivo al punto tale che il suono distorcesse la purezza della tonalit\u00e0\u00bb<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abSearch For The New Land\u00bb \u00e8 una perfetta sintesi <\/strong>di tutti gli elementi che rendono il jazz diverso da ogni altra forma di esplorazione musicale, dove ogni membro del line-up dimostra di essere non solo tecnicamente abile ma altamente maturo, dando priorit\u00e0 alla musica piuttosto che alla rappresentazione del proprio egocentrismo artistico. Il ripetuto cambio di passo e di umore, usando l&#8217;armonia accordale\/modale, fece s\u00ec che i brani acquisissero un senso di meraviglia e suspance, mentre, in alcuni tratti, l&#8217;oscurit\u00e0 diventa favorevole alla creazione di un&#8217;aura spettrale ed avvolgente. \u00abSearch For The New Land\u00bb guardava oltre. Perfino la copertina dell&#8217;album suggerisce una diversit\u00e0 nei contrassegni salienti. Morgan veniva solitamente raffigurato come un suonatore algido e sicuro di s\u00e9, intento a suonare la tromba con gli occhi chiusi ed una sigaretta in mano o infilata nei tubi dello strumento. In tale circostanza fu colto in un momento di incertezza: mentre pone lo sguardo nell&#8217;obiettivo fotografico sembra vulnerabile e dubbioso. Come molti set con il baricentro spostato in avanti, \u00abSearch For The New Land\u00bb venne oscurato dall&#8217;implacabile giostra delle sessioni hard bop pronto-cuoci. Oggi per\u00f2, con il senno di poi, potremmo considerarlo come il vero capolavoro di Lee Morgan, in cui tutto sembra in asse e perfettamente allineato, come quei pianeti che sovrintendono alla genialit\u00e0 umana.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/LeeMorgan2-1024x1024.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-2966\"\/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Nella prima met\u00e0 degli anni &#8217;60, il desiderio d&#8217;innovazione&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":2965,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,29,9,26,2,3,6,23,8],"tags":[],"class_list":["post-2964","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-bebop","category-cultura","category-editoriale","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-ristampa-vinile","category-storia-del-jazz"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/10\/LeeMorganX1.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2964","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2964"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2964\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6593,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2964\/revisions\/6593"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2965"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2964"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2964"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2964"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}